Ci sono bambini che hanno una famiglia sola e altri che ne hanno due o tre. Oppure nessuna. Il labirinto delle situazioni, quando si parla di adozione e affido, è più intricato di quello di Alice dei romanzi di Carroll. Ma l’Italia, purtroppo, non è il Paese delle meraviglie. E i problemi da affrontare in materia sono ancora molti. Ne parliamo con gli esperti
di Sara Ficocelli

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L’adozione è un provvedimento che ha lo scopo di dare una famiglia ai minori che non ce l’hanno. Sono adottabili solo i bambini dichiarati in stato di adottabilità dal Tribunale per i minorenni, perché privi di assistenza materiale e morale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi (a meno che questa mancanza non dipenda da cause di forza maggiore transitorie). Gli aspiranti genitori adottivi devono essere sposati da almeno tre anni e non separati neppure di fatto, ma possono presentare domanda anche i coniugi che hanno convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per almeno tre anni. L’età degli adottanti deve superare di almeno 18 e di non più di 45 anni l’età dell’adottando e con l’adozione cessa ogni rapporto di questi con la famiglia di origine. Il bambino assume insomma lo stato di figlio legittimo, e stabilisce pieni rapporti di parentela con tutti i congiunti dei genitori.

“Le coppie devono affrontare non pochi ostacoli” spiega Antonio Crinò, direttore generale di Ai.Bi. Associazione Amici dei bambini (www.aibi.it). “Molte pensano all’adozione alla fine di un percorso sofferto, perché magari non ha dato buon esito la terapia di fecondazione artificiale. E la procedura di selezione che viene fatta per valutare il livello di “idoneità” degli aspiranti genitori, basata su rigidi controlli psicologici, non aiuta. Quando una coppia decide di mettere al mondo un bambino non viene sottoposta a controlli di questo tipo. Quindi non trovo giusto che la procedura sia così rigida nel caso dell’adozione. Credo piuttosto che sarebbe meglio seguire la famiglia durante il percorso di convivenza col bambino e di inserimento di questi all’interno del nuovo nucleo familiare. Ci vorrebbe una riforma strutturale che, purtroppo, manca”.

“La valutazione dell’idoneità è invece secondo me necessaria” sostiene Frida Tonizzo, consigliere Anfaa (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie www.anfaa.it), “soprattutto tenendo conto della complessità delle situazioni dei minori adottabili”.

In base agli ultimi dati ISTAT, al 31 dicembre 2007 erano 1.344 i minori dichiarati adottabili e solo 903 gli affidamenti preadottivi e 1.131 le adozioni legittimanti. Non ci sono dati sull’età dei bambini adottabili e/o adottati (esiste solo una ripartizione per Distretti di Corte di appello) né sono censiti quelli con handicap accertato. Le adozioni “in casi particolari” sono state finora 684, ma anche in questo caso mancano dati relativi all’età.

La Banca Dati Nazionale dei minori dichiarati adottabili e dei genitori adottivi, che, secondo la legge n. 184/1983, avrebbe dovuto essere operativa entro dicembre 2001, ancora non funziona. Questo ritardo è particolarmente grave perché non solo avrebbe consentito di avere dati aggiornati sui minori che, pur adottabili, non vengono adottati, ma avrebbe permesso di mettere in rete coppie adottanti e bambini adottabili di tutti i Tribunali per i Minorenni italiani. E inattuato resta anche il comma 8 dell’art. 6 della legge 149/2001, relativo al sostegno statale alle adozioni “difficili”. La Regione Piemonte è ancora l’unica ad aver approvato delibere per rendere operative queste disposizioni (secondo gli ultimi dati, al 31 dicembre 2011 erano 112 i minori presi in carico).

I bambini adottati dall’estero, infine, sono sempre più grandi: l’età media del 2011 è di 6,1 anni (il 50,5% tra i 5 e i 10 e oltre il 10% con più di 10). Nel 2011 sono arrivati in Italia 4.022 piccoli provenienti da 57 Paesi diversi, ma il 41,8% di queste nazioni non ha ratificato la “Convenzione de L’Aja” del 1993 sulla protezione dei minori. Tra questa la Federazione Russa (da qui provengono il 19,4% dei bambini), con la quale vi è un Accordo Bilaterale del 2008. La Bielorussia, da cui vengono il 3,6% dei minori, ha solo un Processo verbale di collaborazione del 2001. L’Ucraina, l’Etiopia, il Congo e la Lettonia non hanno ratificato nessun tipo di accordo e da loro complessivamente proviene il 18,8% dei minori adottati.

“In questo campo, come nel caso dell’affido” spiega Riccardo Ripoli, fondatore dell’associazione “Amici della Zizzi”, famiglia allargata nata 25 anni che oggi ospita 11 bambini e ragazzi (www.zizzi.org), “non ci sono regole fisse relativamente all’indagine sulle famiglie e troppo spesso si assiste al fallimento dell’adozione (si parla di percentuali molto alte) perché le aspettative di coloro che adottano sono troppo alte. In Italia ci sono migliaia di bambini da prendere in adozione, ma ci si rivolge all’estero perché si vuole un bambino piccolo, mentre nel nostro Paese quelli in stato di adottabilità sono più grandicelli. Si sono sollevate spesso questioni sull’adozione ai single. Al di là dell’opportunità o meno, si pensa che la legge non preveda tale opportunità, ma non è così. Ci sono dei casi speciali, non rarissimi, in cui un affidamento si può trasformare in adozione”.

Più complessa, se possibile, la situazione per quanto riguarda l’affido, che ha lo scopo di assicurare ai minori (che per gravi motivi non possono per un periodo di tempo più o meno lungo continuare a vivere con i loro genitori o parenti) di crescere in un ambiente familiare, evitando che vengano inseriti in comunità o in istituto. Secondo i dati pubblicati nel 2011 nel rapporto “Bambini fuori dalla famiglia di origine. Dimensioni, caratteristiche, sistema di raccolta dati” del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, al 31 dicembre 2008 erano 15.200 i minori affidati a famiglie diverse da quella naturale, con un incremento del 21% rispetto al 2005. Di questi, il 50,11% era stato affidato a parenti e il restante 49,6 % a terzi.

I minori inseriti nella case-famiglia erano, alla stessa data, ancora 15.500: “Non sono quindi ancora rispettate da parte di tutte le istituzioni le priorità di intervento definite dalla legge n.184/1983” spiega Frida Tonizzo, “che prevedono l’affidamento familiare prioritario rispetto all’inserimento in comunità. Ed è decisamente preoccupante, tenuto conto delle esigenze affettive dei bambini e delle conseguenze negative della carenza di cure familiari, la bassa percentuale di quelli affidati rispetto a quelli inseriti nei servizi residenziali”.

I bambini dati in affido dagli 0 ai 2 anni sono infatti il 4,7 % rispetto al 5% di quelli nei servizi residenziali. Quelli affidati fra i 3 e i 5 anni sono l’8,5 % rispetto al 7,7 % degli altri. “È necessaria un’inversione di tendenza, che privilegi l’affidamento dei piccoli” continua Tonizzo. “La fattibilità di questi affidamenti è ben spiegata in un documento specifico del CNSA condiviso con le Associazioni (www.tavolonazionaleaffido.it). Si tratta di misure urgenti e indispensabili”. A preoccupare gli esperti è anche il crescente numero di affidamenti giudiziari e la parallela diminuzione di quelli consensuali, che invece, in un’ottica preventiva, dovrebbero essere privilegiati.

Obiettivo prioritario di questi provvedimenti di affido è, per quanto possibile, il rientro del bambino nella sua famiglia di origine. Ma i criteri per capire quando un piccolo è “pronto” sono da sempre oggetto di discussione e, secondo gli operatori del sociale, un affidamento non può essere giudicato riuscito o meno solo in base alla sua durata e al rientro nella sua famiglia biologica. “L’attuale disciplina legislativa” spiega ancora Tonizzo, “non pregiudica la possibilità di disporre affidamenti anche a lungo termine, se nell’interesse del minore. E sarebbe necessaria anche una valutazione qualitativa degli affidamenti ai parenti, che rappresentano la metà di quelli in corso: dovrebbero essere valutate le capacità affettive ed educative dei familiari e bisognerebbe capire come vengono supportati dai servizi sociosanitari questi affidamenti, anche dal punto di vista economico”.

Dai dati della stessa ricerca, risulta che le Regioni del centro e del nord siano più orientate a privilegiare l’affidamento familiare, mentre quelle del sud fanno spesso ricorso all’accoglienza nei servizi residenziali. “Concludendo possiamo dire che manca un sistema informativo nazionale e un monitoraggio costante sui minori affidati e ospitati nei servizi residenziali: non sono sufficienti le rilevazioni periodiche, serve un sistema informativo che consenta di seguire il percorso di vita di ogni minore che vive fuori dalla sua famiglia” precisa Tonizzo. “Altrimenti si rischia di “perderlo” fra un passaggio all’altro di struttura o di affidatari”.

“Purtroppo, come spesso accade, le leggi ci sono ma non vengono applicate e chi ne fa le spese è sempre il più debole”, spiega ancora Ripoli. “La legge prevede che venga fatta promozione all’affidamento familiare, in modo da aumentare il desiderio di accoglienza in famiglia di bambini con situazioni difficili. Ma questo o non viene fatto o viene fatto in modo indeguato. Manca una banca dati delle famiglie affidatarie, quindi può accadere che un Comune del nord debba mandare un bambino in affidamento in un’altra regione e fare mille telefonate ai vari servizi per trovare una famiglia disponibile all’accoglienza”.

I Comuni sono gli enti che devono decidere se un bambino deve andare in affidamento, ma sono anche quelli che devono pagare una retta di mantenimento per il minore sia alla famiglia che, eventualmente, a una comunità. “Molto spesso, quindi” continua Ripoli, “non portano avanti certe pratiche per non trovarsi a dover pagare per anni. Ci sono moltissimi Comuni, specie nel sud, che non hanno risorse e spesso accade che, anche volendo, questi non possono dare in affidamento un bambino. Per ovviare a questa situazione basterebbe creare un fondo dove non solo il Comune, ma anche Regioni, Provincie e sopratutto lo Stato contribuiscano con quote”.

La situazione attuale vede quindi strutture di accoglienza che chiudono perché i Comuni non pagano, poche famiglie affidatarie perché non viene fatta un’adeguata campagna di sensibilizzazione, preparazione e sostegno e bambini dimenticati in famiglie problematiche che danno, a loro volta, origine a famiglie con problemi. Anche in termini economici, i costi degli affidamenti familiari ben seguiti dai servizi sociali territoriali sono decisamente inferiori alle rette di un bambino in comunità. “Invece di continuare a tagliare i fondi a livello nazionale, regionale e locale” conclude Tonizzo, “si dovrebbe invece investire, e molto, per supportare le famiglie d’origine, gli affidamenti e le adozioni. Solo così si può cambiare il destino di tanti bambini, creando le condizioni perché diventino cittadini autonomi e non degli assistiti”.

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