La parola d’ordine in primavera è disintossicazione; per portare via i residui di quella stanchezza e svogliatezza tipiche del periodo, non c’è niente di meglio che del tarassaco, pianta da assumere letteralmente in “tutte le salse”.
Primavera, tempo di “grandi pulizie”, tempo di mettere ordine, e non solo negli armadi di casa…Ancor prima dei nostri cassetti è il nostro organismo che richiede, più che mai, di essere “riordinato” e rimesso in forma, per vivere con rinnovato vigore la bella stagione.

Per questo, come già insegnavano i nostri anziani, non c’è niente di meglio che seguire per almeno venti giorni una cura del tutto naturale a base di tarassaco, una specie “camaleontica”, sia per il suo polimorfismo (in quanto non viene classificata come una specie unitaria, ma come un aggregato comprendente numerose “stirpi”), sia per i molteplici nomi volgari con cui è conosciuto: cicoria matta, girasole dei prati, dente di leone, soffione, orologio del pastore e molti altri ancora.

La natura è molto prodiga di questa pianta, talmente abbondante e onnipresente da risultare quasi infestante. Forse proprio questo suo essere “scontata” fa sì che, spesso, ne sottovalutiamo l’impiego, sia alimentare che medicinale.
Le varie parti contengono un pool di sostanze attive, capaci di esercitare l’azione purificatrice a cui sarebbe mirata la cura: olio essenziale, tarassina, tarassicina, tarasserolo, tannino, inulina, mucillagini, flavonoidi, glucidi, fitosteroli, sali minerali, terpeni, vitamina B, C e D. È anche ricchissima di carotenoidi (pro-vitamina A), ancora più delle carote. Tali principi attivi nel loro complesso esercitano un’azione antinfiammatoria e antiossidante nei confronti dei radicali liberi, facilitando la prevenzione delle patologie degenerative. Benefici talmente estesi e comprovati da giustificare una prassi, la “tarassacoterapia”, pratica da adottare almeno una volta l’anno per dieci-venti giorni, allo scopo di disintossicare l’organismo.

Le proprietà diuretiche erano già note a livello popolare, tanto che uno dei suoi nomi volgari è pisciacane, piscialetto (dal francese pissenlit), nome in voga soprattutto nel XVII secolo e tuttora utilizzato in vari dialetti italiani.
E anche il nome del genere, che secondo alcuni deriva dal greco “taraxos” (disordine, squilibrio) e da akos (rimedio), fa dedurre la vocazione terapeutica attribuita alla pianta per i “disordini” metabolici a livello epatobiliare e renale.
Secondo la Dottrina della Segnatura di Paracelso, il colore giallo dei fiori e il sapore amaro, erano caratteristiche assimilabili a quelle della bile e perciò idoneo per le patologie del fegato.
Ancor più curiosa l’interpretazione simbolica dell’erboristeria rinascimentale, di tradizione alchemica-astrologica, secondo la quale la pianta era governata dal pianeta Giove e proprio come Giove, re degli dei, metteva ordine nel suo Olimpo, il tarassaco farebbe lo stesso “nell’universo corporale”, depurandolo dalle impurità.

Nella medicina popolare piemontese l’infuso delle foglie veniva consigliato, oltre che per gli usi appena citati, anche per le febbri, tanto acute quanto croniche. Quello dei soli fiori invece, era efficace contro i reumatismi. Piuttosto praticato con l’infuso dei fiori anche l’utilizzo esterno: per schiarire le lentiggini ci si lavava il viso più volte al dì, mentre in caso di varici vi si immergevano le gambe.

Essendo una specie diffusa in molti Paesi del mondo, è nota a scopo terapeutico anche in altre culture tradizionali. In Cina ad esempio, si prescriveva per trattare l’epatite, problemi del seno (tumori, infiammazioni, scarsità di latte, ecc.), appendicite, disturbi digestivi e persino per rendere luminosa la pelle e limpidi gli occhi. Tra l’altro, il famoso erborista inglese Culpeper, lo raccomandava, nel 1600, per “ogni cattiva disposizione del corpo” e per “vedere lontano senza bisogno d’occhiali”. Affermazioni, forse, spiegabili grazie a recenti studi secondo i quali le foglie, ricche di sostanze come la zeaxantina e la luteina, sarebbero utili per prevenire degenerazioni senili oculari come la cataratta.

Il tarassaco stimola la funzionalità biliare, epatica e renale, attivando gli organi emuntori (fegato, reni, pelle) adibiti alla trasformazione delle tossine nella forma più adatta all’eliminazione (feci, urina, sudore).

L’intera pianta è considerata anche un’ottima verdura commestibile, e la sua raccolta è una delle poche tradizioni dure a morire.
In Piemonte, dove viene chiamato “girasole”, è tradizione consumarlo con uova sode durante le scampagnate di Pasquetta, ma attenzione: i “raid” di raccolta in massa nei prati, e l’inevitabile scorpacciata di un giorno in insalata o in padella non sono sufficienti per ottenere il risultato sperato: occorre un maggior metodo e costanza.

Per fare la “tarassacoterapia”, dovremmo modificare la nostra dieta ad inizio primavera per almeno due settimane, in modo da ritrovarci per fine aprile al passo con la natura: in piena espansione e vitalità.
La caccia alle lunghe foglie dentellate, preferibilmente prima della fioritura, dovrebbe protrarsi per tutto questo periodo con il parallelo consumo culinario; affiancato all’assunzione di decotti che possono essere semplicemente ricavati dalla bollitura della pianta prima di essere passata in padella.

Chi si sente sempre stanco può seguire la cura degli steli: si colgono steli fioriti, si lavano, poi si stacca il fiore e si mastica lentamente lo stelo, che è amarognolo, croccante e succoso come un’insalata. Da cinque a dieci steli al giorno, presi per una quindicina di giorni, svolgono una benefica funzione depurativa, rigenerano l’organismo e danno nuovo vigore.

La Tarassocoterapia può poi essere rifatta nel cambio estate-autunno; in questo periodo si raccolgono però le radici, considerate diuretiche e rinfrescanti, che una volta bollite si mangiano in insalata e utili inoltre in decotto per depurare il fegato.
Una volta i nostri nonni le tostavano e le impiegavano persino come bevanda surrogata del caffè, anche se, al contrario di quest’ultimo, sembra avesse un effetto sedativo.

Il Tarassaco, grazie alle sostanze amare contenute come la taraxacina, aumenta la produzione di bile e ne stimola l’espulsione. Ecco giustificato l’uso popolare come ottimo depurativo epatico, per stimolare il metabolismo e diminuire il colesterolo; ma giova anche al diabete e alle malattie del ricambio. Contiene infatti anche inulina, sostanza zuccherina di facile assimilazione ed elevata compatibilità, che sostiene le attività metaboliche senza provocare alterazioni dell’insulina e, dunque, scompensi glicemici.
E’ utile per prevenire la litiasi biliare o calcoli del fegato (ma non dissolve quelli già presenti), nella colecistopatia e nell’insufficienza epatica.
Il decotto giova anche in caso di reumatismi, gotta, come depurativo nell’eczema cronico, obesità, ipoacidità gastrica, inappetenza, turbe digestive. È’ indicato per chi soffre d’artrosi, nelle diete dimagranti e nell’ipertrofia prostatica (insieme all’uva ursina).

Ultimi ma non meno importanti i fiori, raccolti in capolini di colore giallo dorato, con ligule pendenti che si ripiegano alla sera, o con il cattivo tempo, sul centro del capolino. Anch’essi costituiscono un ingrediente adatto per la cucina con cui preparare delicate frittelle e favolosi sciroppi; questi ultimi, usati nella nostra tradizione per la tosse, molto gradito ai bambini per via del gusto delicato. Sempre i fiori, ma ancora in boccio, possono essere raccolti e messi sotto sale o sott’aceto, valido sostituto dei capperi.
Anche le api li apprezzano, dando luogo al caratteristico miele ambrato, dall’aroma intenso e profumato e dal sapore non dolce, che regolarizza le funzioni intestinali, adatto anche ai diabetici e per chi soffre d’acne.

La prossima volta che la scorgiamo nei prati quindi, questa umile e calpestata “erbaccia” meriterà di incontrare una maggior considerazione come preziosa alleata per la salute o più semplicemente, come dicevano gli antichi, per mettere “ordine” nel nostro organismo.

RICETTE CURATIVE E CULINARIE

Sciroppo di tarassaco (per la tosse)
Far bollire per un’ora 350 g fiori di tarassaco, 1 litro di acqua e tre limoni a pezzi; filtrare il liquido ottenuto con una garza e bollirlo nuovamente con aggiunta di 1 kg di zucchero di canna. Si ripone in vasetti di vetro e si assume un cucchiaio più volte al dì in caso di tosse, ma si può anche spalmare sulle fette di pane come delizioso sciroppo o al posto del miele per dolcificare le tisane.

Frittelle di fiori di tarassaco (antipasto o dolce)
Ingredienti
40-50 capolini gialli di tarassaco, 2 uova, 50 g di farina, 2 cucchiai di zucchero, 2 cucchiai di aceto bianco, una grattugiata di noce moscata, sale e pepe nero, olio per friggere

Preparazione
Togliere la parte verde ai fiori del tarassaco, quindi lavarli e asciugarli delicatamente. Formare una pastella con le uova sbattute, la farina, lo zucchero, l’aceto, sale, pepe e noce moscata. Mettere i fiori nella pastella e friggerli in abbondante olio (devono galleggiare) caldo per pochi minuti, quindi porli a scolare su un foglio di carta da cucina e servire.

FONTE