Passo deciso, naturale, individuare l’obiettivo, chinarsi sulla catena, taglio netto, mettere tutta l’attrezzatura nello zaino e via, veloce come il vento. La calma è il vero segreto degli “zanza” navigati, i ladri di biciclette incubo degli appassionati delle due ruote milanesi. Marco (nome di fantasia, ndr) ha vissuto per anni grazie ai soldi racimolati rubando bici in ogni zona di Milano e oggi, dopo un paio di denunce, sempre con il fiato delle autorità sul collo, ha deciso di cambiare vita e raccontare i trucchi, le tecniche e il giro di denaro dietro al mercato delle biciclette rubate.

«Ciò che rende una bici attaccabile o meno – racconta Marco – è prima di tutto il tipo di catena che viene utilizzata. Un U-lock, il blocco rigido, può essere rotto solo con l’azoto liquido. Troppo complicato e troppo rischioso». Discorso diverso, invece, per le catene. «Quelle da scooter sono difficili da rompere, sia per lo spessore del metallo, sia perché, spesso, sono ricoperte da uno strato di tessuto resistente che depotenzia la pressione della cesoia. Le catene da bici o quelle “a tubo”, invece, le facevo fuori in pochi secondi».

Il rischio, quindi, è la prima cosa che un ladro di biciclette valuta quando sceglie un obiettivo. La catena è il suo nemico e deve essere sicuro di poterla rompere in poco tempo. Spesso, però, a dare una mano agli “zanza” pensano gli stessi proprietari delle due ruote. «È inutile che tu abbia la miglior catena del mondo – continua Marco – se non sai legare la tua bicicletta. Spesso abbiamo vita facile perché il proprietario usa la ruota anteriore per fissare la bici, ad esempio, a un palo. In 30 secondi smonto la ruota e mi porto via tutto. Una volta mi è addirittura capitato di trovare una bici con la catena legata a un palo e al sellino. Mi è bastato sfilarla e iniziare a pedalare, non mi sono nemmeno divertito». Le regole per evitare brutte sorprese, quindi, sono poche e semplici: «Una buona catena, meglio spendere 20 euro in più ma essere sicuri, e legare correttamente la bici fissandola per la canna a un sostegno molto resistente. Se abbiamo una seconda catena, meglio legare anche la ruota anteriore alla struttura della bicicletta».

Chi pensa che sia meglio rubare una bici in un luogo appartato si sbaglia. «Attiri molto di più l’attenzione in un posto dove ci sono poche persone – spiega l’ex “zanza”. Vuoi sapere dove ho fatto le migliori “spedizioni”? In piazza Duomo, proprio in faccia ai Carabinieri. In mezzo al caos nessuno si accorge di niente».

Il ladro di biciclette può non sembrare il lavoro più remunerativo al mondo, ma Marco spiega che il business dietro ai furti delle due ruote è più grande di quello che si possa pensare. «Io lo facevo per garantirmi uno stipendio decente. Lavorando cinque giorni a settimana e rubando due o tre pezzi al giorno riuscivo a guadagnare circa 2 mila euro al mese. Io, però, mi affidavo poco ai ricettatori e andavo su commissione perché mi pagavano meglio. Ormai mi conoscevano tutti e quando mi trovavano per strada mi chiedevano di procurargli una bici con certe caratteristiche. Il giorno dopo la consegnavo sotto casa. In questo modo, i prezzi vanno dai 50 ai 100 euro a bicicletta, contro i 20-30 che ti offrono i ricettatori».

Non tutti, però, rubano biciclette solo per sopravvivere. «I tossicodipendenti – conclude – lavorano 7 giorni su 7, 24 ore su 24, per potersi comprare la droga. Sono legati ai ricettatori ma muovono un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro. Ho conosciuto persone che, per potersi comprare la droga, tiravano su anche 10 mila euro al mese soltanto rubando biciclette».

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