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Il robot mangia-welfare (Testo del 14.04.2018)

La perdita di posti di lavoro provocata dall’automazione accende il dibattito su redditi minimi e sostenibilità dei sistemi pensionistici. Chi pagherà le future pensioni? Il precedente della Seconda Guerra Mondiale
di Sergio Sorgi*

Una delle più recenti fonti di attenzione e ansia è costituita dalla possibilità che l’automazione sottragga posti di lavoro. La portata e la velocità di questo fenomeno non sono preventivabili; vi sono tuttavia alcuni studi non proprio rassicuranti (tra cui il Working Paper 189 dell’Oecddel 2016, il rapporto del McKinsey Global Institute del 2017 e quello di Pwc del 2018). Gli studi pessimistici considerano che l’automazione possa sostituire interamente posti di lavoro e quelli più possibilisti stimano che ci sarà automazione di alcuni singoli compiti specifici ma non sostituzione integrale di un lavoratore con un automa.
Le ipotesi più catastrofali, quelle che evidenziano i rischi di totale automazione, arrivano a ipotizzare 800 milioni di posti di lavoro persi nei prossimi 10-20 anni, con una quantità di lavoratori vicini al 50% che potrebbero essere minacciati dall’automazione. Le ipotesi più soft invece, orientate ai singoli compiti, misurano dal 6 al 12% i posti di lavoro a elevato rischio di sostituibilità (si veda tabella pubblicata in pagina). Ci sono poi ricerche sull’individuazione dei lavori a rischio: tra questi emergerebbero i lavori a bassa qualificazione, i compiti che non richiedono confronto con altri lavoratori e i lavori legati a vendita o distribuzione, a causa di consumatori che privilegeranno sempre più canali diretti di comparazione e acquisto.
La probabile ascesa dell’automazione pone almeno tre riflessioni costruttive. La prima, di ordine filosofico, considera una società senza lavoro e invita a ricostruire l’identità di una persona «oltre» il lavoro. L’uomo infatti non è solo lavoro ma anche azione, contemplazione, passione. La diminuzione di lavori «classici» potrebbe essere peraltro compensata con lo sviluppo di attività utili alla collettività. Se poi l’automazione riguardasse solo alcuni compiti specifici, potremmo lavorare non «in meno» ma «di meno», recuperando tempo per le dimensioni personale, privata, affettiva (e di consumo).
Seconda riflessione: come conciliare la stabilità economica dei cittadini e dei pensionati con la perdita di redditi da lavoro? La soluzione teoricamente potrebbe essere trovata nei redditi di base universali, ma dietro questa etichetta generica si celano diversi strumenti, ciascuno con caratteristiche proprie e impatti economici sui bilanci pubblici. Per sostenere chi non ha sufficienti risorse si può pensare all’attuale reddito di inclusione (Rei), una misura di contrasto alla povertà che viene erogata a coloro che non dispongono di risorse economiche sufficienti, oppure a un reddito di partecipazione, che viene dato a coloro che non hanno risorse economiche a patto che siano disponibili a lavorare. Vi è poi il reddito di base incondizionato, fornito a tutti, anche a chi lavora, e il reddito di cittadinanza, che viene erogato a ciascun cittadino nell’intero corso di vita ma selettivamente, in funzione dell’età o della residenza da un certo numero di anni. Ancora diversa è l’imposta negativa, che consente a chi ha un reddito inferiore a una data soglia di ricevere un sussidio invece che di pagare imposte. Un’altra forma di sostegno è quella del cosiddetto conto sabbatico, un credito decennale al quale tutti potremmo attingere in qualsiasi momento per periodi minimi di sei mesi e per compensare momenti di discontinuità reddituale, lavorativa o per gestire l’attesa del raggiungimento dell’età pensionabile. Infine ci sono una serie di dotazioni in capitale e non in reddito.

Terza riflessione: ammesso che i redditi minimi sostengano le economie personali e familiari e che siano compatibili con il bilancio pubblico, con quali risorse si potrà sostenere e sviluppare il consumo (e il risparmio) necessari a sostenere l’attuale sistema economico e finanziario? L’attuale sviluppo economico si deve in buona parte all’intuizione di Henry Ford di aumentare il reddito da lavoro dei suoi dipendenti per trasformarli in consumatori; domani se le imprese saranno in grado di ottenere profitti senza lavoratori da dove deriveranno i redditi familiari necessari a consumare quel che si produce e a risparmiare?

In tutti i casi, chi non lavora non guadagna, non paga imposte e non versa contributi e dunque l’automazione mette in crisi i welfare basati sulla redistribuzione di imposte e contributi sul lavoro. L’esito possibile di tutto ciò è un futuro pensionistico con pensioni assenti o comunque insufficienti; bisogna peraltro ricordare che anche le pensioni di inabilità e superstiti si calcolano in base ai contributi versati e pertanto l’ampiezza del problema è davvero rilevante.
Inoltre la discontinuità contributiva influisce sull’età di pensionamento; è di questi giorni l’allarme del presidente dell’Inps Tito Boeri, che, avendo analizzato le disoccupazioni medie dei nati nel 1980, ipotizza che molti potrebbero andare in pensione non prima dei 75 anni di età. Che cosa accadrebbe se le discontinuità occupazionali diventassero frequenti a causa di lavori «sostituiti»? Ed escludendo l’ipotesi che gli Stati moderni cancellino le politiche di welfare (il che appare poco probabile anche perché in un Paese che invecchia i voti dei pensionati sono rilevantissimi), che fare?
Qui la storia, in verità, qualcosa ci insegna: iniziando dal panorama internazionale, le pensioni basate sui contributi pagati dal lavoro sono state alla base dei sistemi pensionistici di gran parte d’Europa fino al 1941. Da lì, con il conflitto bellico e le sue ripercussioni occupazionali, le cose cambiarono. In quell’anno infatti il Fronte Tedesco sul Lavoro sostituì il sistema basato sui contributi versati dai lavoratori con un sistema assistenziale finanziato dal prelievo fiscale e finalizzato ai minimi vitali per i beneficiari «degni» di assistenza (legati, data la matrice nazionalsocialista, al rispetto di comportamenti stabiliti e all’appartenenza alla razza ariana). Questa assistenza odiosamente selettiva divenne un modello di progresso universale grazie a Lord Beveridge, che nel 1942 introdusse nel Regno Unito un sistema di diritti di base che accompagna tutti i cittadini dalla culla alla tomba indipendentemente dalle proprie capacità reddituali. Anche in Italia dal 1947 si passò dal sistema pensionistico basato sulla capitalizzazione individuale dei versamenti del lavoratore a un sistema basato su un patto generazionale tra giovani che versano e pensionati che ricevono. E quarant’anni fa si passò dalle mutue al sistema sanitario nazionale.
In sintesi, quando l’occupazione non è sufficiente a garantire un sistema pensionistico basato sui contributi da lavoro, gli Stati intervengono sciogliendo i legami tra assistenza, previdenza e singola capacità contributiva e realizzando welfare universalisti, finanziati dalla fiscalità. Queste scelte per la prima volta potrebbero essere rese necessarie non da un conflitto ma da una silenziosa moltitudine di automi, da noi creata e che richiede nuovi welfare, nuove forme di finanziamento e nuove modalità di sostegno per chi lavora e per chi, legittimamente, vorrebbe poter accedere al pensionamento per raggiunti limiti di età.

*Progetica

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La tecnofobia è una realtà. Perché robot e hi-tech fanno così paura? (Testo del 26.03.2017)

La tecnofobia è la paura legata ai robot e alla tecnologia. Secondo una ricerca statunitense, le persone hanno paura di perdere il lavoro

Robot e tecnologia, i nuovi pericoli 2.0 sono il timore principale per il futuro di milioni di persone L’identikit di chi soffre di tecnofobia nasce da uno studio elaborato da un team di ricercatori dell’Università americana Baylor, coordinati da Paul McClure, e recentemente pubblicato sulla rivista Social Science Computer Review.
Lo studio parte dall’analisi dei risultati emersi dal rapporto annuale sulle paure degli americani realizzato dalla Chapman University e stilato sulla base di 1.541 interviste. I ricercatori dell’Università Baylor, esaminando questi dati, hanno scoperto che la tecnofobia colpisce, nella maggior parte dei casi, le persone con un livello di istruzione più basso, le donne e le persone di colore. La paura nasce dal timore che robot, intelligenza artificiale e nuove tecnologie possano portare via il lavoro. Ed è una paura talmente grande che causa un tale livello di stress e di ansia che si trasforma, in alcuni casi, in veri e propri disturbi mentali.
Paura motivata?
La paura di rimanere disoccupati a causa delle nuove tecnologie non è una novità dell’ultim’ora, racconta McClure. Qualcosa di simile era successo nell’Inghilterra dell’Ottocento quando alcuni lavoratori del settore tessile addirittura distrussero le nuove macchine acquistate dai propri datori di lavoro – come la storia ci insegna – proprio per ottenere mano d’opera a basso costo e personale meno qualificato. Oggi la situazione, spiega sempre McClure, con la velocità con cui evolve la robotica e l’intelligenza artificiale, le conseguenze potrebbero essere ancora più devastanti. Una paura, insomma, più che motivata che mette a rischio attività come quelle dei trasportatori e magazzinieri, operai e impiegati generici. Proprio le tipologie di lavoro tipiche di persone con un livello di istruzione più basso, donne e persone di colore. Almeno negli Stati Uniti. Sono meno a rischio, almeno nell’immediato – ma non si sa mai – quelle professioni che richiedono una buona dose di creatività.

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Robot ruba lavoro, ora tocca ai bancari (Testo del 31.07.2018)

Se pensate che i robot siano buoni soltanto a fare hamburger e pizze e che i cosiddetti lavori “di concetto” resteranno al sicuro ancora per chissà quanto tempo, forse vi sbagliate. O almeno così la pensa Casper von Koskull, amministratore delegato di Nordea, il più importante gruppo bancario della Scandinavia, che si sta preparando a licenziare ben 6000 dipendenti in favore dell’automazione di tutti i servizi possibili.

Forse non saranno esattamente dei robot a occupare il posto che prima era degli esseri umani, forse ci penseranno algoritmi e intelligenze artificiali, software e assistenti digitali, ma fare distinzioni tra hardware e software nel futuro che verrà diventa sempre più irrilevante. Il punto è che la tecnologia, a breve, rivoluzionerà non solo le nostre vite ma anche il mondo del lavoro, se in meglio o in peggio nessuno sa dirlo con certezza. Certo nel medio termine probabilmente in peggio, visto il numero crescente di persone che resteranno disoccupate.

Ma per von Koskull tutto ciò è inevitabile. “È il progresso bellezza, e tu non puoi farci niente”, verrebbe da dire, parafrasando l’Humphrey Bogart di L’Ultima Minaccia. Affidare ai robot e all’automazione in genere tutto, dalla gestione degli asset societari alle chiamate dei clienti, secondo l’AD sarebbe infatti l’unica strada per restare competitivi anche nel futuro.

Nordea tra l’altro non è l’unico gruppo bancario del Nord Europa a pensarla così: anche ‎SEB, Svenska Handelsbanken AB e Swedbank AB concordano che la tecnologia sia un valore aggiunto e la chiave per la competitività del futuro, anche se non tutte stanno seguendo Nordea per quanto riguarda l’entità dei tagli al personale umano, non nell’immediato almeno.‎

“Tutti noi dobbiamo capire che il nostro settore, molti altri e persino l’intera società sta andando incontro a cambiamenti radicali”, aveva già dichiarato in un’intervista circa un mese fa von Koskull, “e noi dovremo farci trovare preparati”.

Può darsi che prima o poi, con un cambiamento radicale anche dell’attuale sistema economico, robot e IA ci sollevino dall’impegno quotidiano del lavoro e del guadagno, consegnandoci a un futuro in cui crescere come esseri umani. Certamente il progresso non può essere arrestato e di per sé è sempre neutro, ma sicuramente i cambiamenti andrebbero compresi a fondo prima per essere governati in transizioni che altrimenti potrebbero rivelarsi molto dolorose.

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L’invasione dei robot (Testo del 10.03.2018)

L’Intelligenza Artificiale costa 5 euro l’ora, un uomo invece 40. Il risparmio nel settore finanziario può arrivare all’85% e le nuove banche, come la Spaxs di Passera, nascono molto leggere. La trasformazione digitale travolgerà tutto. Ecco come
di Elena Dal Maso
Non penso che un sistema di intelligenza artificiale dotato di mente sovrumana sarà violento. Ma penso che distruggerà la nostra cultura». Lo ha detto nel 2015 Gray Scott, ceo di seriouswonder.com e uno dei maggiori esperti mondiali in campo tecnologico. Un anno dopo AlphaGo, motore di intelligenza artificiale sviluppato da Deep Mind (Google), ha battuto per 18 volte il campione del mondo, Lee Sedol, nel gioco da tavola cinese Go. Perdendo contro la macchina, il 34enne ha commentato: «Sono senza parole, sin dall’inizio del gioco non c’è stato un momento in cui sentivo di essere in testa».
Ibm Watson ora è famoso. Progettato inizialmente per giocare a Jeopardy (stile Lascia o Raddoppia), il robot è cresciuto e ora lavora all’ospedale Memorial Sloane Kettering di New York. Assiste i medici nella diagnosi del cancro e nella progettazione di piani di trattamento che hanno buone probabilità di arrivare a un risultato positivo per il paziente, fondato su tecniche di apprendimento profondo e di big data.
Citando ancora Gray Scott, il futuro è oggi. Idc, fra i principali advisor nel settore tech, ha previsto che big data e analytics passeranno dai 134 miliardi del 2016 a 210 miliardi di dollari entro il 2020, con una crescita annua composta (cagr) dell’11,8% in quattro anni. E che i settori più interessati saranno quello finanziario, manifatturiero, i governi federali e centrali, i servizi professionali. Secondo Idc nel 2018 i grandi gruppi con oltre mille dipendenti saranno i big driver nel settore big data & analytics, rappresentando nel complesso oltre 100 miliardi di dollari di ricavi. La trasformazione digitale (DX), poi, entro il 2020 vedrà l’installazione di piattaforme di terza generazione, con investimenti per oltre 2.200 miliardi di dollari nel 2019, quasi il 60% in più del 2016. «L’uso di big data e dei processi di digitalizzazione nel settore finanziario portano a risparmi del 50% in media sui processi prima realizzati attraverso il lavoro umano, fino a punte dell’80%», conferma Stefano Spaggiari, ad di Expert System , società quotata sull’Aim e specializzata nell’analisi e gestione di informazioni non strutturate attraverso la semantica. Credit Suisse si spinge oltre. Un report della banca svizzera racconta che un robot costava poco più di 5 euro l’ora nel 2014 contro i 9 euro di un lavoratore in Cina, gli 11 euro di una persona nell’Europa dell’Est e i 40 in Germania. La tendenza è che i salari tendono ad aumentare mentre il costo dell’intelligenza artificiale si contrae.
PriceWaterhouse Coopers ha calcolato, in una recente indagine dedicata all’Intelligenza artificiale l’impatto che avrà sui settori, per capire tempi e portata della trasformazione (grafico qui accanto). Dal report emerge che l’ambito più sensibile è quello finanziario, che vedrà a breve termine (entro tre anni) il 41% delle società trasformate dalla rivoluzione digitale, mentre il restante 59% sarà toccato fra tre e sette anni. In questo senso la banca del futuro esiste già, sta in mano, dentro allo smartphone. Occupa lo spazio di un’applicazione che può essere navigata con gli occhiali in 3D per avere un’esperienza in tre dimensioni. Si dialoga con avatar programmati per rispondere a migliaia di possibili domande, si dispongono operazioni. Non è futuro, questo accade già con Widiba, l’istituto online del gruppo Mps .
E il modello si sta allargando sempre più, grazie anche al fatto che costa molto meno. Fino all’85% di risparmio sul personale, calcolano le società tech che lavorano come consulenti nel settore finanziario. Una percentuale che può far paura e per questa ragione difficilmente viene messa in evidenza. Ma è nota al sistema. Lo sa bene Ennio Doris, fondatore di Mediolanum , che già due anni fa aveva parlato di filiali bancarie che avrebbero fatto la fine delle cabine telefoniche. Ed è questo il modello di istituto di credito iper leggero sul quale nascerà a breve la banca di Corrado Passera, per ora semplice scatola vuota quotata sul segmento Aim di Piazza Affari come spac (Spaxs ), in attesa della business combination. Tanto più che il settore del recupero crediti, l’immenso regno di npl e npe, è stato nel frattempo digitalizzato e fonda molta della sua forza nella tecnologia
Intanto l’Intelligenza artificiale ha cominciato a permeare i piani industriali di tutti i maggiori gruppi industriali del mondo e Piazza Affari lo sa bene. Eni ha costruito in Lombardia il più importante calcolatore industriale al mondo grazie al quale è stato scoperto l’immenso giacimento di gas di Zohr, al largo dell’Egitto, senza dover trivellare prima il fondale marino. Il sito è diventato poi operativo in tempi molto veloci, sempre grazie al lavoro del super calcolatore. Piaggio , invece, ha cooptato nel board della controllata americana Daniela Rus, direttrice del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory al Mit e grande esperta di macchine che hanno la capacità di adattarsi in maniera autonoma a diversi ambienti. Il gruppo Generali , invece, sta utilizzando la tecnologia della blockchain all’interno di un consorzio mondiale di gruppi assicuratori e riassicuratori, mentre sperimenta l’uso dei big data nel settore Rc auto (se so con che stile guidi, ti taglio la polizza su misura) e della copertura sanitaria (in Germania).
Stephane Klecha lavora da tempo con clienti che sviluppano e applicano in tutto il mondo l’intelligenza artificiale da molti anni, «quando il digitale era ancora considerato un ambito per pochi venture capitalist». E ora tutti devono confrontarsi direttamente con la tecnologia, sia a livello personale sia sul lavoro. Per il managing partner di Klecha & Co., società di consulenza con sede a Milano, Londra e New York, «siamo nella fase di un’intelligenza assistita, di una maggiore capacità di calcolo, una forma aumentata ma non ancora autonoma». E tuttavia la trasformazione del mondo è già pienamente in atto «e molto più forte rispetto al 2000», aggiunge. Un impatto importante sui margini delle società e dei gruppi che hanno avviato la strada di profonda trasformazione digitale e sul costo del personale. «Perché già oggi è possibile effettuare molte delle attività della banca commerciale con un sistema artificiale che costa molto meno del personale umano».
L’Intelligenza artificiale, riprende Klecha, «è diventata la tecnologia chiave dietro l’innovazione nel fintech: è utilizzata per automatizzare processi di compliance e reportistica e per migliorare la customer experience». Il rischio per il sistema bancario, riprende l’esperto, «è quello di essere disintermediato. L’eco-sistema si sta evolvendo rapidamente con moltissimi operatori con capitali a disposizione che non hanno problemi di legacy, sono molto agili e contestualmente con l’ingresso sul mercato dei giganti del web». Non a caso all’inizio di marzo Amazon ha reso noto che intende offrire ai clienti e soprattutto ai Millennials un conto corrente. E che per questa ragione è in contatto con diversi colossi a Wall Street, fra i quali Jp Morgan. La notizia si è diffusa molto velocemente, perché il settore finanziario teme molto la concorrenza dei giganti tecnologici.
Le banche però non stanno a guardare e da tempo si stanno mettendo ai ripari. Goldman Sachs ha investito oltre 35 miliardi di dollari in fintech negli ultimi quattro anni, Citibank 25 miliardi nello stesso periodo, Jp Morgan 10 miliardi (sempre stime riportate da Klecha). In Europa, Santander e Bbva sono fra le più attive. Si stima che nel 2017 sano stati investiti in startup fintech 5 miliardi di dollari da parte del sistema bancario, in tutte le categorie, inclusa l’Intelligenza artificiale. A dimostrazione dell’effervescenza del settore, sempre lo scorso anno il settore ha registrato circa 330 exit per un totale di 18 miliardi di dollari, dei quali oltre due terzi tramite m&a.
Secondo Gartner, uno dei più autorevoli osservatori di tecnologia, nel 2021 l’uso dell’intelligenza artificiale genererà 2.900 miliardi di dollari e farà risparmiare 6,2 miliardi di ore di lavoro agli esseri umani. Non solo. Lo studio del gruppo di ricerca e consulenza con sede a Stamford, nel Connecticut, racconta che tra due anni per la prima volta l’Ai comincerà a creare più posti di quanti ne distrugga. Vale a dire 2,3 milioni contro 1,8. Il rapporto chiaramente vede per lo più i lati positivi e le promesse delle nuove tecnologie. In che modo l’intelligenza artificiale potrà evolversi? La risposta è che tenderà sempre più ad assomigliare a quella umana, in primis grazie all’acquisizione della capacità di riconoscere le emozioni dei propri interlocutori. Sempre Gartner scrive che gli assistenti virtuali diventeranno capaci di comprendere gli stati d’animo delle persone, in modo da offrire un’esperienza più personalizzata rispetto a quella attuale.
Queste analisi si incrociano con un’indagine presentata a gennaio a Davos dal gruppo Accenture secondo cui le società rischiano di perdere importanti opportunità di crescita se i loro manager e soprattutto i vertici, gli amministratori delegati, non sapranno attivarsi per rimodellare la forza lavoro, fornendo a tutti i collaboratori gli strumenti adeguati per avvantaggiarsi delle tecnologie intelligenti. Lo studio di Accenture Strategy («Reworking the Revolution: Are you ready to compete as intelligent technology meets human ingenuity to create the future workforce?») stima che i ricavi delle imprese potrebbero crescere del 38% entro il 2020, a patto che investano sull’Intelligenza artificiale e su un’efficace cooperazione uomo-macchina almeno quanto i gruppi leader di mercato. A queste condizioni, anche il livello di occupazione potrebbe beneficiare di un aumento, addirittura del 10%. Per l’economia mondiale globale, questo si tradurrebbe in una crescita dei profitti per 4.800 miliardi di dollari.
Ecco perché il mondo del risparmio gestito sta correndo negli ultimi mesi a costruire prodotti che investono nelle società molto esposte sull’Intelligenza artificiale. Credit Suisse ha creato un fondo comune, Global Robotics equity fund, domiciliato in Lussemburgo, che scommette sulla crescita dell’intelligenza artificiale e investe nelle società più esposte nel settore della robotica. A gestire il fondo, però, sono due asset manager in carne e ossa, Patrick Kolb e Angus Muirhead. Il fondo ha quasi 2 miliardi di dollari di asset in gestione e da inizio anno a fine febbraio ha reso, in dollari, il 5,27%, il 39,5% a un anno e il 63,9% dal lancio (30 giugno 2016). Parvest Disruptive Technology (in euro) ha registrato a un anno (al 9 marzo) il 19,7%, mentre l’Etf Ishares Automation & Robotics uctis in dollari è salito del 22,4%.
A fine gennaio Vontobel ha lanciato un certificato dedicato al mondo dell’intelligenza artificiale, quotato sul segmento SeDeX di Borsa Italiana. Il Tracker Certificate Artificial Intelligence ha come sottostante il Solactive AI Performance-Index (creato dal provider tedesco Solactive), che permette di investire in società attive in app e big data che hanno al contempo una parte significativa del proprio fatturato e degli investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale, replicandone perfettamente (1:1) la performance. Questo indice è stato lanciato a 100 il 18 settembre 2017 e al 9 marzo era salito a 125,96. Fra i gruppi in cui investe vi sono colossi quali Alibaba, Alphabet, Amazon , Baidu, Blackrock, Intel , Microsoft , Nvidia , Sap, Tencent.
Che l’Intelligenza artificiale si stia evolvendo lo dimostra un recente esperimento di LawGeex, società che sviluppa soluzioni high tech in ambito legale (Stanford University, Duke University School of Law e University of Southern California). LawGeex ha sottoposto cinque accordi di riservatezza a macchina e professionisti, chiedendo di individuare eventuali rischi e punti sensibili per i clienti. L’intelligenza artificiale ha raggiunto un’accuratezza pari al 94 contro l’85% della media degli avvocati. I professionisti migliori, però, hanno saputo raggiungere livelli di accuratezza pari (ma non superiori) a quelli del software (94%). Mentre i peggiori si sono fermati al 67%. Nessuno di loro però si è avvicinato ai tempi del software, capace di completare il lavoro in soli 26 secondi. (riproduzione riservata)

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