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Vi è mai capitato di scorrere tra le foto dei vostri amici su Facebook e pensare che le loro vite fossero assolutamente perfette? Per non parlare di Instagram, con tutte quelle scodelle di insalata, cetrioli e rucola accompagnate da hashtag entusiastici nemmeno stessero mangiando la pasta al forno della nonna? O la sempreverde sfilza di album settembrini, con accurata selezione di foto sfondo mare, con tattico filtro effetto illuminazione da stadio che nasconde occhiaie, cellulite e pure i brutti pensieri? Proprio a riguardo, il regista Shaun Higton ha detto: “Facebook può diventare deprimente perché le vite degli altri sembrano sempre migliori della nostra. Ma è davvero così?”. E ha quindi realizzato un cortometraggio, “What’s on your mind?” , che credo ogni fruitore del web dovrebbe vedere (e condividere), quantomeno per sentirsi meno solo!

Il regista mostra come una triste bevuta solitaria post rottura sentimentale possa facilmente trasformarsi in una foto che richiama un’allegra serata dall’alto tasso alcolico, semplicemente sventolando un drink e sforzandosi in un sorriso tirato; o come la notizia di un licenziamento possa tramutarsi in uno status da perfetto sognatore: “Lascio il lavoro”, seguito da un hashtag che puzza di autoconvincimento: “#followyourdreams”. Un tragicomico e in molti casi realistico ritratto delle costanti contraddizioni fra la vita reale e quella virtuale.

In fondo, dopo anni di Social Network, dovremmo aver capito un po’ tutti che condividere foto di sorrisi a trentadue denti non ci rende più felici, e né immortalare un bacio appassionato rende il nostro amore più autentico e profondo. Da scattatrice accanita, inizio a riflettere sul fatto che appena prima di condividere pubblicamente una foto, abbiamo sempre una chance, che dura un frangente, in cui possiamo scegliere di tenerla per noi, e forse, almeno ogni tanto, sarebbe la cosa giusta. Quando vediamo un paesaggio mozzafiato e decidiamo di aspettare di riempircene per bene gli occhi prima di allungare la mano verso il telefonino, beh forse è proprio in quel momento che stiamo davvero facendo un passo verso l’autenticità. Forse abbiamo solo bisogno di riappropriarci di una felicità discreta, d’altri tempi, custodita, non esibita. Così ogni volta che non pubblichiamo qualcosa, che non la condividiamo, che non la ritwittiamo, significa che quella cosa ci sta realmente facendo sorridere a trentadue denti.

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