Socialismo liberale

Il socialismo liberale o liberalsocialismo, è una corrente del pensiero socialista[1] commistionato con le istanze classiche del liberalismo[2]. Rispetto al socialismo classico, il fine ultimo, per i socialisti liberali, non è la totale conversione della società capitalistica in una di stampo socialista[3], bensì il conseguimento di un sistema economico misto, caratterizzato da una qualche forma di regolamentazione e pianificazione economica statalizzata coniugata ad una mera economia di mercato[4], in cui siano equamente contemplate la presenza di proprietà privata e proprietà collettiva, sotto forma di imprese pubbliche nazionalizzate o di società cooperative (autogestite o meno), dei beni strumentali ed in cui, il processo politico-economico della società, sia maggiormente democratizzato[5][6].

Furono inizialmente soprattutto intellettuali di area socialista ad evidenziare sul finire del XIX secolo le positività del liberalismo, maturando progressive aperture nei confronti di esso, ed incontrandosi su quel terreno con diversi pensatori di cultura liberale che al medesimo tempo stavano approfondendo la compatibilità del progetto socialdemocratico con la cornice ideale e politica del liberalismo.

Storia

Origini
Precursore in Italia del socialismo liberale è considerato da alcuni Gaetano Salvemini, che ebbe tra i propri allievi Carlo Rosselli, Ernesto Rossi e Camillo Berneri. Il teorico del socialismo liberale fu Francesco Saverio Merlino.

Certamente prima di Carlo Rosselli nessuno aveva messo insieme in modo compiuto i due aggettivi “socialista” e “liberale”. Il Partito liberale ed il Partito socialista si erano infatti lungamente considerati come avversari durante la storia d’Italia.

Il partito liberale aveva preso le redini dell’Italia unita a partire del 1861 con Camillo Benso conte di Cavour e l’impostazione da lui data alla politica italiana dei governi del Regno gli sopravvisse, nonostante la parentesi della rivoluzione parlamentare che portò al potere la sinistra storica di Agostino De Pretis nel 1870, diventando il punto di riferimento del governo italiano.

La Chiesa cattolica nel frattempo, non riconoscendo lo Stato italiano invitava i fedeli a non prender parte alla vita pubblica italiana, attraverso la tattica del non expedit.

Il Partito socialista invece (fondato a Genova nel 1892), pur rappresentando soprattutto gli operai industriali del Nord oltre a contadini e braccianti, aveva una classe dirigente largamente composta da borghesi che avevano aderito al progetto socialista sulla base del binomio giustizia sociale-libertà. D’altronde solo dal 1892 il suffragio elettorale era stato esteso a tutti coloro che sapevano leggere e scrivere, e costoro erano ancora una minoranza. La politica democratica era così ancora appannaggio di una categoria sociale elevata ed anche la classe dirigente socialista non faceva eccezione. L’organizzazione politica dei socialisti tuttavia (attraverso partito, cooperative e sindacati), unito ad alcune rivolte (come quella dei Fasci siciliani del 1894 e quella di Milano del 1898) fece sì che i liberali utilizzassero innanzitutto il bastone nei loro confronti. Nel 1894-95 Crispi e Pelloux organizzarono diverse repressioni e lo stesso PSI venne messo fuorilegge, con molti dirigenti arrestati (tra cui lo stesso Filippo Turati) o uccisi dai cannoni del generale Bava Beccaris.

I rapporti tra Socialisti e Liberali cambiarono con Giovanni Giolitti, il quale a partire dal 1901, aprì assieme a Zanardelli, la stagione del dialogo: Giolitti propose a Turati di fare il Ministro del Lavoro. Turati non accettò, ma garantì l’appoggio parlamentare del PSI che era via via divenuto più forte in termini di rappresentanza parlamentare.

In quei governi, tra Zanardelli, Sonnino, Giolitti, la “questione socialista” divenne questione politica agli occhi del governo liberale. Nacquero così nuove importanti riforme: l’abbassamento delle ore di lavoro giornaliero fino a dieci, l’impedimento per i bambini e le donne di svolgere lavori in miniera, la nazionalizzazione delle ferrovie, e della scuola elementare (fino ad allora di competenza solo dei Comuni).

Il dialogo s’interruppe dopo l’impresa di Libia voluta da Giolitti. Nacquero tendenze nazionaliste sempre più forti assieme a tendenze rivoluzionarie sempre più violente. Il nazionalismo iniziò a conquistare anche settori del vecchio PSI, in nome delle nuove terre che avrebbero potuto risolvere il grave problema dell’occupazione e riscoprendo i vecchi principi risorgimentali e patriottici. La guerra e il turbolento dopoguerra segnalano i primi vagiti dal fascismo e, insieme, l’idea della rivoluzione bolscevica da importare tale e quale in Italia. Al biennio rosso, 1919-1920, seguì la marcia su Roma e il primo governo Mussolini, cui seguì la nascita del regime dopo il delitto Matteotti ed il celebre discorso di Mussolini alla Camera dei deputati del 3 gennaio 1925.

L’opera di Carlo Rosselli e Piero Gobetti
Nei primi anni venti Rosselli collabora con la rivista “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti. Essa nacque proprio tra il 1920 e il 1924 con l’obiettivo specifico di approfondire i legami tra liberalismo e socialismo, auspicando anche che il liberalismo divenisse la teoria delle élite operaie: Gobetti aveva appunto vissuto molto da vicino la fase dell’occupazione delle fabbriche in una città industriale come Torino, ed aveva così maturato l’idea di democrazia dal basso “di cui egli vedeva un esempio nel movimento torinese dei consigli di fabbrica (ben presto comunisti) dell’Ordine Nuovo per la formazione di una aristocrazia operaia”.[7].

Gobetti e Rosselli insieme si interrogarono sugli errori commessi dai vecchi partiti, anche in relazione all’avanzata fascista, e si facevano promotori di un’opera di opposizione dura al regime.

Tuttavia Gobetti, il quale pure intratteneva ottimi rapporti con Gramsci (ma non con Togliatti che lo definirà “parassita della cultura”) continuava a definirsi genericamente un “liberale” (pur essendo il suo un liberalismo a sfondo sociale): immaginava una “società di produttori”, e professava essenzialmente una visione di liberalismo profondamente radicato nel mondo del lavoro, comunque distante rispetto alle idee marxiste.

Anche Rosselli sviluppò una differente lettura del “socialismo”, al di fuori del marxismo. Il suo socialismo doveva intendersi come un “divenire perenne”. Egli scrive: “Non vi è giorno in cui potrà dirsi realizzato. È un ideale di vita, d’azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all’elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente”.

Nel frattempo il PSI aveva espulso l’area “riformista” di Filippo Turati, che si organizzò nel Partito Socialista Unitario: Rosselli vi aderì convintamente ma riprese ad analizzare gli errori e le prospettive del Socialismo italiano. A giudizio di Rosselli il problema era Marx. Il PSI marxista non aveva per lui alcun senso, d’altronde la stessa lotta al fascismo in nome della libertà non aveva fatto breccia a sinistra. I comunisti, ad esempio, faticavano a comprendere che il fascismo dovesse essere combattuto in quanto dittatura ed in alcuni casi (tra i quali lo stesso Lenin) ne salutarono positivamente l’ascesa in quanto accelerazione della crisi del capitalismo. Dunque porre la questione liberale alla sinistra italiana serviva, secondo Rosselli, anche per definire la necessità di una vera lotta alla dittatura fascista.

Rosselli ritenne poi che l’allontanamento dei giovani dal socialismo partisse essenzialmente dal fatto che il socialismo, soprattutto per colpa del marxismo, era diventato un dogma che non dava spazio all’individuo. E per questo proponeva la visione di una società formata da individui e non da un massa indistinta in cui l’individuo si annulla. Queste idee valsero a Rosselli l’accusa di Togliatti di produrre “letteratura fascista”, e perfino il vecchio riformista Claudio Treves si spinse a criticare aspramente l’eleborazione di Rosselli. D’altronde, è bene ricordarlo, i riformisti (tranne Prampolini) erano all’epoca sostanzialmente marxisti moderati: essi non accettavano cioè di abiurare il marxismo, semmai lo conciliavano con altre idee e ne davano versioni particolari, come Mondolfo e il suo “umanesimo marxista”.

Le intuizioni di Rosselli sul nuovo socialismo, senza il dogma di Marx e con la libertà al suo centro, non ebbe tuttavia successo dopo la Liberazione, come egli aveva sperato. Anzi, in Italia la guerra civile alimentò il socialismo che guardava al modello sovietico, pur con importanti differenze nella pratica sia nel PCI che nel PSI. Il PSI rimase fortemente legato al PCI fino ai fatti del 1956; mentre Giuseppe Saragat, che pure Rosselli cita e apprezza nel suo libro, concepiva la socialdemocrazia italiana come una forza politica mirata alle esigenze dei nuovi ceti medi dinamici, una forza che doveva perseguire non tanto l’obiettivo della giustizia sociale quanto quello che con linguaggio odierno viene definito “delle pari opportunità”.

Sviluppi nel dopoguerra in Italia
Contrariamente alle previsioni di Carlo Rosselli dunque, dopo il 1945 rinasce in Italia un socialismo non riformista, ma marxista e filo sovietico. Per questa ragione lo stesso Giuseppe Saragat organizzò, nel 1947, la scissione socialista di “Palazzo Barberini”, ricreando il vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), poi Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI). I socialisti riacquisteranno invece piena autonomia rispetto ai comunisti, rafforzando i caratteri democratici del socialismo, solo nel 1956, dopo la denuncia di Kruscev sui crimini di Stalin (XX congresso del PCUS) e soprattutto a seguito dell’invasione dell’Ungheria. Pietro Nenni e la maggioranza del PSI si schierarono dalla parte degli insorti, mentre il PCI di Palmiro Togliatti dalla parte dei sovietici.

In Italia il socialismo liberale si espresse comunque nel movimento clandestino Giustizia e Libertà, che darà vita durante la Resistenza agli omonimi reparti, e nel movimento liberalsocialista, nato nel 1936 tra gli emigrati antifascisti italiani per iniziativa di Guido Calogero e Aldo Capitini.

Fu uno dei filoni politico-culturali confluiti nel Partito d’Azione. In seguito alla scomparsa del Partito d’Azione però, l’area liberalsocialista si sparse nell’ambito dell’area progressista soprattutto socialista (PSI e PSDI) e laica (PRI).

Ma anche nel Partito Liberale Italiano (PLI) di Benedetto Croce si era sviluppata una corrente minoritaria che vedeva nel socialismo molti punti d’incontro da adottare per una riforma social-progressista del liberalismo classico riabilitato per il suo nuovo credo antifascista.

Nel 1944 Nicolò Carandini si faceva capo di questa corrente, che però dopo pochi anni si trovò ai margini di un PLI che si era spostato sempre più a destra.

Nel 1948 il gruppo intorno a Carandini e Mario Ferrara usciva al PLI e formava il Movimento Liberale Indipendente (MLI) che cercava di realizzare una terza via laica tra liberali progressisti e i social-democratici del PSLI di Giuseppe Saragat, come anche il PRI di Ugo La Malfa. Portavoce di questa iniziativa era ‘Il Mondo’ di Mario Pannunzio. I tentativi da parte del gruppo di Carandini però fallirono, anche per l’impossibilità di mobilitare l’ambiente degli ex-azionisti, e nel 1951 il MLI rientrò in un PLI nel frattempo tornato su posizioni di centro.

Alla fine del 1955, dopo l’avvento di Giovanni Malagodi alla guida dei liberali e una nuova sterzata del partito sulla linea di una destra economica, il gruppo di Carandini lasciava di nuovo il PLI formando questa volta, insieme ad elementi dell’area socialista (Unità Proletaria) ed ex-azionista (Leo Valiani) il Partito Radicale (PR). Questo partito, seppur con scarso peso elettorale, si adoperò per preparare sul piano teorico l’ingresso del Partito Socialista Italiano nell’area governativa intorno alla Democrazia Cristiana, creando un contrappeso social-liberale il più forte possibile rispetto ai democristiani.

Il Partito Radicale fece un’alleanza con il PRI per le elezioni legislative del 1958 e con il PSI per le amministrative del 1960. Si sciolse nel 1962, in seguito a dissensi interni, prima di poter partecipare all’ingresso del PSI al governo.

Secondo una corrente di pensiero, fu solo nei primi anni ottanta che il Partito Socialista Italiano elevò il socialismo liberale a principale riferimento culturale della sinistra riformista italiana.

Si afferma che Bettino Craxi e Claudio Martelli, in particolare, sarebbero stati gli autori del traghettamento del PSI da una visione puramente socialdemocratica all’idea liberalsocialista, ponendo in evidenza il richiamo alla continuità con il progetto di Carlo Rosselli dato con il riconoscimento al ruolo dell’Impresa e dell’iniziativa economica privata nelle moderne economie; la valorizzazione dell’individuo e la esaltazione del pluralismo economico, ritenuto essenziale per garantire il pluralismo politico, nonché, sempre secondo questa prospettazione, l’innovativo messaggio dell’alleanza tra Merito e Bisogno sviluppato sul finire degli anni ottanta.

Nella pratica, tuttavia, l’esperienza del PSI di Craxi fu assai lontana dalla ispirazione originaria del socialismo liberale e dello stesso pensiero di Rosselli, poiché non solo non furono debellate le logiche clientelari e partitocratiche tipiche del costume politico italiano, ma addirittura si ebbe una accelerazione di tali pratiche con il perverso sistema, poi conosciuto come Tangentopoli, della corruzione di stato, accelerazione a cui contribuì in maniera determinante il PSI craxiano.

Fu questo un risultato ben lontano da quella rivoluzione delle coscienze propugnata da Rosselli e poi dal Partito d’Azione.

Oltre a ciò, si può notare che, dal punto di vista programmatico, il PSI degli anni ottanta rimase legato alla classiche impostazioni keynesiane, non più sostenibili alla luce delle nuove dinamiche economiche, e si limitò ad un generico spostamento verso il centro politico, come del resto già il Psdi di Saragat, e come il Partito socialista francese di Mitterrand e quello spagnolo di Felipe Gonzales, senza che questo comportasse peraltro un’attenzione alle logiche della meritocrazia, tipiche del miglior pensiero liberale.

Influenze sul Socialismo europeo
Secondo alcuni osservatori, a livello internazionale, principale interprete di una linea politica essenzialmente liberalsocialista è stato il New Labour di Tony Blair, il quale, a ben vedere si configurò piuttosto come il prodotto di una trasformazione radicale del Laburismo britannico, avvenuto anche grazie al supporto di intellettuali riformisti quali Anthony Giddens (rettore della prestigiosa London School of Economics), David Marquand, Geoff Mulgan, David Held e David Goodhart: in effetti la linea di Blair riflette il progetto del socialismo liberale unicamente nella parte “liberal”, con l’intuizione della necessità di venire incontro ai bisogni degli individui dotati di talento e di capacità di poter emergere contro ogni logica di privilegio sociale ed appare piuttosto come l’attuazione dei principi di cui il Psdi di Saragat si può riconoscere legittimo precursore.

Uguale discorso si deve fare in relazione al resto del Socialismo europeo, come il progetto politico del Partito Socialdemocratico Tedesco di Gerhard Schröder e quello del Partito Socialista Operaio Spagnolo di Felipe González Márquez, oltre ad altre frange della sinistra riformista europea.

Le 13 tesi del “Socialismo Liberale”
Proprio Carlo Rosselli, considerato il vero padre del socialismo liberale italiano, quando fu chiamato a dare riferimenti politici e culturali più solidi e riconoscibili al Socialismo liberale, nella sua opera principale (appunto chiamata “Socialismo liberale” e scritta nel 1929, nel confino di Lipari, dove era stato inviato dal regime fascista per avere aiutato Filippo Turati e Sandro Pertini ad espatriare in Francia) ne sviluppò una definizione attorno a 13 tesi:

1. Il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.

2. Come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell’avvenire.

3. Tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria.

4. Anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.

5. Socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).

6. Il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo.

7. La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo.

8. La socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.

9. Lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.

10. Il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.

11. Ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.

12. Il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.

13. Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.

In sostanza il programma liberalsocialista di Rosselli proponeva il superamento del concetto della lotta di classe, del determinismo economico marxista e dell’idea di massa da guidare al socialismo, in funzione di una nuova forma di socialismo che nasce e cresce sull’idea di Libertà (civile, economica, politica) rappresentando così l’eredità del liberalismo invece che la sua negazione, ed in grado di realizzare una profonda modernizzazione delle strutture sociali ed economiche attraverso un’opera di riforme costanti e progressive finalizzate alla graduale emancipazione dei lavoratori e dei ceti emarginati della società, seppur all’interno della cornice liberal-democratica.

Disse infatti ancora Carlo Rosselli:
«Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà. Il socialismo è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente.»

Altre definizioni
Riflessioni in epoca più recente sono state condotte da Norberto Bobbio e Ralf Dahrendorf. A proposito dei termini socialismo liberale e liberalsocialismo (inteso come liberalismo sociale), Norberto Bobbio ha scritto:

«Il liberalsocialismo […] nasceva dal grembo della tradizione liberale come eresia del liberalismo di origine intellettuale, mentre il socialismo liberale nelle sue varie apparizioni storiche, da quella anarchica a quella rosselliana, era nata all’interno dei movimenti di sinistra il cui soggetto storico era la classe operaia. Volendo usare ancora una volta la dicotomia destra-sinistra, che, nonostante l’ostracismo cui è a parole condannata, è ancora di dominio comune, il socialismo liberale potrebbe essere definito un socialismo di destra e il liberalsocialismo, invece, un liberalismo di sinistra»

(Attualità del socialismo liberale, prefazione a Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Einaudi, 1997, pp. VIII-IX)
In via generale tuttavia, liberalsocialismo è la contrazione di socialismo liberale, costituendo comunque cosa distinta rispetto al liberalismo sociale o socioliberalismo, che invece è una variante del liberalismo.

Oggi
Attualmente si dicono liberalsocialisti alcuni partiti di sinistra come alcune correnti del Partito Democratico, Possibile, Nuovo Partito d’Azione, Sinistra d’Azione, Movimento RadicalSocialista e Libertà ed Eguaglianza, oltre al Partito Socialista Italiano (centro-sinistra) ed al Nuovo PSI (alleato del centro-destra) ed alla Federazione dei Giovani Socialisti.

I Radicali italiani, più propriamente collocati nell’alveo del liberalismo sociale, si propongono, altresì, come crocevia che intreccia sull’ideale fondamentale della “libertà della persona” una pluralità di culture laiche, liberali, libertarie e liberalsocialiste.

Note
1 E nella fattispecie del socialismo democratico
2 Gerald F. Gaus, Chandran Kukathas. Handbook of Political Theory. SAGE Publications, 2004. p. 420.
3 Ian Adams. Ideology and Politics in Britain Today. Manchester University Press, 1998. p. 127.
4 Steve Bastow, James Martin. Third way discourse: European ideologies in the twentieth century. Edinburgh, Scotland, UK: Edinburgh University Press, Ltd, 2003. p. 72.
5 Gareth Dale, Karl Polanyi: A Life on the Left, Columbia University Press, 14 giugno 2016. URL consultato il 4 aprile 2018. Ospitato su Google Books.
6 http://journals.sagepub.com/doi/abs/10. … 3002002004
7 Gianfranco Contini, La letteratura italiana Otto-Novecento, Milano, Rizzoli, 2001, p. 256.

FONTE

 


Liberalismo sociale (o socialiberalismo)

Il liberalismo sociale (o socialiberalismo) è una corrente derivante da uno sviluppo del liberalismo classico, avvenuto nel tardo Ottocento e che si è aperto ad alcuni principi della cultura socialdemocratica, anche per influsso del pensiero keynesiano.[1] È la continuazione ideale del radicalismo ottocentesco e rappresenta la sinistra del movimento liberale. Una particolare forma di socialiberalismo è il liberalismo americano.

Il socialiberalismo non è da confondersi con il liberalsocialismo, teorizzato negli anni trenta da Carlo Rosselli, sebbene abbia alcuni caratteri in comune con esso. Difatti, liberalsocialismo è la contrazione di socialismo liberale, e non di liberalismo sociale.

In Italia partiti ispirati esplicitamente a questa ideologia sono il Partito Repubblicano Italiano e i Radicali italiani, e alcune correnti di altri partiti, tra cui la vecchia corrente “Liberal PD” del Partito Democratico; in passato anche la corrente centrista del Partito Liberale Italiano, facente capo alle idee del filosofo Benedetto Croce, espresse idee socialiberali.[2]

Negli Stati Uniti il “liberalismo americano”, una forma di socialiberalismo nata durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, ispirandosi alle idee di John Maynard Keynes, costituisce la principale ideologia del Partito Democratico americano.

Storia
Nel Regno Unito, tra il tardo Ottocento e gli inizi del Novecento, un gruppo di pensatori, conosciuti come “nuovi liberali”, fece scalpore, battendosi contro il liberalismo classico di stampo liberista e schierandosi a favore dell’intervento dello Stato nella vita sociale, economica e culturale. I nuovi liberali, tra i quali si ricordano Thomas Hill Green e Leonard Trelawny Hobhouse, sottolinearono il comune afflato etico che doveva contrassegnare liberalismo e socialismo e affermarono un concetto nuovo per il liberalismo classico: la libertà individuale si ottiene pienamente e solo in presenza di circostanze sociali favorevoli. La povertà, lo squallore e l’ignoranza, in cui molta gente ha vissuto, hanno infatti reso impossibile ai loro occhi e per la loro concreta esperienza il fiorire della libertà: per i nuovi liberali queste condizioni potevano essere migliorate solo attraverso un’azione collettiva, coordinata da uno Stato dotato di un forte sistema di welfare.

Facendo un passo più indietro, va detto che, all’interno del pensiero politico liberale, c’è sempre stata una corrente più di sinistra, chiamata radicalismo. I radicali, sostenitori di un liberalismo laicista e fortemente progressista, erano una corrente storica che si è via via riconciliata con il liberalismo, specie dopo la crescita della sinistra d’ispirazione socialista e l’introduzione del suffragio universale, loro obiettivo storico. Di fatto, oggi i radicali non sono altro che i liberali sociali. Un pensiero che si può, infine, ricondurre anch’esso ad un’ispirazione socio-liberale è quello mazziniano.

Definizione
L’espressione “socialiberalismo” è stata utilizzata come etichetta da partiti liberali progressisti per differenziarsi dai partiti liberali classici o conservatori, specialmente in Paesi dove esistono due o più partiti liberali. Il liberalismo sociale si differenzia dal liberalismo classico soprattutto perché, mentre quest’ultimo abbraccia una filosofia economica rigorosamente liberista, il primo vede positivamente un certo ruolo dello Stato nella fornitura di servizi sociali essenziali per i cittadini.

Il liberalismo sociale sostiene che la società debba proteggere la libertà e le pari opportunità per tutti i cittadini ed incoraggia la collaborazione reciproca tra Stato e mercato attraverso istituzioni liberali. Nel processo di evoluzione, accetta che vengano poste alcune restrizioni agli affari economici, come leggi anti-trust per combattere i monopoli economici, corpi regolatori o leggi sui salari minimi. I liberali sociali sostengono che i governi legittimamente possono (o debbono) fornire anche un livello-base di benessere, salute e istruzione, supportato dal gettito ricavato dalle tasse, al fine di permettere l’uso migliore dei talenti della popolazione. Rifiutando sia la più estrema forma di capitalismo, accettando un libero mercato totale con componenti sociali, dove si rifiutano anche gli elementi più rivoluzionari dalla scuola socialista, il liberalismo sociale sottolinea quella che chiama “libertà positiva” e cerca di aumentare la fruizione di questa libertà da parte degli svantaggiati della società, attraverso i mezzi della regolamentazione del mercato e di redistribuzione della ricchezza (grazie alla leva fiscale).

Liberalismo sociale e socialdemocrazia
La differenza ideologica di base fra il liberalismo sociale e la socialdemocrazia classica risiedeva nel ruolo dello Stato rispetto all’individuo. I liberali sociali valutano libertà, diritti e proprietà privata quali requisiti fondamentali, affinché si realizzi una società nella quale ogni individuo apprezzi la quantità più grande di libertà possibile (soggetta al “principio di danno”). La socialdemocrazia classica, viceversa, avendo le sue radici nel socialismo democratico (tendente a favorire le nazionalizzazioni), non credeva che la libertà reale potesse essere ottenuta per la maggioranza della popolazione senza una moderata trasformazione della natura dello Stato.

Pur avendo rifiutato i metodi rivoluzionari di stampo marxista, i socialdemocratici mantenevano tuttavia un certo grado di scetticismo nei confronti del capitalismo ed intendevano perciò riformarlo (o almeno “gestirlo”) per ottenere un più alto grado di giustizia sociale. Queste posizioni rendevano, potenzialmente, i sostenitori della socialdemocrazia classica più pronti ad intervenire per orientare la società in una direzione, che si riteneva conducesse ad una società più giusta ed equa. Proprio su questo punto è avvenuto l’incontro tra liberali sociali e socialdemocratici, molti dei quali, peraltro, hanno accettato completamente il libero mercato.

Liberalismo sociale e neo-liberalismo
Il liberalismo sociale, pur se a volte chiamato anche “nuovo liberalismo” (new liberalism) è cosa ben diversa dalla posizione rappresentata dal termine neo-liberalismo (neo-liberalism), utilizzato per indicare alcuni strenui sostenitori del libero mercato e della globalizzazione economica. Si tratta infatti dello stesso termine che è stato utilizzato anche per descrivere le politiche economiche di conservatori liberisti, quali Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Come corpo di pensiero, il neo-liberalismo difende posizioni contrarie a molte di quelle assunte dai liberali sociali, specialmente in merito al commercio libero non qualificato, ai programmi e alle deregolamentazione sociali.

Liberalismo sociale e liberalismo conservatore
Pur condividendo la preoccupazione per la centralità e la libertà dell’individuo, il liberalismo sociale e quello conservatore presentano notevoli divergenze. Mentre i liberali sociali sostengono l’intervento dello Stato in economia e una posizione molto progressista in campo di diritti civili e temi etici, i liberali conservatori esaltano il concetto di libertà economica. Se i primi sono la sinistra del movimento liberale, i secondi ne sono la destra.

I liberali classici, come Friedrich von Hayek, Robert Nozick e altri, bollarono il liberalismo sociale come una falsa forma di liberalismo. Per questi autori il governo non ha, infatti, alcun dovere di intervenire nella società per aiutare gli svantaggiati attraverso mezzi che attingano ricchezza da altri. Essi ritengono anche che interferire nel mercato distrugga la libertà di iniziativa degli imprenditori e degli operatori economici, andando così incontro ad azioni anti-liberali e perciò anti-economiche. Ancora oggi molti liberali classici considerano i liberali sociali e i keynesiani come socialdemocratici moderati, in quanto sostengono che lo Stato abbia un ruolo legittimo anche in un sistema capitalista, e non come autentici liberali.[2]

Liberalismo sociale e conservatorismo sociale
Nel gergo politico statunitense e, in generale, anglosassone, l’aggettivo social viene utilizzato per caratterizzare le posizioni in campo etico-sociale ed etico-giuridico dei politici e dei partiti. I social liberals sono coloro che propugnano tesi progressiste, permissive, individualiste e anti-proibizioniste in materia di aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale, ricerca sulle cellule staminali embrionali, fecondazione medicalmente assistita, liberalizzazione delle droghe leggere e della prostituzione; sono favorevoli al multiculturalismo; si oppongono generalmente alla pena di morte e alle forme di carcere duro, tanto da venire accusati di essere troppo permissivi nei confronti del crimine.

In genere i liberali, i socialdemocratici, così come pure i conservatori europei contemporanei (si pensi a David Cameron e Gianfranco Fini), hanno posizioni socially liberal in molti campi. Sebbene in Europa non manchino differenze in campo etico-sociale tra i partiti di centro-sinistra e quelli democristiani, i temi etici non sono particolarmente importanti nel distinguere i diversi schieramenti politici, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, dove su tali questioni si sono avute e si hanno vere e proprie culture wars, per utilizzare il termine usato dalla stampa e dai politologi americani per definire gli scontri in tale materia. Le posizioni “social-conservatrici” in Europa sono assunte soprattutto da partiti democristiani (come l’Unione dei Democratici Cristiani e di Centro in Italia) e nazional-conservatori (come Diritto e Giustizia in Polonia).

Il concetto di social liberalism può riferirsi, nel senso anglosassone del termine, tanto alle posizioni progressiste in campo etico, quanto a posizioni vicine alla cosiddetta nuova sinistra. Ai social liberals si contrappongono i social conservatives, i quali pongono attenzione ai temi della sicurezza (con un approccio law and order) e ai temi etici, ovviamente giungendo a conclusioni opposte. Negli Stati Uniti i Democratici sono generalmente socially liberal, mentre i Repubblicani, tra i quali è forte la componente della Religious o Christian Right, sono socially conservative. Per questo, soprattutto negli Stati Uniti, il termine liberal (traducibile come “liberale” o “di sinistra”), viene usato per i liberali sociali, mentre i liberali classici sono spesso annoverati tra i libertarians, una corrente di minoranza tra i conservatives, il cui leader più noto è forse Ron Paul.

Obiettivi politici
I socialiberali – come tutti i liberali – credono nella libertà individuale e la pongono come obiettivo centrale della loro iniziativa politica, ma sono altresì paladini convinti e schietti difensori dei diritti umani e sociali e delle libertà civili ed economiche; in genere sono favorevoli ad un’economia Keynesiana, nella quale c’è spazio per uno Stato che permetta anche ai meno abbienti di usufruire dei servizi di base attraverso un sistema efficiente di servizi pubblici (posizione, quest’ultima, di chiara derivazione socialdemocratica).

Seppure con le dovute differenze da Paese a Paese, i partiti di stampo socialiberale tendono a condividere una serie di principi e obiettivi programmatici:

diritti civili e diritti umani;
regolamentazione dell’economia di mercato;
livelli moderati di tassazione per sostenere un sistema di welfare;
secolarismo;
multiculturalismo;
progressismo sociale:
aborto,
eutanasia,
ricerca sulle cellule staminali embrionali,
fecondazione medicalmente assistita,
liberalizzazione delle droghe leggere,
legalizzazione dei matrimoni omosessuali,
legalizzazione della prostituzione.

Partiti socialiberali
Nell’ambito dell’Unione europea i partiti socialiberali sono per lo più riuniti all’interno dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali Europei e, a livello internazionale, dell’Internazionale Liberale. Non mancano tuttavia esempi di partiti che hanno preferito aderire al Parlamento Europeo al Partito del Socialismo Europeo e, internazionalmente, all’Internazionale Socialista. Esistono poi numerosi altri partiti con cospicue correnti di stampo liberale sociale: non sono qui riportati, perché costituiti in maggioranza da sostenitori di altre ideologie.

Alcuni tra i più importanti partiti socialiberali del mondo sono i seguenti:

Argentina: Unione Civica Radicale;
Bosnia ed Erzegovina: Partito Liberale Democratico;
Canada: Partito Liberale del Canada;
Cile: Partito Radicale Social Democratico;
Colombia: Partito Liberale Colombiano;
Croazia: Partito Popolare Croato – Liberal Democratici;
Egitto : Partito Socialdemocratico Egiziano
Danimarca: Sinistra Radicale;
Francia: En Marche!; Partito Socialista; Partito Radicale di Sinistra;
Italia: Partito Democratico; Partito Repubblicano Italiano, Partito Radicale/Radicali Italiani, +Europa;
Giappone: Partito Democratico Costituzionale del Giappone;
Gran Bretagna: Liberal-Democratici;
Lituania: Nuova Unione dei Liberali Sociali;
Paesi Bassi: Democratici 66;
Polonia: Partito Democratico, .Moderna;
Russia: Partito Democratico Russo “Jabloko”;
Spagna: Ciudadanos; Unione, Progresso e Democrazia;
Stati Uniti: Partito Democratico;
Svezia: Partito di Centro, Liberali;
Svizzera: Partito Liberale Radicale;
Ungheria: Alleanza dei Liberi Democratici, Coalizione Democratica;
Venezuela: La Causa R, Avanzada Progresista, Primero Justicia.

Note
1 Was Keynes a liberal?
Aboliamo il termine liberismo

FONTE