La monogamia si è evoluta per prevenire l’infanticidio

Uno studio su Pnas suggerisce come la vita di coppia nei primati sia una conseguenza del desiderio dei maschi di proteggere la prole dall’infanticidio perpetrato da maschi rivali
30 luglio 2013 di Anna Lisa Bonfranceschi

Per poco un meno di un terzo delle specie di primati (in parte, ma non sempre, anche l’uomo) la vita personale è rappresentata dal binomio lui e lei, la coppia. Un dato di fatto quello della monogamia, che da tempo tiene però impegnati i biologi evoluzionisti, curiosi di scoprire le ragioni di questa tendenza diffusa di condividere la vita solo con un altro partner. Oggi uno studio pubblicato su Pnas suggerisce che il motivo per cui alcuni primati hanno scelto la monogamia è di ridurre in questo modo il rischio di infanticidio della prole da parte di maschi non imparentati. Il contributo paterno all’accudimento dei figli infatti sarebbe fondamentale per proteggere la propria discendenza.

Per spiegare l’ evoluzione della monogamia finora gli scienziati chiamavano in causa tre possibili ragioni, forse tutte e tre valide, in combinazione l’una all’altra. Punto primo: le attenzioni di due genitori forniscono migliori cure parentali alla prole; secondo: la monogamia previene l’accoppiamento delle femmine con altri maschi e terzo la vita di coppia protegge i piccoli dall’infanticidio perpetrato da maschi rivali.

Quest’ultimo comportamento è piuttosto diffuso tra le specie di primati, spiega Science News. Le ragioni avanzate dai ricercatori per spiegarlo sono che quando le femmine partoriscono i piccoli questi sono strettamente dipendenti dalle cure della madre, la quale si dedica per gran parte del suo tempo ad allevare la prole, rimandando eventuali occasioni di concepimento. In questa situazione altri maschi, diversi dai padri, vedono l’allattamento e il piccolo stesso come un ostacolo all’accoppiamento e al concepimento, per cui cercando di accorciare i tempi eliminando la prole.

Per capire quale delle tre ipotesi proposte pesasse di più sull’evoluzione della monogamia, i ricercatori guidati da Christopher Opie dell’ University College London hanno analizzato nel dettaglio i dati genetici e comportamentali di 230 specie di primati, collocati quindi all’interno di un albero genealogico basato sulle relazioni tra le specie. In questo modo, sfruttando il metodo bayesiano, i ricercatori sono stati in grado di determinare la comparsa di un dato comportamento e la sua evoluzione nel tempo.

Gli scienziati hanno così osservato che tra i tre tratti ipotizzati solo l’ infanticidio è stato quello che ha preceduto l’evoluzione della monogamia, e che può pertanto considerarsi come il suo motore trainante. Al contrario, le cure parentali e la tutela delle femmine da altri maschi sarebbero comparse dopo, come conseguenze e non cause della monogamia.

Mistero risolto? Non proprio. Insieme ad alcuni ricercatori che fanno notare come l’infanticidio esista anche in specie non monogame e che quindi la vita di coppia non sia l’unica soluzione al problema – e più in generale come non si possa considerare un unico fattore alla base della sua imposizione – uno studio in via di pubblicazione sul numero di Science di questa settimana propone una visione alternativa. Dall’analisi di oltre 2500 specie di mammiferi non umani, il team formato da Tim Clutton-Brock e Dieter Lukas della University of Cambridge suggerisce che la monogamia sia nata in quelle specie dove le femmine sono piuttosto disperse e i maschi non possono raggiungerne più di una in una sola volta.

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Monogamia nata per evitare malattie sessualmente trasmesse

Ha origini nella preistoria, in tribù di cacciatori-raccoglitori

Nessun romanticismo né misticismo: a spingere l’uomo ad abbandonare la poligamia e abbracciare la monogamia é stata la più prosaica necessità di proteggersi da sifilide e malattie a trasmissione sessuale. Una scelta forse più noiosa ma più sicura ed efficace, anche dal punto di vista riproduttivo, tanto da essere imposta con la minaccia di punizioni, e avvenuta nella preistoria, ai tempi delle tribù di cacciatori-raccoglitori.
Lo hanno dimostrato i ricercatori guidati da Chris Bauch, dell’università canadese di Waterloo, riproducendo al computer i modelli di comportamento di queste popolazioni. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, la monogamia sarebbe stata la norma sociale più adatta a contenere le infezioni a trasmissione sessuale, molto più diffuse con la poligamia.

I ricercatori hanno cercato di capire quali fattori abbiano influenzato di più questa transizione dalla poligamia alla monogamia, simulando l’evoluzione di diverse norme sulle relazioni sociali e l’accoppiamento, sulla base di parametri demografici reali e la trasmissione delle malattie. Hanno così visto che nelle prime tribù di cacciatori-raccoglitori, era comune che pochi maschi si accoppiassero con più donne per aumentare il numero di figli. In queste piccole società, dove c’erano al massimo 30 individui sessualmente maturi, le epidemie di infezioni a trasmissione sessuale duravano poco e non avevano un grande impatto sulla popolazione.

Con il passaggio all’agricoltura, le società umane si sono ingrandite (arrivando a 300 individui), così come le malattie sessuali nei gruppi con la poligamia. In assenza delle medicine moderna, l’infertilità provocata da sifilide, clamidia e gonorrea doveva essere alta. Da qui la scelta più vantaggiosa, per l’uomo, di diventare monogamo, e punire gli altri uomini che non seguivano lo stesso comportamento. I gruppi che hanno fatto questa scelta sono così riusciti a superare gli altri che non l’hanno fatta. ”Ciò significa che le nostre norme sociali – commenta Bauch – sono la conseguenza dell’ambiente naturale in cui viviamo e che i modelli matematici possono essere usati non solo per prevedere il futuro, ma anche per comprendere il passato”.

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