Non la finirò mai di ripetere la mia convinzione che il ciclo della vita di ogni essere che compone l’universo, così come lo conosciamo, si sviluppi sulle volute di una spirale (1)…

A riprova di ciò posso osservare la mia situazione esistenziale corrente che, seppur a un livello differente di consapevolezza, esperienza, patrimonio, ruolo e titoli, ricalca perfettamente quanto ho vissuto nel 1995, quando decisi definitivamente di troncare ogni rapporto con la mia valle natia e iniziai la mia esperienza da ramingo esploratore errante.
Così come allora dovetti riorganizzare abitazione, lavoro, passioni, dieta, attività fisica, rapporti sociali e studi per far fronte alla nuova dimensione esistenziale, così avviene oggi. E così come allora, in particolar modo Aldo, Filippo e Maddalena, mi spalancarono le porte del mondo orientale invitandomi ad approfondire taoismo, buddhismo zen e new age… è avvenuto la scorsa settimana che il nuovo collega Paolo mi ha messo nelle mani questo “libruncolo”… testo che ho concluso di leggere ieri sera e che, seppur non brilli particolarmente secondo i parametri standard della letteratura contemporanea, emana una certa luce particolare che ha risvegliato in me pensieri già elaborati vent’anni fa, ma poi sopiti per non distogliermi dal raggiungimento di certi obiettivi di cultura occidentale social-capitalistica a loro molto distanti.

Probabilmente la scintilla è scoccata semplicemente perchè il tempo è propizio (ricordate Benigni? “Quando l’acqua bolle devi buttare la pasta!”) e, se voglio iniziare a godermi i frutti dei tanti sacrifici fatti, l’imperativo è soprattutto “pulirsi la mente dalle tante pippe mentali, altrimenti dette “seghe” o nevrosi, cui ci condanna la nostra cultura” ma, nello specifico, è scoccata leggendo il parallelismo tra la cultura napoletana, sviluppatasi all’ombra di un vulcano che potrebbe eruttare in qualsiasi momento, e quella orientale delle popolazioni innumerevoli, della povertà agricola, delle caste sociali e della natura spesso matrigna (vedi terremoto di ieri in Nepal) che già nel VI secolo a.C. aveva elaborato uno strumento completo per convivere positivamente e costruttivamente con le nevrosi.

Ho deciso pertanto che riprenderò gli studi in questa direzione: finalmente, non dovendomi più necessariamente confrontare con i “dottori” delle nostre “istituzioni” (dovendo sostenere esami obbligatori) spesso lontani se non avversi a certe impostazioni mentali, potrò lasciare un po’ le briglie al mio pensiero e dirigermi dove l’intuizione mi suggerisce…

Consiglio a tutti la lettura di questo testo: io nei prossimi giorni elaborerò un riassunto schematico e mi procurerò piano piano:
– R. Ornstein e R. Thompson, Il cervello e le sue meraviglie, Rizzoli, MI, 1987;
– C.G. Giacobbe, La psicologia dello yoga, ECIG, GE, 1994;
– T. Nhat Hanh, Vita di Siddartha il Buddha, Astrolabio, Roma, 1992;
– J. Krishnamurti, La sola rivoluzione, Astrolabio, Roma, 1973;
– C.G. Giacobbe, Il prezioso dono di Siddartha, Le Stelle, SV, 2001;
– R. Assagioli, Principi e metodi della psicosintesi terapeutica, Astrolabio, Roma, 1973;
– C.G. Giacobbe, Come diventare Buddha in cinque settimane, Ponte alle grazie, MI, 2010
– Fromm-Suzuki-De Martino, Psicoanalisi e Buddhismo Zen, Ubaldini, Roma, 1968

(1) Spirali logaritmiche in natura

Spaccato di una conchiglia di un Nautilus con le cavità disposte approssimativamente secondo una spirale logaritmica.
I falchi si avvicinano alla loro preda secondo una spirale logaritmica: il loro angolo di vista migliore forma un certo angolo con la loro direzione di volo, e questo angolo è l’inclinazione della spirale.
Si possono osservare spirali logaritmiche nella disposizione delle foglie di alcune piante, definita come fillotassi. Un esempio sono l’ordinamento delle scaglie dell’ananas o la disposizione delle foglie dell’Aloe.
La Galassia Vortice è una tipica galassia spirale: I bracci delle galassie sono approssimativamente spirali logaritmiche. Si pensa che la nostra stessa galassia, la Via Lattea, abbia quattro bracci spirali principali, ciascuno dei quali è una spirale logaritmica con inclinazione di circa 12 gradi.
I bracci dei cicloni tropicali, come gli uragani, formano spirali logaritmiche.
In biologia, strutture approssimativamente simili alla spirale logaritmica si trovano facilmente, e nelle conchiglie di molti molluschi. Le ragnatele seguono invece una struttura a spirale archimedea. La ragione è questa: si parte da una figura geometrica bidimensionale e di forma irregolare F0. Si espande F0 di un certo fattore per ottenere F1, e si pone F1 vicino a F0, in modo che due lati coincidano. Ora si espande F1 dello stesso fattore per ottenere F2, e si pone accanto a F1 come prima. Ripetendo questi passi si ottiene un’approssimazione della spirale logaritmica la cui inclinazione è determinata dal fattore di espansione e dall’angolo che formano le figure una accanto all’altra. La coda di alcuni animali, come il camaleonte e l’ippocampo, segue l’andamento della spirale logaritmica.
Gli insetti si avvicinano a una sorgente di luce seguendo una spirale logaritmica perché sono abituati ad avere la sorgente di luce a un angolo costante rispetto al loro percorso di volo. In genere il sole è l’unica sorgente di luce e volando in questo modo si ottiene un percorso praticamente rettilineo.
FONTE

Testo 07.2015


 

Come vi avevo anticipato, ho lavorato sodo nell’ultimo mese per sintetizzare le 130 pagine del libro in 20 paginette formato A4 Arial 10…
Da oggi -a piccole dosi quotidiane- pubblicherò delle “pillole” così da condividerle con tutti coloro che stanno percorrendo un percorso esistenziale con tempi e ritmi compatibili al mio, nella speranza di essere d’aiuto e trarne magari confronto costruttivo.
Lo scopo finale è quello di memorizzare, comprendere a fondo e poi riuscire a mettere in pratica questi utili insegnamenti per migliorare la qualità della quotidianità. Sistemato casa, lavoro, titoli, mezzi, fisico, risparmi e relazioni sociali varie… è ora tempo (forse tardi, ma tant’è… e poi “meglio tardi che mai!” 😄 ) di dedicarmi alla cura della mia psiche approfondendo tematiche che ho lasciato in sospeso per troppi anni, così da cercare di godermi appieno i frutti dei tanti sacrifici fatti, mentre preparo il mio primo libro e consolido le basi per la realizzazione del Progetto “Eremo”.

Giulio Cesare Giacobbe
Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita
Edizioni Ponte alle grazie

Dietro a questo titolo provocatorio si nasconde un manuale prèt-à-porter che qualunque nevrotico, o aspirante tale, dovrebbe tenere in tasca e non abbandonare mai, specie nei momenti peggiori. Esso utilizza tecniche yoga, buddhiste e zen, praticate da secoli dagli orientali (evidentemente anche loro nevrotici) ma esportabili anche a noi poveri uomini e donne dell’occidente. La nevrosi – in particolare la sua forma più diffusa, la nevrosi ansioso-depressiva di cui soffre oggi la maggior parte della gente – ci sommerge di ansie e paure che ci impediscono di gioire della vita e dei rapporti con gli altri. Eliminando il pensiero nevrotico (le seghe mentali), e ritornando a quella realtà da cui esso ci allontana (e questo libro espone le tecniche che ci permettono di farlo), noi impariamo a godere della vita e delle cose che ci stanno intorno e che ormai non vediamo quasi più. Il primo passo per avvicinarsi alla realtà e piantarla con la paranoia nevrotica è ridere, e questa è la ragione del linguaggio umoristico e provocatorio con cui l’autore illustra le sue teorie.
Un grande piccolo libro che si aggiunge al secolare fiume della saggezza che da tutte le culture del mondo scorre verso la felicità ma nel quale nessuno di noi trova mai il tempo (e il coraggio) di bagnarsi.

Giulio Cesare Giacobbe
si è laureato in Filosofia all’Università di Genova e in Psicologia negli Stati Uniti (California). Ha praticato analisi personale e formazione in psicoterapia presso l’Istituto di Psicosintesi di Firenze. È titolare dell’insegnamento di Fondamenti delle discipline psicologiche orientali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova, dove vive e lavora.


 

Capitolo secondo
Delle seghe mentali – Definizioni

Dicesi «sega mentale» il pensare a cose che non hanno attinenza con la realtà.
La realtà è il nostro corpo e l’ambiente fisico che ci circonda.
Se tu avessi il coraggio di accettare questa verità, il tuo compito di smettere di farti le seghe mentali e cominciare a goderti la vita sarebbe già per metà assolto.
Le persone normali (ad esempio io e un idraulico di Busalla che ho conosciuto l’altra domenica quando sono andato per funghi) sanno benissimo che le cose stanno così.
I nevrotici (isterici, nevrastenici, ansiosi, depressi, schizoidi, paranoidi, ecc), ossia tutti gli altri, sono irrecuperabilmente convinti che la realtà stia dentro la loro testa.

La sega mentale benefica
Non tutte le seghe mentali sono malefiche: vi sono anche seghe mentali benefiche.
La sega mentale che da piacere è benefica.
Un tipo particolare di sega mentale benefica è il pensiero creativo.
L’arte, la scienza, la filosofia sono tutte seghe mentali benefiche.
Il mondo reale non ti piace? Te ne inventi uno nel quale ci stai da papa.
Certo, inutile negarcelo, sono tutte fughe dalla realtà. Ma sono bellissime. Ci fanno godere, ci fanno stare bene, ci danno sollievo. E quindi sono, per noi, benefiche.
Attenzione, però. Le seghe mentali sono come i funghi: quelli velenosi uccidono; quelli non velenosi se ingeriti in grande quantità fanno venire mal di pancia.
Che dire di uno che si perde nella sua fantasia (sia essa bellissima arte, ingegnosa scienza o profonda filosofia) e si estrania dal mondo che lo circonda? Che differenza c’è con un drogato? Certo, è bellissimo. Ma poi non ti stupire se un bel giorno ti ritrovi separato, con i figli che devi andare con la loro fotografia in tasca per ricordarti come sono fatti, senza uno straccio di amico, con l’alito cattivo, una vita sessuale da fare schifo, e per giunta stitico.
Certo, qualcuno deve pur sacrificarsi, per mandare avanti il patrimonio conoscitivo dell’umanità, ma il risultato è socialmente disastroso.
Quindi attento: fai pure arte, scienza e filosofia, ma non perdere mai il contatto con la realtà. Tra l’altro pare che vengano meglio, in questo modo.
L’arte, la scienza e la filosofia sono un raro esempio di seghe mentali riuscite bene. Ma sono un’eccezione. Le altre sono una schifezza. Sono malefiche.

La sega mentale malefica
Banalmente, possiamo definire la sega mentale malefica in contrapposizione alla sega mentale benefica. La sega mentale che da sofferenza è malefica.
Ma quale è, in dettaglio, il processo che costituisce la sega mentale malefica?
Quando l’essere umano si è civilizzato, ha eliminato i pericoli fisici dell’ambiente ma ha creato dei nemici ben più pericolosi dentro il suo cervello.
Il suo Io si è esteso dal suo corpo (sua unica realtà) a una serie enorme di ruoli e immagini, cioè di simboli, non reali. Il nostro Io è diventato ipertrofico, enorme, come un rampicante che ha invaso tutto il mondo a noi circostante.
Più uno possiede cose e relazioni, più uno è ricco e potente, più il suo Io simbolico è esteso.
È evidente che più è esteso il nostro Io, più esso è vulnerabile: è più facile colpire un soldato quando ne abbiamo davanti un reggimento che quando ne abbiamo davanti uno solo.
Il risultato è che noi ci sentiamo continuamente aggrediti in qualche parte simbolica del nostro Io.
Le aggressioni reali, quelle fisiche, sono ormai relativamente rare.
Ma il nostro sistema d’allarme non distingue fra aggressioni fisiche reali e aggressioni simboliche pensate. Perché l’impulso alla sua attivazione proviene dal cervello, non dal mondo esterno.
E il nostro cervello decide invariabilmente che le aggressioni simboliche sono aggressioni, a tutti gli effetti. Per cui noi entriamo continuamente in tensione.
E la tensione è vissuta da noi come sofferenza.
Di conseguenza noi soffriamo continuamente e siamo infelici.
La sofferenza, disse il Buddha, sottende la nostra vita al punto da costituire la « condizione umana »: la sua causa è appunto la nostra identificazione con i simboli dell’Io.
Questo, è il meccanismo della sega mentale.
O più esattamente, della sega mentale malefica.
Che a questo punto siamo in grado di vedere dall’interno nella sua struttura e quindi di definire più compiutamente.
La sega mentale malefica consiste nell’identificazione dell’Io con un suo simbolo e nella creazione di sofferenza in seguito alla supposizione di minaccia a tale simbolo estesa all’intero Io.

 


 

Capitolo terzo
Del come sono fatte le seghe mentali

Le seghe mentali quindi fanno male. Danno sofferenza.
Se sei intelligente, questa risposta non ti basta e vuoi sapere qualcosa di più circa il meccanismo della sega mentale e quindi della sofferenza.
Allora, cos’è la sofferenza?
Fisiologicamente, la sofferenza, sia fisica che mentale, consiste in uno stato di contrazione muscolare in qualche parte del nostro corpo. La contrazione muscolare è provocata da uno stato di tensione elettrica, che è comunicato alle cellule muscolari dalle cellule nervose che sono nel cervello. È nel cervello, dunque, che si decide se attivare lo stato di contrazione muscolare e quindi di sofferenza.
Lo stato di tensione elettrica cellulare deriva dunque dall’attivazione del nostro sistema d’allarme naturale, che ha lo scopo di assicurarci la sopravvivenza e quindi entra in funzione ogni volta che a noi sembra di ravvisare un pericolo per la nostra incolumità.
È il nostro cervello che decide, insindacabilmente, cosa costituisce un pericolo per noi. Ho detto infatti più sopra « quello che a noi sembra un pericolo ».
A volte il nostro cervello decide che non vi è nessun pericolo in cose pericolosissime e vede pericoli mortali in cose assolutamente innocue.
Perché i pericoli inventati dal nostro pensiero sono praticamente infiniti.
Il pensiero è dunque la causa principale della nostra sofferenza, l’essenza stessa della sega mentale.
Eppure il pensiero non è nato con l’idea di essere, o di diventare, un’arma di autodistruzione, naturalmente. Il pensiero è un risultato dell’evoluzione biologica, quindi ha lo stesso scopo di tutte le funzioni biologiche: la sopravvivenza.
Dunque lo scopo immediato del pensiero, quello per cui probabilmente si è originato, è scaricare la tensione eccessiva.
Avendo addosso una tensione insopportabile e non potendo scaricarla completamente attraverso l’azione reale, la scarichi parzialmente attraverso l’azione pensata.
Quindi il pensiero è fondamentalmente un surrogato dell’azione.
Infatti il pensiero consiste sostanzialmente nella simulazione immaginativa dell’azione.
Per dirla in termini fisiologici, quando, a causa di un’aggressione ambientale, lo stato di tensione (e quindi di malessere) raggiunge un livello di guardia oltre il quale può diventare autodistruttivo per l’individuo, subentra a salvaguardia della sua sopravvivenza uno stato di benessere (caduta temporanea della tensione) provocato autogenamente mediante l’attivazione del pensiero, il quale simulando l’azione capace di scaricare la tensione simula una situazione ambientale gratificatoria.
Materialmente, nel cervello viene sostituita la produzione di neurotrasmettitori adrenalinici (che provocano lo stato di tensione, cioè di stress) con la produzione di neurotrasmettitori noradrenalinici (che provocano lo stato di distensione).
E un normale fenomeno di omeostasi, cioè di ripristino dello stato di equilibrio fisiologico, finalizzato alla sopravvivenza, che rientra nella naturale dinamica biologica degli organismi viventi.
Il pensiero, quindi, assolve a una funzione difensiva dalle aggressioni ambientali.

Probabilmente, la forma primitiva del pensiero è il sogno.
Infatti anch’esso, come il pensiero, è simulazione di azioni non reali e anch’esso, come il pensiero, si attiva in caso di eccesso di tensione, come in occasione di traumi.
A questo livello primitivo pensano, in quanto sognano, anche gli animali.
Con l’evoluzione della neocorteccia nel cervello umano probabilmente il sogno si è prolungato anche durante la veglia e con lo sviluppo del linguaggio è diventato pensiero. E con il pensiero si è sviluppata la logica e la capacità di deduzione.
Da semplice meccanismo di troppo pieno, il pensiero è diventato nell’essere umano una formidabile arma di controllo dell’ambiente per mezzo della quale egli si è impadronito del pianeta, perché mediante il pensiero l’essere umano è diventato capace di risolvere i problemi ambientali.
Le azioni simulate dal pensiero, infatti, possono essere non soltanto semplicemente consolatorie nei confronti di condizioni ambientali negative, ma anche atte a eliminare quelle stesse condizioni ambientali negative che hanno attivato il pensiero e che costituiscono un problema.
Se sei chiuso in una trappola, il pensiero può aiutarti a uscirne.
Questo è diventato il pensiero nell’essere umano: un sistema di problem solving, un sistema capace di risolvere i problemi ambientali attraverso la simulazione delle azioni atte alla loro soluzione. A patto però che le azioni pensate vengano attuate, cioè che le azioni da simulate divengano reali e quindi che il pensiero dia luogo all’azione: questa elimina le condizioni ambientali negative e scarica la tensione ristabilendo l’equilibrio omeostatico, cioè lo stato di benessere.
Il pensiero che da luogo all’azione capace di eliminare le condizioni ambientali negative assolve dunque pienamente alla sua funzione di difesa dalle aggressioni ambientali.
Ma esso è un pensiero attinente alla realtà.
Quindi il pensiero che da luogo all’azione non è una sega mentale mentre, banalmente, Il pensiero che non da luogo all’azione è una sega mentale. Ma quante volte tu traduci il tuo pensiero in azione? Quante volte tu usi il tuo pensiero per risolvere problemi reali utilizzando la sua funzione più evoluta? Quante volte invece ti immagini azioni che non sei stato o non sei in grado di compiere? Quante volte utilizzi la funzione più primitiva del pensiero semplicemente per contenere la tensione generata dai problemi reali non risolti con l’azione? Tu puoi facilmente constatare che la maggior parte del tuo pensiero è rivolto ad assolvere la sua funzione primitiva di contenimento della tensione simulando azioni immaginarie sostitutive delle azioni reali non compiute, piuttosto che a risolvere, con l’azione reale, problemi reali.
Ne deriva una verità tremenda, che pochi sono in grado di reggere senza farsi prendere da un travaso di bile: il pensiero è molto spesso una sega mentale.

E che dire di quando l’azione simulata dal tuo pensiero non può essere attuata o di quando non è in grado di eliminare le aggressioni ambientali neppure sul piano dell’immaginazione?
In questi casi la tua tensione non soltanto non diminuisce, ma addirittura aumenta, in quanto il diminuire della tua capacità di difesa aumenta il grado di pericolosità da te attribuito alle aggressioni ambientali e quindi la tua reazione tensiva, ossia la tua sofferenza.
Da sistema di difesa dalla tensione, il pensiero si trasforma in questo caso in un sistema di incremento della tensione, cioè della sofferenza, e quindi in un processo autolesivo.
Quindi se un problema reale non viene risolto con l’azione, la tensione da esso generata rimane e scatta la valvola del pensiero per contenerla entro limiti accettabili.
Ma se il problema reale è molto grave, la tensione è talmente alta che il pensiero non riesce ad abbassarla entro limiti accettabili. Cosa fa allora il sistema per difendersi?
Dimentica il problema.
Freud ha chiamato questo processo rimozione. La rimozione non elimina tuttavia la tensione generata dal problema rimosso: la mantiene soltanto entro limiti non distruttivi.
La tensione continua quindi a generare pensiero.
Ma non potendosi palesare nel problema reale perché rimetterebbe in moto una tensione insopportabile dal sistema, il pensiero genera un altro problema, un problema immaginario, apparentemente risolvibile.
In realtà il problema immaginario non può essere risolto.
Infatti non esiste soluzione reale del problema immaginario per il semplice fatto che il problema immaginario non è reale.
Il problema immaginario infatti non può venire risolto neppure con l’azione.
Infatti l’eventuale azione attivata da un problema immaginario non è atta a risolvere la tensione perché questa è originata, come abbiamo visto, da un problema reale diverso o non più attuale, e quindi l’azione atta a risolvere la tensione è soltanto quella che avrebbe dovuto essere compiuta a fronte del problema reale: quindi o un’azione diversa, o la stessa azione ma compiuta in un tempo e in un contesto diverso (nel passato).
E vero che un problema immaginario può avere una soluzione immaginaria, ma poiché l’invenzione del problema immaginario è precisamente il « troppo pieno » di una tensione non risolta con l’azione, e non risolvibile altrimenti che con l’azione, la sua soluzione immaginaria darebbe luogo all’invenzione di un altro problema immaginario, perché è precisamente questo il processo attraverso il quale il sistema psicofisico tenta di ristabilire lo stato omeostatico: cioè appunto la produzione di pensiero simulante l’azione non attuata.
Di solito il tuo cervello, che tende tutto sommato all’economia, non sta neppure a sprecare energia per risolvere immaginariamente un problema immaginario per poi inventarsene subito dopo un altro e ritornare da capo nella situazione iniziale (questo lo fanno i matti!): si tiene il primo che gli capita e ci si trastulla senza neppure far finta di trovargli una soluzione. Oppure, se sei particolarmente fantasioso, se ne inventa uno dopo l’altro senza risolverne nessuno (caso, più semplice, dei nevrotici).
La tensione causata da un problema immaginario, quindi, non può essere eliminata.
Anzi lo stesso problema immaginario diventa fonte di tensione.
Da sistema di difesa dalla tensione, il pensiero si trasforma quindi, nel caso dei problemi immaginari, in sistema di incremento della tensione e quindi in un processo autolesivo che si protrae nel tempo e si accresce indefinitamente in quanto si autoalimenta.
La tensione, diminuita inizialmente dalla rimozione, generando pensiero creatore di problemi immaginari, aumenta, tendendo a riportarsi al livello originato dal problema reale rimosso e anzi a superarlo.
Nel caso dei problemi immaginari l’autoalimentazione della tensione attraverso il pensiero è infatti particolarmente vigorosa: spesso succede che con il tempo i problemi immaginari inventati dal pensiero generino più tensione di quella generata inizialmente dal problema reale che ha innescato il processo.
Quindi il pensiero di problemi non reali è la sega mentale più malefica. Un processo sistematico di seghe mentali malefiche, noi lo chiamiamo nevrosi. Esso è diffusissimo.
Soltanto l’intervento di uno psicoterapeuta preparato ed esperto può salvarti in questo caso: l’illusione di non avere bisogno di aiuto esterno fa parte del quadro nevrotico, divenuto, da assetto difensivo, assetto autolesivo.
Poiché, come abbiamo visto, il pensiero tende a essere più spesso una sega mentale che una spinta all’azione e poiché le seghe mentali tendono a essere più spesso malefiche che benefiche, ne deriva un’altra verità che farà incazzare ancora di più gli esaltatori del pensiero come massima espressione dell’essere umano: il pensiero è molto spesso una manifestazione nevrotica.
Ma allora, mi dirai, bisogna smettere di pensare? Ebbene, ti devo confessare che non sarebbe male, smettere di pensare, e ti devo anche confidare che è bellissimo. Tuttavia è sufficiente usare il pensiero soltanto in quelle poche occasioni in cui serve davvero a salvarci e a stare meglio: non poi così spesso come si crede.

NOTE
4 Se vuoi saperne qualcosa di più di quello che succede nel tuo cervello senza lambiccartelo troppo vediti un qualsiasi trattato divulgativo come ad esempio R. Ornstein e R. Thompson, Il cervello e le sue meraviglie, Rizzoli, Milano, 1987.
6 « L’uomo è nevrotico. E il fenomeno non riguarda soltanto un limitato numero di casi, è l’umanità, in sé, a essere nevrotica. Il problema non è quindi quello di prendersi cura di alcuni individui; si tratta di curare l’umanità in quanto tale. La nevrosi è la condizione ‘normale’ dell’uomo poiché ciascuno attraversa un’esperienza educativa condizionante. Non gli si consente di essere semplicemente quello che è, lo si deve plasmare secondo un particolare modello. È questo modello, qualsiasi modello, a creare la nevrosi » (B.S. Rajneesh, Meditazione dinamica, Ed. Mediterranee, Roma, 1979, pag. 53).
8 Il non pensare è la condizione naturale dell’essere umano. «I bimbi, di per sé, non sono mai concentrati su nulla. […] Nel momento in cui limitate la vostra mente, mettete a fuoco la vostra coscienza su di un oggetto particolare e vi condannate simultaneamente all’incoscienza di tutto il resto. Tale limitazione è una necessità esistenziale. È un fatto utilitario, ma sopravvivere non è sufficiente; l’utilitarismo non basta. Così, quando fate una scelta utilitaristica imponendo limitazioni alla vostra coscienza, negate alla vostra mente l’attuazione di molte delle sue potenzialità. Non usate più la totalità della vostra mente. Ne usate soltanto una parte minima. Il resto – ed è la parte maggiore – diviene inconscio. Viene così creata una divisione, una scissione. La maggior parte della vostra mente diviene estranea. Vi alienate da voi stessi; divenite straniero alla vostra totalità. Questo inconscio questa mente potenziale e inutilizzata, sarà costantemente in lotta col conscio. Ecco perché si assiste sempre a un conflitto interiore. Ciascuno vive una situazione conflittuale a causa di questa scissione fra conscio e inconscio. Soltanto se si consente al potenziale, all’inconscio, di fiorire, si potrà vivere la beatitudine dell’esistenza» (B.S. Raineesh, op. cit., pag. 16).

Capitolo quarto
Del perché ci facciamo le seghe mentaliIl cervello
Il problema che dobbiamo affrontare in questo capitolo è il seguente: perché, se ci fanno così male, continuiamo a farci le seghe mentali?
Pare che il nostro cervello sia fatto come uno di quegli armadi che la società dei telefoni mette per le strade: se lo apri ci vedi dentro un mucchio di fili e ti sembra un casino pazzesco; soltanto la società dei telefoni ci capisce qualcosa e si guarda bene dal dircelo.
Tutte le volte che noi percepiamo qualcosa pare che sia un risultato del fatto che un gruppo di quei fili va sotto tensione. Cioè sono attraversati da una corrente elettrica.
Poiché probabilmente il Creatore è più intelligente della società dei telefoni e anche più malizioso, il nostro armadietto è un po’ più complicato di quello dei telefoni: i nostri fili non si limitano a trasmettere corrente elettrica, ma emettono anche sostanze chimiche.
Ora, quando un gruppo di fili del nostro armadietto-cervello va sotto tensione ed emette i suoi bravi neurotrasmettitori (cioè «si attiva»), ci gode un casino a farlo e tende a farlo ancora. Come tu a bere la Coca e a mangiare patatine fritte. È la cosiddetta «legge d’inerzia», che governa tutti i fenomeni dell’universo: se non interviene qualcosa a modificarlo, un fenomeno tende a ripetersi all’infinito. La legge d’inerzia, nel nostro armadietto-cervello, è particolarmente attiva.
Questo perché più è alta la tensione di un circuito neuronale, più a lungo esso è attraversato dalla corrente elettrica, cioè più lungo è il tempo necessario a riportarlo nella condizione di neutralità elettrica (assenza di pensiero). E non a caso ti ho parlato di tensione quando ti ho parlato dello stato emotivo della paura, quella messa in moto dal tuo sistema d’allarme quando ti senti in qualche modo in pericolo. Perché si tratta proprio di quella tensione elettrica che si genera fra i fili di un circuito del tuo armadietto-cervello.
Ecco perché i nostri pensieri, specialmente quelli che contengono una preoccupazione o una paura, tendono a ritornare fino a diventare un’ossessione.
Lui ti vuole bene o vuole solo portarti a letto? Lei ti tradisce o no? Non fai altro che pensarci.
Questa è la dinamica della sega mentale.
Un bell’esempio di macchina autoalimentata, quasi di moto perpetuo.
Ora, la cosa incredibile è che il pensiero si produce indipendentemente dalla nostra volontà.
Tu non vorresti continuare a pensare se lui ti vuole bene o vuole solo portarti a letto oppure se lei ti tradisce o no, ma lo fai. Continui a pensarlo anche senza volerlo. Anzi non vorresti proprio farlo, perché è un pensiero che ti da fastidio. Ma lo fai contro la tua volontà.
In altre parole, il tuo pensiero è completamente automatico.
Non sei tu, l’autore/trice del tuo pensiero.
Il tuo pensiero si produce da solo, come l’adrenalina, il colesterolo e la pipì.
Non ci credi? È naturale, nessuno ci crede.

Quest’affermazione è di una gravità tale, che va ponderata e vagliata. E costituisce anzi una scoperta capitale, nella vita di un essere umano. Da allora in poi, egli, se è intelligente, non prende più sul serio i propri pensieri.
Ce n’è quanto basta a far venire un coccolone a scienziati, filosofi e artisti, i quali con questo capiscono che non hanno alcun merito delle loro invenzioni.
In realtà è il nostro inconscio a produrre le nostre creazioni.
Nel nostro cervello ci sono registrati tanti di quei dati, che anche l’ultimo scemo del villaggio potrebbe inventarsi la teoria della relatività. Metterla giù in linguaggio matematico è naturalmente tutta un’altra cosa. Lì sì, che interviene la volontà.
Perché il pensiero, come tutte le nostre funzioni, può essere involontario o volontario.
Ma quanto, del nostro pensiero, è volontario?
Il fatto che siamo coscienti del nostro pensiero non vuole dire che esso sia volontario.
Soltanto quando volontariamente pensiamo a qualcosa, e lo facciamo quando studiamo, quando leggiamo, o quando ci applichiamo volontariamente alla soluzione di un problema reale, il nostro pensiero è realmente volontario.
Ma quante volte lo facciamo, in una giornata? Il resto è tutto pensiero involontario. Cioè quasi tutto.
Il nostro cervello costruisce non soltanto quasi tutto il nostro pensiero, ma attraverso di esso costruisce il nostro universo e la nostra vita. Nel nostro cervello c’è tutto il nostro universo.
Comprese le seghe mentali.
Ecco dunque perché ci facciamo le seghe mentali. Perché è il nostro cervello, a farsele. Non siamo noi a volercele fare. Le seghe mentali ci si fanno da sole.
I due mondi
Esistono due mondi: il mondo della mente e il mondo della realtà.
A un oggetto o a un evento A del mondo della realtà percepito dalla nostra coscienza noi attribuiamo normalmente un significato B sulla base di un analogo oggetto o evento C registrato nella nostra memoria inconscia, con il quale lo compariamo.
E’ B, e non A, che va a determinare il nostro comportamento D.
A e D appartengono al mondo della realtà, B e C appartengono al mondo della mente.
Come si vede, si tratta di oggetti o eventi completamente diversi.
In altri termini, noi non abbiamo normalmente una rappresentazione oggettiva della realtà ma soltanto e sempre una rappresentazione soggettiva di essa, derivata dal condizionamento della nostra esperienza precedente, registrata nella nostra memoria.
Questo processo è stato scoperto dalla psicologia orientale oltre duemila anni fa ed è riportato dalla tradizione indica, segnatamente da quella yogica, con il nome di legge del Karma.
Freud lo ha riscoperto per noi occidentali all’inizio del ventesimo secolo.
Quello che appare evidente è che i due mondi, quello della realtà e quello della mente, sono distinti e separati, in quanto contengono oggetti ed eventi distinti e separati.
Banalmente il mondo della realtà è reale il mondo della mente non è reale.
Per vedere la realtà com’è, noi dovremmo smettere di pensare, e cioè smettere di farci condizionare dalla nostra memoria.
Il che si ottiene soltanto sviluppando un controllo della mente capace di non farci condizionare dai nostri stessi pensieri. Roba che soltanto un Buddha è capace di fare.
Normalmente noi siamo completamente condizionati dal nostro pensiero, non soltanto nel senso che alteriamo la lettura della realtà, ma soprattutto nel senso che siamo immersi nei nostri pensieri e la realtà non la vediamo nemmeno.
La cosa tragica è infatti che noi viviamo normalmente nel mondo della nostra mente e non nel mondo della realtà, tanto più quanto più soffriamo di nevrosi.
E gli oggetti del mondo della nostra mente non sono reali, sono banalmente creazioni fantastiche della nostra mente. Che però noi scambiamo tragicamente per reali.
Ecco la base e la materia della nostra sofferenza. Appunto, le seghe mentali.NOTE:
8 Che il pensiero intuitivo si produce spontaneamente era già stato scoperto dagli antichi Greci, i quali scaricavano sulla divinità la responsabilità delle loro pensate poetiche e divinatorie.
11 Karma significa «esperienza»: si tratta appunto della funzione condizionante delle esperienze precedenti registrate in memoria.
12 « La verità non è mai nel passato. La verità del passato è la cenere della memoria; la memoria procede dal tempo e nella morta cenere dell’ieri non c’è verità. La verità è una cosa vivente, ma non nella sfera del tempo». J. KRISHNAMURTI, La sola rivoluzione, Astrolabio, Roma, 1973, pag. 11.

 


 

Capitolo quinto
Del perché non farsi le seghe mentali

Allora se sei un/a normalissimo/a segaiolo/a mentale e non un/a dannato/a masochista, penso che tu sia molto interessato/a a sapere per quale motivo devi smettere di farti le seghe mentali.
Per smettere di soffrire.
Perché è evidente che le seghe mentali specialmente quelle malefiche, fanno soffrire.
Infatti le seghe mentali non sono altro, come abbiamo visto, che la riproduzione reiterata e automatica di pensieri portatori di una qualche tensione, cioè di sofferenza, generata da uno stato di paura, ossia di allarme nei confronti di qualcosa, che il nostro cervello ritiene pericoloso per la nostra incolumità, il più delle volte non reale ma simbolica.
Se quindi vuoi smettere di soffrire e vuoi goderti la vita, devi smettere di farti le seghe mentali. Se non sei un/a dannato/a masochista, capisci tutta l’importanza del ragionamento.


 

Capitolo sesto
Del come non farsi le seghe mentali

La depressione
Questo è il capitolo più importante del libro.
Anzi, praticamente i capitoli precedenti puoi anche fare a meno di leggerli.
Mi dirai: ma come? me lo dici adesso che li ho già letti? E be’, cosa vuoi farci, così va la vita.
Che scopri che potevi fare a meno di fare una cosa soltanto dopo che l’hai fatta.
D’altronde è naturale: se prima non la fai, come cavolo fai a capire che potevi fare a meno di farla?
Anche a me è successo di capire soltanto adesso che quello che ho scritto prima non è così importante come quello che sto per scrivere adesso.
Ma ci sono due considerazioni da fare.
La prima è che questo giudizio è valido soltanto se riferito al passato.
Quando il passato era presente, questo giudizio non era valido, perché allora mi sembrava importante dire quello che ho detto.
Questo ragionamento apparentemente inutile te l’ho fatto perché accade spessissimo di inquinare il presente con giudizi negativi sul passato, con il risultato di deprimerci in merito a supposti errori commessi. Questo è un tipico esempio di sega mentale.
Possiamo anche avere sbagliato, ma sbagliamo ancora se ci deprimiamo invece di trarre un insegnamento.
La seconda considerazione è che una qualche importanza la deve avere anche quello che ho detto prima, se sentivo il bisogno di dirlo.
Questo è un modo vantaggioso di vivere la realtà: vedendo nel presente gli aspetti positivi del passato. Il vedere soltanto e anzi il soffermarsi sugli aspetti negativi del passato equivale a pensare cose non attinenti alla realtà e quindi a farsi delle seghe mentali.
E queste seghe mentali, che sono specificamente malefiche, alla lunga portano a una conseguenza terribile, che equivale a un suicidio: la depressione.
La depressione è il nostro più grande nemico: essa ci fa non solo soffrire, ma anche ammalare e morire.
Il presente grafico chiarisce la cosa:
– delirio di onnipotenza
– Io [dentro un razzo stilizzato]
– ESALTAZIONE
– DEPRESSIONE
– suicidio
Affinchè noi stiamo bene, in salute e benessere psichico, occorre che il razzo dell’Io sia in zona di esaltazione. La depressione conduce al suicidio, conscio o inconscio.
La malattia è un suicidio inconscio.
Certo, al limite dell’esaltazione c’è il delirio di onnipotenza.
Ma stai tranquillo, non è questo il tuo caso, altrimenti avrei già sentito parlare di te.
Il fatto è che il razzo dell’Io è pesante e come tutte le cose pesanti tende verso il basso cioè appunto verso la depressione.
Questo fatto Freud lo ha chiamato istinto di Thanatos (morte).

Noi tendiamo naturalmente alla depressione, non all’esaltazione, specie dopo i venticinque anni, quando comincia il catabolismo cellulare, cioè quando muoiono più cellule di quante ne nascono. Quindi occorre che ci difendiamo dalla depressione a tutti i costi, se vogliamo stare bene.
Siate disposti a fare qualunque cosa, anche la più turpe, pur di non andare in depressione.
L’importante è mantenere il nostro Io in esaltazione.
Poiché le seghe mentali malefiche sono la causa primaria della depressione, la cosa più importante, sul piano concreto, è dunque questa: come smettere di farsi le seghe mentali (malefiche)?
Cioè come smettere di andare in paranoia per ogni cosa che il nostro cervello decide essere un attentato alla nostra incolumità simbolica?
Cioè come smettere di pensare a cose (ritenute minacciose) non attinenti alla realtà?
E quindi come smettere, in generale, di pensare a una cosa?
Queste domande cruciali comportano due problemi.
Il primo problema è: siamo veramente in grado di smettere di pensare a qualcosa e, più in generale, siamo in grado di smettere tout court di pensare?
La risposta è: sì.
Il secondo problema è: come?
La risposta è in questo stesso capitolo.

La presenza mentale
A questo punto ti suggerisco una pausa e un bel diversivo.
Perché quella che segue è una lettura molto impegnativa, che richiede tutta la tua concentrazione.
Nella Vita di Siddharta il Buddha scritta da Thich Nhat Hanh in base ai testi canonici pali e cinesi (la biografia ufficiale più attendibile del Buddha), si legge questo passo semplice e chiaro (così semplice e chiaro che è rivolto a dei bambini, e quindi puoi capirlo benissimo anche tu). Così non hai più scuse e non buoi più dire che tu il buddhismo non lo capisci perché è troppo «esoterico».

Siete bambini intelligenti e sono certo che potete comprendere e mettere in pratica quanto vi dirò. La Grande Via che ho scoperto è sottile e profonda, ma chiunque sia disposto a impegnare il cuore e la mente sarà in grado di capirla e di seguirla.
Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente.
Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza?
Mangiando un mandarino, sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza.
Bambini, cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza?
Mangiando un mandarino, non sapete che lo state mangiando. Non ne gustate la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, non sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, non sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, non sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Così facendo, non potete apprezzare la natura splendida e preziosa del mandarino. Se non siete consapevoli di mangiarlo, il mandarino non è reale. Se il mandarino non’ è reale, neppure chi lo mangia è reale.
Ecco cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza.

Ecco dunque il segreto! Per smettere di farsi le seghe mentali occorre rivolgere la propria attenzione a ciò che si sta facendo, a ciò che ci succede, al mondo che si ha intorno.
Smettere di pensare!
Smettere di macinare pensieri malefici!
Smettere di farsi le seghe mentali!
Mi dirai: bella scoperta!
Per smettere di farmi le seghe mentali devo smettere di farmi le seghe mentali!
Se fossi colto/a, mi diresti: ma questa è una tautologia!
Sei ingiusto/a.
Perché, se guardi bene, scopri che io non ti ho detto semplicemente di smettere di farti le seghe mentali, ma ti ho detto come smettere.
È vero che per ottenere questo devi fare un atto di volontà.
Ma io ti ho detto dove devi indirizzare il tuo atto di volontà.
La tua volontà deve mettere in moto la tua attenzione.
Devi semplicemente rivolgere la tua attenzione su quello che stai facendo.
È ciò che il Buddha chiama « presenza mentale ».
La presenza mentale è il segreto per smettere di farsi le seghe mentali.
Quindi
La presenza mentale nella realtà è il segreto per godersi la vita.
Infatti, se tu sei presente alle cose che stai facendo e che ti circondano, te le godi.
Naturalmente, anche questa cosa, come purtroppo tante altre nella nostra vita, anche se è semplice a dirsi, è difficile a farsi.
Ma c’è un sistema, una tecnica.
E proprio di questa che ti parlerò nei prossimi paragrafi.

Il mondo
Le cose importanti vanno costruite gradualmente.
Vi sono tre fasi pratiche che devi attuare, per realizzare la presenza mentale.
La prima te la descrivo in questo paragrafo, la seconda nel paragrafo intitolato «Il corpo», la terza in quello seguente intitolato « La mente ».
La prima fase da attuare, nel processo di realizzazione della presenza mentale, consiste nel concentrare la tua attenzione sul mondo materiale che ti circonda. Ossia sulla realtà.
Se concentri la tua attenzione su un fatto o su un oggetto, essi per te diventano reali, come ha detto il Buddha. Non solo, ma assumono un rilievo particolare, li vedi chiaramente in tutta la loro unicità e la loro bellezza: li assapori e li godi.
Se tu passeggi per la strada e una persona ti sorride e questo fatto ti scivola attraverso la coscienza come l’acqua sull’ala di un gabbiano senza essere realmente osservato da te, quella persona non esiste per te. E come lei non esiste per te, così tu non esisti per lei.
E se così trascorre la tua vita, tu corri verso la morte senza vedere realmente nulla, senza vivere realmente nulla, senza godere realmente nulla.
Non sei esistito/a.
Ma se ti fermi a osservare, a vivere con consapevolezza, con presenza mentale, ogni istante, ogni persona, ogni oggetto, ogni situazione della tua vita, potrai dire di avere realmente vissuto, di essere stato/a realmente presente nel tuo mondo, nel tuo tempo, di essere realmente esistito/a e non essere stato/a soltanto un fantasma che ha attraversato la vita senza lasciare traccia.
Se rivolgerai la tua attenzione al mondo che ti circonda, scoprirai che ci sono in esso mille meraviglie che non avevi mai notato, assorto/a com’eri nelle tue seghe mentali.
Comincia da questo preciso istante.
Osserva il mondo che hai intorno. Osserva gli oggetti, le persone, uno per uno, attentamente, con calma. Non avere nessuna premura, non devi ottenere assolutamente nulla, non devi cercare assolutamente nulla. Osserva soltanto. Nient’altro.
Diventa completamente passivo/a.
Sei un/a osservatore/rice.
Sei soltanto una coscienza che registra ciò che vede.
Ma ti accorgi presto che diventi partecipe della realtà, che diventi gli stessi oggetti che stai osservando. Cominci a vederli per quello che essi sono, senza alterarli con le interpretazioni della tua mente. Perché?
Perché quando osservi, quando osservi veramente, con attenzione, con partecipazione, smetti di pensare. Smetti di farti le seghe mentali.
Il nostro cervello agisce normalmente come il microprocessore di un computer: può anche andare veloce, ma proprio come quello non può ricevere normalmente più di una « rappresentazione » (concetto, immagine, emozione, sensazione) per volta.
Probabilmente nel nostro armadietto-cervello si attivano normalmente soltanto alcuni circuiti per volta.
Siamo in grado, sì, di attivarne anche molti contemporaneamente, ma soltanto in casi eccezionali: è quella che chiamiamo « intuizione », ma di essa ti parlerò più avanti.
Per adesso lasciamola da parte.
Se dunque ti concentri sul mondo che ti circonda, non attivi più i tuoi pensieri.
Prova, se non ci credi.
Certo non riuscirai a mantenere molto a lungo questo stato di vuoto mentale, di partecipazione alla realtà.
Il pensiero, il pensiero automatico che la tensione che è dentro di te spinge fuori e che è un bisogno di movimento, un tentativo di scaricare quella tensione, riprende il suo flusso, il suo turbinio, ti riporta in una condizione di incoscienza, di inconsapevolezza della realtà, perché quando sei avvinto/a dal flusso del pensiero sei come trascinato/a dalla corrente di un fiume: non riesci più a goderti il panorama che ti circonda; esso ti scivola via, veloce, sfocato, appena intravisto.
Ma ogni volta che lo vorrai potrai ritornare a osservare.
Ormai sai come fare, ormai hai imparato.
Sarà sufficiente che tu rivolga la tua attenzione al mondo che ti circonda smettendo di cercare, smettendo di volere, smettendo di fare qualcosa.
Osservare e basta.
Diventare le cose, le persone, le situazioni, il mondo, la realtà.
E come uscire dalla corrente impetuosa del fiume e sedersi sulla riva a osservare con calma, con attenzione, con amoroso interesse, il panorama che ti circonda e lo stesso fiume che scorre via, impetuoso ma inconsapevole.
Un vecchio paradosso di Zenone di Elea diceva che se il tempo scorre il tempo non esiste, perché l’istante non potendosi fermare non c’è: appena comincia è già finito.
Questa è per noi una verità esistenziale.
Se noi siamo avvinti, immersi e immedesimati nel nostro pensiero, poiché esso, come il flusso inarrestabile del tempo, è un continuo divenire, in realtà non esiste, non esiste nella coscienza dell’esistere, che non può essere divenire ma essere.
L’esistenza si coglie soltanto quando il flusso del pensiero si arresta, quando il pensiero tace, quando dentro di noi si fa il silenzio, il silenzio nel quale noi finalmente vediamo la realtà, finalmente diventiamo realtà, perché usciamo dal mondo blindato della nostra fantasia e del nostro isolamento mentale.
Quando realizziamo dentro di noi il silenzio interiore.
Questo in Oriente è detto tradizionalmente meditazione.

La meditazione
Il silenzio interiore è chiamato tradizionalmente meditazione.
Non è un silenzio che l’osservatore possa sperimentare. Se ne fa esperienza e lo riconosce, non è più silenzio. Il silenzio della mente meditativa non sta entro i confini dell’individualità, perché questo silenzio non ha frontiere. C’è solo il silenzio, nel quale lo spazio della divisione cessa.
Impara a praticare la meditazione.
La meditazione, nella tradizione orientale, consiste nello smettere di pensare, e quindi di identificarsi con l’Io, e nel riassumere la nostra originale e autentica consistenza psichica: la coscienza.
Comincia semplicemente con l’osservare ciò che ti circonda: devi arrivare al punto di essere capace di startene tranquillamente in una stanza e divertirti a scoprirne tutti gli aspetti.
Poi prova a deconcentrarti.
Cioè a non concentrare più la tua attenzione su qualcosa in particolare.
Tu hai già fatto questa esperienza: la deconcentrazione è lo stato naturale, primitivo, dell’essere umano. Esso è infatti tipico dei bambini.
Lascia andare la tua attenzione in vacanza.
Sfoca il tuo sguardo.
Lascia che la tua mente vada alla deriva.
Per farlo, devi diventare completamente passivo/a, devi diventare l’osservatore/trice di ciò che ti circonda, del tuo corpo, delle tue sensazioni, dei tuoi pensieri, di tutto quanto si presenta alla tua coscienza, senza selezionare, senza desiderare, senza rifiutare, senza giudicare.
La pratica della meditazione genererà in te una grandissima virtù: l’accettazione.
E scoprirai che l’accettazione è amore.
L’amore, l’amore universale di cui parla il Buddha, nascerà e vivrà in te con spontaneità e naturalità. Gli altri lo percepiranno e tutta la tua vita cambierà. Vivrai la felicità che è appagamento e amore.
Quando avrai imparato a fare il silenzio dentro di te, a osservare senza pensare, a diventare le cose, le persone, il mondo che ti circonda, la realtà, quando sarai diventato/a tu stesso/a realtà, quando avrai sciolto la tensione del fare, dell’ottenere, del conseguire, del realizzare, del conquistare, del costruire, allora e soltanto allora potrai ricominciare a fare, ad agire con consapevolezza.
Infatti soltanto se sarai diventato/a passività, passività assoluta, potrai farti poi consapevolmente attività, creazione.
Perché l’attività che non partecipa della passività, la penetrazione che non partecipa dell’accoglimento, è inconsapevole, non esiste alla coscienza.
Comincerai allora a vivere come ha indicato il Buddha.
A essere consapevole di ogni tuo atto, di ogni tua interazione con il mondo.
Quella stessa consapevolezza, quello stesso atto passivo dell’osservare, quello stesso silenzio che hai sperimentato nella meditazione, nell’osservazione del mondo che ti circonda, lo sperimenterai nell’azione, anche la più intensa, la più concitata, la più fulminea.
Ci saranno allora due piani di energia, dentro di te.
Uno, quello dell’azione, dell’attività, della penetrazione nel mondo.
È la tua parte maschile.
Ed è, anche se necessario alla vita, inconsapevole.
L’altro, quello dell’osservazione, della passività, dell’accettazione del mondo.
È la tua parte femminile.
È complementare al primo e lo arricchisce.
Perché è consapevole.
Se vivrai entrambi questi due piani di energia della tua personalità, vivrai appieno la tua vita, ti realizzerai nel mondo, sarai nel mondo con presenza consapevole.
E poi scoprirai un’altra cosa.
Scoprirai che l’azione consapevole, l’azione accompagnata dalla consapevolezza, dalla presenza mentale, dall’osservazione distaccata, è un’azione molto più efficace dell’azione inconsapevole, che è cieca e priva di guida. E allora comincerai a realizzare: opere, progetti, imprese. La qualità della tua vita e di quella di coloro che ti circondano migliorerà, perché cominceranno a trovarti più simpatico/a, più disponibile e rilassato/a, perché tu comincerai, finalmente, a interessarti a loro.
Probabilmente continuerai ancora a farti delle seghe mentali, perché il pensiero, il pensiero automatico che viene prodotto dal sovraccarico elettrico delle tue reti neuronali continuerà a prodursi – come si produce la pioggia per evaporazione del mare – per un’energia che si rinnova, e tu la rinnovi con le tue paure, con le tue identificazioni, con i fantasmi creati dal tuo stesso pensiero.
Ma piano piano, come piano piano l’acqua scava la roccia, se praticherai con pazienza e costanza, la frequenza delle tue seghe mentali diminuirà, per mancanza di energia «seghìstica», come diminuisce la violenza della pioggia quando le nuvole si sono prosciugate.
Quando sarai saldamente fondato/a sull’osservazione consapevole del mondo, passerai alla seconda fase dell’itinerario che conduce alla presenza mentale e all’eliminazione delle seghe mentali, quella che viene descritta nel prossimo paragrafo.

Il corpo
La seconda fase nella realizzazione della presenza mentale consiste nel rivolgere l’attenzione al proprio corpo.
Tutte le volte che ti scopri a essere preoccupato/a, a temere per qualcosa, a rimpiangere qualcosa, a desiderare qualcosa che non puoi avere, a volere liberarti di qualcosa dalla quale non puoi liberarti, e così via in tutta la casologia varia e terribile delle seghe mentali, porta semplicemente l’attenzione al tuo corpo e scoprirai che il respiro è concitato, che il cuore sta battendo troppo velocemente, che lo stomaco è contratto, che hai le mandibole serrate, che i muscoli delle spalle e del collo sono duri come pietre.
E allora comincia a parlare con il tuo corpo, con i tuoi polmoni, con il tuo cuore, con il tuo stomaco, con le tue mandibole, con le tue spalle e con il tuo collo.
Tu non parli mai con il tuo corpo, non lo degni mai della tua attenzione, lo abbandoni sempre a se stesso, ai suoi processi automatici.
Non devi stupirti poi se un giorno o l’altro il tuo corpo si ammala.
Si è logorato nei suoi automatismi tensivi, nel suo stress solitario.
Parla con il tuo corpo e digli di rilassarsi, perché non c’è niente che lo minaccia, è al sicuro nelle tue mani, tu lo assisti e lo proteggi.
Vedrai che alla fine il tuo corpo imparerà a rilassarsi.
Per imparare a fare questo ti ci vorrà un po’ di tempo, ma ne vale la pena, ne va della tua salute, della tua felicità e della tua vita.
Se hai difficoltà a concentrarti sul tuo corpo, segui questo metodo: concentrati sul tuo respiro. La concentrazione sul respiro è il modo più semplice per concentrarsi sul proprio corpo. Non sottovalutare la concentrazione sul respiro: è una tecnica potentissima.
Essa costituiva la tecnica personale del Buddha. Con essa il Buddha entrò nella trance del Nirvana ed ebbe le sue mitiche visioni.
Se riesci a mantenere la concentrazione sul respiro per mezz’ora, eliminando qualsiasi pensiero e qualsiasi oggetto della percezione, entri anche tu nella trance del Nirvana.
Però segui il mio consiglio: lascia perdere; è un’altra dannata sega mentale.
Infatti non lo fa nessuno.
La difficoltà maggiore, in tutti questi esercizi di concentrazione su oggetti neutri o gratificanti, è che ci si addormenta.
Perché questo avviene?
Perché, come ho detto, la concentrazione su un oggetto neutro o gratificante abbassa il livello della tensione e questo permette all’organismo di ricostituire il suo livello energetico ottimale, che si è abbassato in seguito al grande consumo energetico dovuto allo stato di tensione: la modalità naturale con cui l’organismo ricostituisce il suo livello energetico ottimale è appunto il sonno.
Cerca dunque di non addormentarti ma di rimanere vigile e cosciente, quando ti concentri sul tuo respiro.
Quando sarai diventato/a bravo/a nel concentrarti sul tuo respiro, impara a concentrarti sul tuo corpo, perché lo scopo di questa pratica non è la trance, l’estraniazione dal mondo e dalla realtà, ma esattamente il contrario: la presenza mentale nella realtà. E il tuo corpo fa parte della realtà. Impara dunque a rivolgere l’attenzione al corpo, a diventare consapevole di esso.
Sii consapevole del corpo come sei consapevole del mondo che ti circonda.
La consapevolezza del corpo non dovrà mai più abbandonarti, o meglio tu non dovrai mai più abbandonare per il resto della tua vita la pratica di diventare, il più spesso possibile, consapevole del tuo corpo.
La consapevolezza del proprio corpo, come la consapevolezza del mondo che ci circonda, fanno parte integrante della presenza mentale, della nostra presenza nella realtà.
Quando sarai saldamente fondato/a sulla consapevolezza delle tue azioni e del mondo che ti circonda nonché del tuo corpo, allora, e soltanto allora, passerai alla terza fase, quella conclusiva, quella che ti libererà definitivamente dalle seghe mentali, dalla sofferenza e dall’infelicità.

La mente
Cosa vuol dire concentrare l’attenzione sulle tue azioni, sul mondo che ti circonda, sul tuo corpo? L’attenzione è come il fascio luminoso di un faro. Concentrare l’attenzione su qualcosa vuol dire dirigere con un atto di volontà il fascio luminoso del faro della tua attenzione su quel qualcosa.
Rivolgere l’attenzione significa osservare.
Ora, come rivolgi l’attenzione alle tue azioni, al mondo che ti circonda, al tuo corpo, così puoi rivolgere l’attenzione alla tua mente. Ossia al tuo pensiero.
Prova a fare ancora una volta il silenzio dentro di te. Ormai hai imparato a farlo.
Ma questa volta invece di rivolgere la tua attenzione alle tue azioni, al mondo che ti circonda o al tuo corpo, rivolgila al tuo pensiero.
Ascolta.
Udrai dentro di te delle parole.
Infatti il pensiero è discorsivo.
Usa cioè il linguaggio.
Udrai quindi delle parole, delle frasi, dei discorsi, dei ragionamenti.
Oppure vedrai delle immagini, delle azioni, come in un film.
Come nel sogno.
Essi si formano automaticamente.
Costituiscono il tuo pensiero.
Sono i circuiti neuronali del tuo cervello, che carichi della tensione delle emozioni in essi registrate si attivano automaticamente, dando luogo al pensiero.
Il pensiero non soltanto è espressione della tensione che c’è dentro di te, ma esso stesso ti genera tensione. Perché riproduce e quindi rinnova quelle stesse emozioni che lo hanno generato. Il pensiero è il flusso autoalimentato delle seghe mentali.
Ma se tu impari a osservarlo, questo flusso rallenta, sempre più, fino a fermarsi.
Ti libererai dunque finalmente del pensiero, delle seghe mentali!
Imparerai a essere consapevole delle tue azioni, del mondo che ti circonda, del tuo corpo, senza la sovrapposizione disturbante e spesso vulnerante del pensiero.
Impara quindi a osservare il tuo pensiero, come hai imparato a osservare le tue azioni, il mondo che ti circonda, il tuo corpo.
Impara a considerare il tuo pensiero per quello che è: un prodotto automatico della tensione registrata nella tua memoria, ossia sostanzialmente un corpo estraneo, qualcosa di sostanzialmente distinto dal tuo Io, da te in quanto osservatore/trice.
Il pensiero è un prodotto della memoria.
Ciò che si è registrato nella tua memoria accompagnato da un’emozione, cioè da tensione, tende a riprodursi, perché quella stessa tensione lo riattiva. L’eliminazione del pensiero (e l’eliminazione delle seghe mentali comporta necessariamente l’eliminazione di una buona parte del pensiero) conduce al superamento e alla liberazione dal legame con la memoria, e quindi alla capacità di vedere il mondo che ti circonda con occhi nuovi, liberi da esperienze -e quindi da giudizi- precedenti (pregiudizi).
È come rinascere continuamente a nuova vita.

La memoria e il pensiero sono come una candela. Tu la spegni e la riaccendi di nuovo; tu dimentichi e tu ricordi di nuovo più tardi. Tu muori e rinasci di nuovo in un’altra vita.
Il cessare del pensiero e della memoria, ossia il vuoto mentale, è precisamente ciò che gli orientali chiamano meditazione.
Nell’esperienza c’è sempre il testimone ed egli è sempre legato al passato. La meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l’esperienza. L’azione dell’esperienza ha le sue radici nel passato e pertanto è vincolata al tempo; porta all’azione che è inazione, e genera il disordine. La meditazione è la totale inazione che proviene da una mente che vede ciò che è, senza l’impiccio del passato.
Ma questa esperienza dell’osservazione del pensiero e del suo essere un prodotto della memoria conduce all’esperienza della non permanenza dello stesso pensiero e della stessa memoria.
Il pensiero può dare continuità alle cose che pensa; può dare permanenza a una parola, a una idea, a una tradizione. Il pensiero pensa se stesso come permanente, ma è permanente? Il pensiero è la risposta della memoria, e quella memoria è permanente? Può costruire un’immagine e dare a quella immagine una continuità, una permanenza, chiamandola Atman, o come vi piace, e può ricordare la faccia del marito o della moglie e restarle attaccato.
[…] Ma la fiamma che è stata spenta non è la stessa che la fiamma nuova. C’è una fine del vecchio perché il nuovo sia. […]
Non c’è nulla di permanente né sulla terra né in noi stessi.
La consapevolezza è dunque anche un’osservazione mentale.
È evidente infatti che devi osservare i tuoi pensieri, per accertarti che una parte di essi (le malefiche seghe mentali) smettano di prodursi. E insieme con i tuoi pensieri osserverai anche le tue emozioni e le tue sensazioni, ossia tutta la tua attività percettiva.
Quando avrai imparato a osservare le tue percezioni (le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri), scoprirai tre cose.
La prima è che esse si producono automaticamente, indipendentemente dalla tua volontà (la tua volontà è impegnata a farti mantenere il ruolo dell’osservatore/trice).
E questa prima cosa la conosci già.
La seconda è che rimanendo in questo ruolo di osservatore/trice tu non sei più colpito/a nel profondo dalle tue sensazioni e dalle tue emozioni. Si attua cioè in te una sorta di distacco dalle tue sensazioni e dalle tue emozioni.
La terza è che rimanendo in questo ruolo di osservatore/trice il tuo pensiero rallenta la sua frequenza, gradualmente, fino a fermarsi.
Questa dunque è la fase finale e definitiva della presenza mentale, o meglio della consapevolezza, che ti permetterà di non farti più le seghe mentali, che le taglierà alla radice, impedendo loro di riprodursi.
L’assunzione del ruolo di osservatore/trice della tua attività percettiva ti darà il massimo rilassamento possibile nello stato percettivo normale, ossia la massima diminuzione possibile, nello stato percettivo normale, della tensione.
Nello stato percettivo straordinario della trance, scopo ultimo dello Yoga, la tensione è addirittura totalmente eliminata.
Ma questo è un limite che puoi benissimo fare a meno di raggiungere e vivere lo stesso benissimo una vita soddisfacente e felice.
Anzi, se ti accanisci a raggiungerlo, crei tensione e ricadi nella trappola della nevrosi (cioè delle seghe mentali). Il Buddha ha detto infatti che il vero distacco è quello che ci rende distaccati anche dal fine di raggiungere il distacco.

Perché l’assunzione del ruolo di osservatore della tua attività percettiva ti permette di sciogliere la tua tensione e quindi di eliminare la tua sofferenza?
Perché il ruolo di osservatore è un ruolo totalmente passivo.
La tensione, che è una modalità dinamica dell’organismo, si forma in funzione del compimento di un atto. O meglio in presenza di un atto intenzionale. Proprio perché intendere a un atto da luogo appunto a una tensione.
Tensione e attività intenzionale sono fra loro conseguenti.
Ove cessa l’attività intenzionale, cessa anche la tensione.
Impara dunque a diventare passivo/a. O meglio, ricettivo/a.
Il ruolo dell’osservatore non comporta infatti l’intervento sulla dinamica percettiva: osservare non è intervenire.
Questo è fondamentale. Poiché lo scopo di tutta l’operazione è lo scioglimento della tensione, esso non può essere raggiunto se non viene realizzata una condizione di passività. Ogni intenzione di attività genera infatti tensione, come ti ho spiegato.
Se sei agitato/a dalla tensione, fai semplicemente questo: non opporti alla tua tensione, impara a osservarla; accettala e osservala. Non fare altro: osservala e aspetta che ti passi.
Se hai un raffreddore e sai che non c’è barba di medicina che riesca a fartelo passare, cosa fai? T’incazzi e ti tagli il naso? No, se non sei del tutto scemo/a. Aspetti semplicemente che ti passi. Be’, fai lo stesso con la tensione, con la paura, con l’incazzatura, con l’avvilimento, con la sofferenza, con tutte le dannate emozioni negative: aspetta semplicemente che ti passino. E osservale.
L’essere osservate le mette a disagio come una signora che fa la pipì dietro un’auto nel parcheggio di un supermercato: cerca di fare più presto possibile a scaricarsi e a portare via le trippe. In questo modo la tua dinamica percettiva si modificherà spontaneamente, senza sforzo.
Il tuo pensiero discorsivo analitico (la famosa sega mentale) finirà per affievolirsi o addirittura per scomparire e sarà sostituito dall’intuizione, un pensiero sintetico che come un flash abbraccia in un attimo diversi ragionamenti, immagini, sensazioni ed emozioni. Una specie di funzione « turbo » del motore-cervello.
Acquisterai così una capacità di comprensione e penetrazione del mondo che ti circonda (comprese le persone, la cui personalità vedrai molto più chiaramente e immediatamente) superiore al normale.
Il pensiero intuitivo è infatti il mezzo attraverso il quale noi attuiamo la conoscenza (tutte le creazioni umane, da quelle artistiche a quelle scientifiche, sono infatti nate come intuizioni). Il pensiero analitico serve soltanto a comunicarla.
L’intuizione riuscirà più facile alle femminucce che ai maschietti, perché la parte femminile del cervello ha una propensione naturale a usare l’intuizione più che il ragionamento.
Impara dunque a osservare le tue sensazioni, le tue emozioni, i tuoi pensieri.
Diventa un/a osservatore/trice della tua vita, interiore ed esteriore.
Assumerai un distacco, nei confronti di situazioni, persone ed emozioni, che ti metterà al riparo da ogni attacco, da ogni frustrazione, da ogni sconfitta.
All’inizio sarà molto difficile, per te, farlo. Perché dovrai attivare una funzione cerebrale che normalmente non eserciti: la consapevolezza.
Ma vale la pena di fare uno sforzo.
Il Buddha ha parlato appunto di « retto sforzo ».
Lo stato di consapevolezza può infatti divenire consueto, o almeno frequente, mediante un atto di volontà opportunamente reiterato.
La ricompensa è la liberazione definitiva dalle seghe mentali, la felicità, quella vera, che non è la frenetica esaltazione che ti prende quando vieni a sapere che hai vinto un miliardo al totocalcio o che tua moglie è scappata con il macellaio, e che dopo qualche giorno ti passa, bensì la sicura pace interiore, la capacità di aderire alle cose, alle persone e alla vita senza conflitti, senza contrasti, senza dolore, in perfetta armonia; la capacità di goderti la vita, accettandola per quello che è, traendone il meglio e godendone consapevolmente ogni aspetto, anche il più modesto, assaporandone ogni istante, con la consapevolezza che è unico e irripetibile.
La liberazione definitiva e permanente dalle seghe mentali, o meglio la costante consapevolezza, è stata tramandata nella cultura orientale con il nome di illuminazione.
La famosa e misteriosa illuminazione è dunque soltanto questo: uno stato permanente di consapevolezza della realtà.
Non è cosa da niente, naturalmente.
Ma la sua straordinarietà non sta nello stato in se stesso, bensì nella sua durata.
Tutti siamo capaci di essere consapevoli qualche volta, ma pochi sempre.
Naturalmente anche lo stato di illuminazione è una mitizzazione.
Non si può infatti essere proprio sempre nello stato di consapevolezza.
Neanche il Buddha c’era (qualche volta s’incazzava pure lui).
Tuttavia vale la pena cercare di esserci il più a lungo possibile.
Perché trovarsi in quello stato significa sciogliere la tensione che è in noi, uscire dalla « condizione umana » di sofferenza continua.
Infatti lo stato di illuminazione è stato definito dal Buddha « la liberazione dalla condizione della sofferenza umana ».
Il segreto è: non farsi aspettative ma godersi la vita per quello che è.
Qualsiasi cosa sia.
E imparare ad amare.
Lo stato di illuminazione è più diffuso di quanto non si creda, negli esseri umani.

NOTE:
13 Il termine «meditazione» appartiene alla cultura occidentale ed è usato tradizionalmente in ambito religioso per indicare la pratica tipicamente monastica di rivolgere volontariamente il pensiero ad argomenti edificanti, quali i misteri della fede, l’insegnamento del Cristo, la vita dei Santi, ecc.
La pratica orientale del silenzio mentale, che è decisamente diversa da quella, è stata, soltanto per una somiglianza di atteggiamento esteriore, indicata con lo stesso termine. Più propriamente, dovrebbe essere denominata contemplazione.
Poiché tuttavia il termine « meditazione » è di uso comune, verrà qui mantenuto.
16 «I bimbi, di per sé, non sono mai concentrati su nulla. La loro coscienza è aperta in ogni direzione. Tutto viene accolto e nulla viene escluso. Il bambino è aperto a ogni sensazione; non vi è nulla che la sua coscienza rifiuti» (B.S. Rajneesh, Meditazione dinamica, op. cit., pagg. 15-16).
17 Diventare passivi e contemplativi, per noi occidentali, è particolarmente difficile: questo perché abbiamo il mito della produttività (una vera sega mentale). Con delle eccezioni: ad esempio i napoletani.
20 La tensione è infatti un potenziale elettrico che si genera fra i due poli del neurone e che interessa quindi, coinvolgendo diversi neuroni, un intero circuito neuronale. E la percezione deriva probabilmente appunto dall’assunzione di uno stato elettrico da parte dei circuiti neuronali.
25 Probabilmente, l’elettrificazione delle reti neuronali corrispondenti alla consapevolezza comporta non soltanto la riduzione ma addirittura la neutralizzazione dell’elettrificazione delle reti neuronali corrispondenti al pensiero. Questo fa presumere che la totalità dell’energia elettrica cerebrale tenda a rimanere costante, spostandosi semplicemente da un distretto all’altro del cervello.
26 La fisiologia ha accertato che esiste una differenza morfologica, e quindi funzionale, fra il cervello maschile e quello femminile: il primo presenta un maggiore sviluppo dell’emisfero sinistro, sede del linguaggio e del pensiero analitico, mentre il secondo presenta un maggiore sviluppo dell’emisfero destro, sede dell’intuizione e del pensiero sintetico. Possiamo quindi dire con un’approssimazione tipicamente giornalistica che c’è una parte maschile del cervello (emisfero sinistro) e una parte femminile del cervello (emisfero destro).
L’ironia è che la scienza, di cui gli uomini si sono per millenni sentiti unici artefici e depositali, è proprio un prodotto dell’intuizione cioè della parte femminile del cervello: quindi sono le donne le depositarie della conoscenza, che è pensiero sintetico; agli uomini spetta il pensiero analitico (che pare sia appunto un prodotto della parte maschile del cervello), il quale presiede non alla conoscenza bensì alla comunicazione (cioè al linguaggio).
28 È uno degli Otto Nobili Sentieri, il nucleo dell’insegnamento del Buddha: Retta Comprensione, Retto Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di Sussistenza, Retto Sforzo, Retta Presenza Mentale, Retta Concentrazione, come sono presentati dalla tradizione.


 

Capitolo settimo
Della consapevolezza: teoria

Veniamo dunque all’esame teorico della consapevolezza.
La consapevolezza è una funzione piuttosto complessa, dal punto di vista psicologico.
La consapevolezza è un processo in cui una parte della percezione ha come proprio oggetto la restante parte della percezione. Ossia un processo in cui la percezione percepisce se stessa.
Infatti, se tu sei consapevole delle tue sensazioni, delle tue emozioni e dei tuoi pensieri, sono essi a essere l’oggetto principale della tua percezione e non i loro rispettivi oggetti.
È in pratica il cervello che osserva se stesso, anzi il proprio stesso funzionamento.
Mi spiego meglio.
Se io percepisco un cavallo (non ha importanza se si tratta di una sensazione o di una immaginazione, ossia se il cavallo c’è davvero, davanti a me, o se me lo immagino soltanto), questa percezione, o processo percettivo, è composta di tre subpercezioni:
1) la percezione del cavallo come si presenta a me oggettivamente: oggetto percepito;
2) la percezione della reazione emotiva che io ho nei confronti del cavallo (ad esempio, di paura): contesto percettivo;
3) la percezione di me stesso, ossia l’autoimmagine che ho in quel momento di me stesso (ad esempio di individuo in pericolo): soggetto percipiente.
Nello stato comune della percezione ordinaria l’oggetto principale della percezione è banalmente il cavallo. In tale percezione sono tuttavia sempre presenti anche il contesto percettivo, o reazione emotiva, e la percezione dell’Io. Essi costituiscono una specie di contorno o modalità della percezione; non costituiscono però l’oggetto principale della percezione, che rimane il cavallo. L’attenzione del soggetto percipiente è cioè concentrata sul cavallo; si può dire che il « fuoco » della percezione è il cavallo.
Se però il « fuoco » della percezione si sposta sul contesto percettivo o sull’immagine dell’Io, sono essi, a divenire gli oggetti principali della percezione. Lo stato di consapevolezza consiste appunto in tale spostamento del « fuoco » della percezione.

Se l’oggetto percepito consiste in una comunicazione verbale, il suo significato è determinato da:
1) la consistenza oggettiva della comunicazione verbale, ossia il suo significato linguistico e il suo tono acustico, poniamo « Chi sei? » proferito con tono alto di voce (oggetto percepito);
2) l’immagine che il soggetto ha di se stesso in quel momento, poniamo un’immagine di individuo perseguitato (soggetto percipiente);
3) la reazione emotiva dell’Io all’oggetto percepito, poniamo l’attivazione di un programma di condizionamento di difesa, che si concreta in uno stato di tensione (contesto percettivo).
In definitiva, il significato dell’oggetto percepito che è stato determinato in questo caso è quello di minaccia.
Giovanni telefona a Lucia. Lucia, non riconoscendolo, gli chiede: «Chi sei?». Giovanni si sente una merda perché è stato appena lasciato da Lucia. E con questa domanda si sente ulteriormente rifiutato da lei. « Chi vuoi che sia? » risponde. « Sono io! » Con un’aggressione di difesa a una presunta (ma non reale) aggressione. E così si interrompe la comunicazione. Questi meccanismi sono consueti nella interazione quotidiana tra gli esseri umani. E sono alla base dei nostri problemi sociali.

Non sempre il significato attribuito da un soggetto a un oggetto è reale, cioè non sempre corrisponde alla reale consistenza dell’oggetto.
La nevrosi potrebbe definirsi da questo punto di vista come la cronicizzazione dell’attribuzione di significati non reali agli oggetti da parte del soggetto nevrotico.
Vale qui la legge psicologica scoperta implicitamente dalla psicologia orientale ma ripresa esplicitamente nella psicosintesi di Roberto Assagioli: Noi siamo dominati da ciò con cui ci identifichiamo, ma dominiamo ciò con cui non ci identifichiamo.
La consapevolezza non è una funzione sempre attiva. Anzi, per la maggior parte della nostra vita non lo è affatto. Vi sono persone che non attivano mai questa funzione. Esse sono le persone più vicine allo stadio animale preumano. Il processo cerebrale della consapevolezza è infatti un risultato dell’evoluzione del cervello umano.
L’essere umano è comunemente in grado di attivare il processo della consapevolezza, anche se soltanto occasionalmente.
A volte, il processo della consapevolezza si attiva spontaneamente, come nel caso di un incidente grave: ti ritrovi a guardarti dall’esterno, per così dire, e ti vedi agire come se fossi un altro. Questo fa pensare che tale processo costituisca per il nostro organismo una specie di processo di difesa, una sorta di spersonalizzazione che mettendo momentaneamente in pensione l’Io impedisce che esso subisca e introietti nell’inconscio ferite narcisistiche che ne possano compromettere l’equilibrio e quindi la sopravvivenza: una specie di valvola di sicurezza della tensione, che non deve oltrepassare il punto oltre il quale essa diviene un atto di autooffesa.
Anche il fatto che tale processo si attivi nel caso dell’assunzione di sostanze stupefacenti (non soltanto l’eroina e la morfina ma anche l’alcol e la nicotina) depone appunto per un processo cerebrale di difesa, simile all’inibizione del dolore causata dalle stesse sostanze.
Non a caso in quasi tutte le cerimonie religiose dell’antichità gli officianti assumevano sostanze stupefacenti per raggiungere una condizione di spersonalizzazione e quindi di visione transpersonale.
Lo stato di consapevolezza è dunque un fenomeno ordinario, anche se non frequente.
Non è un’esperienza straordinaria infatti, per quanto eccezionale, il divenire consapevoli del proprio stato emotivo o della propria autoimmagine in una determinata situazione particolarmente carica di tensione emotiva. Essa fa comunque parte della percezione ordinaria. Non richiede l’assunzione di uno stato di trance.
Abitualmente, tuttavia, l’esperienza della consapevolezza si presenta come un flash, ha cioè una durata brevissima o comunque temporanea. Questo, se rimane un processo spontaneo.
Ma come tutte le funzioni umane, anch’esso è in realtà un processo involontario/volontario.
Noi siamo in grado, cioè, di attivare il processo della consapevolezza volontariamente, mediante un atto di volontà.
Dobbiamo soltanto pensarci.
E sufficiente infatti che spostiamo la nostra attenzione dall’oggetto della percezione alla modalità della percezione stessa, cioè alla nostra reazione emotiva o all’immagine che abbiamo di noi stessi in quel momento.

Rimangono da spiegare i due fenomeni che caratterizzano lo stato di consapevolezza e che ne fanno una risoluzione così potente della tendenza nevrotica (cioè delle cosiddette «seghe mentali»): il distacco dalla reazione emotiva e la dissoluzione del pensiero analitico.
Entrambi si spiegano con lo spostamento del centro di identificazione del soggetto da un campo rappresentativo dinamico a un campo rappresentativo statico.
Il distacco, importante per l’igiene mentale perché si risolve in un non rafforzamento delle tracce mnestiche delle reazioni emotive (cioè della tensione) e quindi nella sua non introiezione a livello inconscio (in quanto la reazione emotiva rimane a livello superficiale), è infatti dovuto allo spostamento del centro di identificazione del soggetto dalla reazione emotiva all’autoimmagine dell’Io. Per esempio, se io dico che sei un pezzo di merda, tu hai una reazione che si registra nella tua memoria e si riproduce nella tua mente nei giorni successivi. Se sei molto fragile, finirai per sentirti davvero un pezzo di merda. Se invece sei distaccato, subisci l’aggressione, ma non la registri e quindi essa non avrà alcuna conseguenza in te.
La reazione emotiva registrata in memoria si concretizza in un processo organico (soprattutto l’attività delle ghiandole endocrine e la contrazione muscolare), ossia in un atto o in una serie di atti. La sua rappresentazione soggettiva assume la forma di un processo dinamico. Il nostro linguaggio ha colto la sua essenza quando la definisce « agitazione ».
L’autoimmagine dell’Io consiste invece in una rappresentazione statica.
È proprio la staticità dell’autoimmagine dell’Io, con la quale il soggetto si identifica, che tende ad abbassare il livello di tensione proprio della reazione emotiva. Infatti la staticità rappresentativa dell’autoimmagine dell’Io costituisce una controtendenza rispetto alla rappresentazione dinamica della reazione emotiva. Ad esempio, se io mi sento un buddha, e non mi identifico con la mia reazione emotiva ma con una personalità, la reazione emotiva non si registra e non produce effetti negativi. In questo caso il mio Io non viene toccato dall’aggressione.
La dissoluzione del pensiero analitico, importante perché con essa si elimina la tendenza nevrotica, è dovuta allo spostamento del centro di identificazione del soggetto dallo stesso processo del pensiero analitico (percezione ordinaria) al ruolo dell’osservatore (consapevolezza). E anche qui, mentre il primo costituisce un campo rappresentativo dinamico, il secondo costituisce un campo rappresentativo statico.
È come se l’energia psichica, che normalmente nella percezione ordinaria è concentrata sul processo del pensiero analitico (per cui esso risulta autoalimentato) si spostasse altrove (sul ruolo dell’osservatore) e quindi lo privasse della propria forza.
Evidentemente il campo rappresentativo nel quale si costituisce l’autoidentificazione del soggetto viene investito dell’energia psichica necessaria a renderlo attivo. Essa viene quindi sottratta agli altri campi, che tendono a divenire inattivi.
Lo stato di consapevolezza costituisce dunque un processo complesso ma importantissimo, ai fini della prevenzione (e in taluni casi non gravi anche della terapia) della nevrosi.
Non a caso le culture antiche – e segnatamente quella orientale (che non era comunque esente dalla tendenza nevrotica, se ha elaborato tecniche per eliminarla), caratterizzata ancora oggi nella sua globalità da un’economia principalmente rurale e artigianale – utilizzano lo stato di contemplazione (che a noi sembra di fannullaggine) come antidoto alla frustrazione quotidiana. E di fatto la nevrosi è molto meno diffusa. Chi ha viaggiato in Oriente, dall’India all’Indonesia, dalla Thailandia alla Cina, non può non avere notato una maggiore generale diffusione della distensione e del sorriso fra quelle popolazioni che, più povere di noi, sembrerebbero avere invece più problemi di sopravvivenza.
Nell’ambito della cultura italiana esiste un’area culturale legata ad antichi schemi percettivi e comportamentali di origine probabilmente orientale: la cultura napoletana, che ha come sua caratteristica tradizionale proprio il processo, da parte dei soggetti, di oggettivazione del proprio stato psichico e del proprio Io, o meglio del proprio ruolo sociale, ossia un vero e proprio processo di autoosservazione e quindi di consapevolezza.

NOTE:
8 In generale, i poveri sono più felici dei ricchi. Incredibile ma vero. Forse è una vendetta della natura. Altrettanto incredibilmente, però, gli stessi poveri fanno di tutto per diventare ricchi e i ricchi fanno di tutto per rimanere (e anzi, potendo, per diventarlo ancora di più) ricchi e quindi infelici. Va’ a capire il mondo!


 

Appendice

Del cosa può fare un povero nevrotico (meglio se ossessivo) per smettere di farsi le seghe mentali

Il mantra
Benvenuto, caro/a il/la mio/a nevrotico/a, a questa «Appendice» dedicata espressamente a te! Se hai il cervello completamente fuso dalle seghe mentali, questo è il tuo capitolo! Anzi, gli altri, adesso te lo posso dire, non ti servono assolutamente a niente.
Infatti, se sei invaso/a dalle seghe mentali, non hai praticamente la capacità di arrestare il tuo flusso mentale e quindi puoi tentare soltanto di dirigerne il getto verso una direzione non pericolosa. E come se avessi una pistola puntata alla tempia da parte di un terrorista deciso e fanatico: non lo puoi convincere su due piedi a non spararti, puoi soltanto abbassare la testa all’ultimo momento e fargli sparare contro il tuo vicino.
Se dunque sei un/a nevrotico/a, e in particolare un/a nevrotico/a ossessivo/a, puoi ricorrere inizialmente a una tecnica particolare: quella del mantra.
Il mantra è una parola qualsiasi, generalmente di due sillabe, che viene ripetuta il più a lungo possibile, verbalmente o mentalmente.
La tecnica mantrica è antichissima. La troviamo in tutti i riti religiosi, compresi quelli sciamanici. E presente anche nella tradizione cristiana: la preghiera ripetuta, come la recitazione del rosario e delle litanie, costituisce una tecnica mantrica.
Come agisce la tecnica mantrica nell’attenuazione dell’ossessione nevrotica?
Semplicemente distaccando l’energia ossessiva dall’oggetto che ne è la causa e riversandola su un oggetto neutro, fino a che, venutane meno la causa, l’energia ossessiva si esaurisce.
Se tu sei ossessionato/a da un pensiero che ti genera tensione, il tuo cervello si trova in uno stato di sovraeccitazione nevrotica, per cui tende a reiterare ossessivamente quel pensiero.
È una specie di spirale, perché ogni volta che tu percepisci quel pensiero, esso, generando tensione, aumenta la sua forza riproduttiva e quindi si ripresenta più forte di prima.
In questo modo l’ossessione aumenta sempre di più autoalimentandosi.
È uno dei più schifosi trabocchetti ideati dal Creatore, insieme con i buchi neri e il più mangi più ingrassi e più ingrassi più mangi.
Una specie di corto-circuito cerebrale, che può mandare in tilt l’automa umano.
Recitando il mantra, tu sposti la carica ossessiva su un oggetto neutro, che non ti genera alcuna tensione, e quindi le togli l’autorifornimento di energia.
Fermare il pensiero su un oggetto neutro è come incatenare la scimmia e impedirle di saltare di ramo in ramo.
Il processo di eliminazione dell’ossessione nevrotica può richiedere un certo tempo (da alcuni mesi ad alcuni anni, a una vita intera), a seconda dell’energia ossessiva accumulata, però in genere da buoni risultati e ha l’indubbio vantaggio della sua facilità di impiego: infatti per un nevrotico ossessivo usare una tecnica ossessiva è la cosa più facile e divertente di questo mondo.

Il mantra non significativo
Il mantra non significativo può essere una parola qualsiasi. « Coca Cola » va benissimo.
Chiunque affermi il contrario mente per interesse. Cosa devi fare allora, caro/a il/la mio/a bel/la nevrotico/a ossessivo/a?
Devi ripeterti come un/a deficiente «Coca Cola, Coca Cola, Coca Cola… ».
Facile, no?
Per quanto tempo?
Sempre.
Finché smetti di pensare alla tua ossessione e ti sei preso l’ossessione del mantra.
Mi dirai, ma che stronzata è questa? Lascio un’ossessione per prenderne un’altra?
Sissignore.
Lasci un’ossessione malefica per prenderne una innocua.
Dato che il tuo cervello nevrotizzato è sovraeccitato, ossia gestisce forzatamente un surplus di energia (che tra l’altro prende da altri distretti energetici dell’organismo, per cui spesso ti senti sfinito fìsicamente), non è in grado di passare istantaneamente da un regime di alto consumo energetico a uno basso, ossia normale, ma ha bisogno di un congruo lasso di tempo per diminuire gradualmente la sua attività: è quindi necessario il passaggio attraverso una forma di attività altrettanto intensa ma non autoalimentata, in modo che essa diminuisca spontaneamente e gradualmente.
Sembra una cretinata ma funziona.
Quando, dopo avere ripetuto all’esasperazione il mantra, che sarà diventato una specie di rifugio mentale nel quale avrai soggiornato abbastanza a lungo da esaurire la tua ossessione, questa non ti affliggerà più e potrai allora passare alle tecniche descritte nel Capitolo Sesto, le quali ti permetteranno di non farti più le seghe mentali.
Neppure quelle mantriche.

Il mantra significativo
Se sei affetto/a da una nevrosi depressiva, la tecnica mantrica non ti serve a un bel niente, per il semplice motivo che non hai addosso un’energia ossessiva da utilizzare per attuarla.
Tuttavia può in certi casi esserti utile una tecnica mantrica significativa, specialmente a motivo religioso, perché da buon/a depresso/a speri sempre che qualcuno possa aiutarti a uscire dal tuo stato (è tipico del depresso non far niente ma aspettarsi che gli altri facciano qualcosa per lui), e se questo qualcuno è il Creatore, be’ allora è uno che ha tutte le carte in regola per farlo.
Il mantra significativo aggiunge alla potenza meccanica del mantra la potenza della suggestione.
Se invece di recitare «Coca Cola», tu reciti «Mio Dio», crei nel tuo inconscio la convinzione che il Creatore sia disponibile ad aiutarti nel tuo abnorme caso di infelicità.
Se ci credi, la cosa funziona.
Se non ci credi, naturalmente no.
In quest’ultimo caso, puoi usare il nome di una qualsiasi entità o ideale nel quale credi.
Ad esempio, «Armonia, Amore».
Anche il nome di una persona scomparsa o lontana alla quale sei particolarmente legato/a è capace di suscitare suggestioni molto potenti, e quindi adatto a essere assunto come mantra significativo.
Il mantra significativo è alla base di tutte le pratiche religiose, compreso il cristianesimo. La sua efficacia è fuori di dubbio. Il meccanismo è sempre lo stesso: concentrando il pensiero su un oggetto non disturbante, o addirittura gratificatorio (nel caso del mantra religioso esso è gratificatorio perché gli si conferisce un potere taumaturgico), gli si impedisce di imperversare su altri oggetti mentali fastidiosi o addirittura dolorosi.
Il mantra significativo ha l’indubbio vantaggio, rispetto al mantra non significativo, di poter essere usato anche nei casi di nevrosi diverse da quella ossessiva, come quella semplicemente ansiosa e soprattutto quella, come ho già detto, depressiva.
La ragione è che il mantra significativo non soltanto crea un corto circuito cerebrale, ma che tale corto circuito cerebrale ha una valenza evocativa, ossia istituisce collegamenti sinaptici con altri circuiti cerebrali privi di eccessi di tensione e quindi soggettivamente gratificanti.
Una volta abbassata la tensione generale, diventato una persona normalmente afflitta da seghe mentali senza particolari eccessi, ossia normalmente infelice, potrai passare a usare le tecniche di cui ho già parlato nel Capitolo Sesto, le quali vertono sulla consapevolezza, una funzione psichica, e quindi cerebrale, che può essere attivata soltanto in uno stato di non eccessiva tensione, e che quindi costituiscono una pratica più preventiva che terapeutica.

NOTE:
3 La ripetizione verbale del mantra ad alta voce rende più facile la concentrazione ma presenta l’inconveniente di interferire con la spirazione, in quanto è impossibile pronunciare in modo chiaro qualsiasi parola durante l’inspirazione. Si ovvia all’inconveniente usando un’inspirazione brevissima, che va però ad alterare l’equilibrio ritmico della respirazione. Inoltre presenta l’inconveniente di dover essere praticata in luoghi particolari, non frequentati o frequentati tanto da praticanti, e quindi di dover essere limitata a sedute specifiche che, se non si vuole incorrere nel rischio di vedersi trasportare d’emergenza al pronto soccorso neurologico. La ripetizione mentale mantra è più difficile da mantenere, ma evita i suddetti inconvenienti per cui presenta l’indubbio vantaggio di poter essere praticata ovunque e in qualunque condizione, anche durante la normale attività quotidiana. Di fatto, le varie tradizioni che si avvalgono della tecnica mantrica usano l’una o l’altra modalità oppure entrambe. Le tradizioni religiose, le quali adottano normalmente rituali collettivi, si avvalgono prevalentemente della ripetizione verbale. Le tradizioni laiche come ad esempio quella yogica, usano spesso la ripetizione. Comunque la ripetizione verbale tende a trasformarsi in ripetizione mentale.
4 Pensiero, nella cultura indiana, è chiamato proprio così: Cita, che comunemente vuol dire «scimmia». Te la ricordi Cita, la scimmia di Tarzan?
5 La pratica sistematica del mantra è al centro di due movimenti oggi diventati di grande rilievo in Occidente: la Soka Gakkai, fondata da Nìchiren Daishònin, un monaco buddhista giapponese del tredicesimo secolo, che fa uso del mantra «Nam myoho renge kyo» (vedi: felicità in questo mondo, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Firenze, 2001) e la «meditazione trascendentale» fondata da Maharishi Mahesh, che fa uso di mantra personalizzati (vedi: Jack Forem, Meditazione trascendentale, Ubaldini, Roma, 1976).
12 Per inciso, questo vale per qualsiasi terapia. Il che spiega il successo di maghi, streghe, negromanti, oroscopisti, cartomanti, e di tutte le terapie alternative. Ma anche, in molti casi, quello delle medicine e delle psicoterapie scientifiche che, bisogna ammetterlo, sono spesso meno convincenti di quelle inventate apposta per i citrulli.

FINE