Quasi tutti i danni psicologici che colpiscono gli esseri umani provengono dalla famiglia dove il bambino è cresciuto e, nella maggior parte dei casi, questi danni sono stati causati dai genitori e dai parenti, nei periodi dell’infanzia, della adolescenza, della prima età adulta del figlio.
Alcune situazioni, delle quali veniamo a conoscenza attraverso i media, sono così terribili e crudeli da farci provare forti emozioni di dolore e di rabbia quando le leggiamo o vediamo in TV.
Parlo di bambini e adolescenti che subiscono violenze sessuali, incesto, percosse, torture, segregazione. Questi sono i casi che finiscono sui giornali. Ma non tutti gli abusi vengono scoperti e puniti; i casi che diventano di dominio pubblico, sembra costituiscano solo la punta dell’iceberg delle violenze domestiche sui figli.
Altre situazioni, meno gravi e drammatiche, non vengono mai scoperte. E sono quelle famiglie dove genitori fortemente nevrotici riversano sui figli tutti i loro disturbi, ostacolano la loro crescita e impediscono loro di diventare adulti e autonomi.
In queste famiglie non ci sono abusi sessuali o violenza fisica, ma un’atmosfera priva di vero amore, di rispetto, di comunicazione diretta e reale.
Bastano queste mancanze, unite alla visione quotidiana del papà o della mamma che si arrabattano in preda ai loro complessi, per far ammalare psicologicamente i figli.
Nei casi più gravi, come diceva lo psichiatra Morton Schatzman, si può parlare di un vero e proprio assassinio dell’anima che viene perpetrato nei confronti dei bambini. In tutte queste famiglie, i genitori, quando a loro volta erano bambini, sono stati trattati male e danneggiati psicologicamente dai loro padri e madri.

Crescendo, poi, hanno aderito alla mentalità moralista secondo la quale i genitori vanno sempre rispettati, sono sempre buoni, e, se hanno sbagliato, è stato per errore o per troppo amore. Questa mentalità impedisce loro di capire come è stata veramente la loro infanzia e quali persone erano davvero i loro genitori. Così, diventati genitori a loro volta, sfogano sui figli tutto quello che hanno subito quando i figli erano loro. E i bambini si prestano molto bene a questo trattamento: sono piccoli, deboli, indifesi, mancano di mezzi espressivi, rischiano spesso di non essere creduti se si lamentano, non possono andarsene dalla situazione, e, soprattutto, hanno un fortissimo bisogno di affetto.
Così, per avere anche una briciola di quell’amore che chiedono e che per i bambini è vitale, in mancanza di alternative accettano qualsiasi situazione psicologicamente malata, sperano che cambi o si adattano e, in questo modo, si ammalano.
Le coppie che trasformano in nevrotici i loro figli molto spesso sono coppie che non funzionano, coppie nelle quali il padre e la madre non vanno d’accordo da sempre ma non cambiano il modo di vivere, non si separano, fingono che tutto vada bene avvelenando così giorno dopo giorno la loro vita e quella dei loro figli.
In una famiglia sana, dovrebbe esserci un certo tipo di rapporto nella coppia dei genitori ed un tipo di rapporto diverso tra i genitori e i figli.
Questa diversità di rapporti fa capo alla cosiddetta barriera generazionale, cioè la necessaria differenza di ruolo tra giovani e adulti, tra genitori e figli.
Ma se manca l’armonia nella coppia dei genitori, se il rapporto è in forte crisi, allora può capitare che uno dei due genitori, anziché impegnarsi a cercare di migliorare la relazione col partner, costruisca invece un legame affettivo molto forte con uno dei figli e, attraverso questo, si compensi del cattivo rapporto che ha col partner.
Anche se tutto questo non sfocia in un incesto, tuttavia si ha la rottura della barriera generazionale, che comporta gravi danni nell’equilibrio della famiglia e fa nascere la nevrosi nella mente del figlio prescelto.

Oltretutto questo tipo di amore del genitore verso il figlio quasi sempre non è sincero. Non è un voler bene al figlio per quello che è veramente.
Molto spesso il figlio viene usato come alleato nella lotta contro il partner.
In situazioni come queste i genitori litigano davanti ai figli; ognuno dei due squalifica e disprezza l’altro, senza rendersi conto della sofferenza che un comportamento del genere produce nei bambini che non capiscono questo gioco perverso nel quale vengono tirati dentro senza saperlo.
Tipico è il caso delle madri che iperproteggono i figli maschi, li tengono sotto la campana di vetro, rendendoli diversi dai loro coetanei e inadatti ad affrontare il mondo. O, all’opposto, i genitori che trattano i figli come se fossero adulti e li mettono al corrente di pensieri e sentimenti inadatti alla loro età e al loro ruolo in famiglia.
Anoressia, bulimia, forti nevrosi nascono spesso in situazioni come queste. Gravi danni vengono compiuti dai genitori immaturi, quelli che vogliono essere amici dei figli e rifiutano il ruolo del genitore che permette e proibisce e in questo modo aiuta il figlio a formarsi il senso di realtà.
Caratteristica di queste situazioni è il fatto che i genitori non hanno saputo costruire una nuova famiglia, ma fanno sempre riferimento alle loro famiglie di origine. Ciascuno dei due rivendica il primato della sua famiglia su quella dei suoceri e questo è uno dei motivi ricorrenti di litigio.

I parenti sono sempre presenti nelle conversazioni che si fanno in casa, ad essi si fa riferimento come nelle guerre tra tribù, nelle quali ciascuno afferma che i suoi sono migliori degli altri. La polemica, il rinfacciare cose avvenute in passato, il confronto fra le famiglie di origine, diventano lo stile di vita e chi ne fa le spese sono i figli.
La psicanalista svizzera Alice Miller, che per tutta la vita si è occupata di questi problemi, ritiene che, per aiutare chi proviene da una di queste famiglie, il terapeuta non si debba limitare ad essere uno specialista, un tecnico, un giudice fuori dalle parti e neutrale.
È necessario essere dalla parte del paziente, credergli e sostenerlo. Il terapeuta che aiuta chi, quando era bambino, ha subito danni psicologici in famiglia, deve abbandonare il ruolo dell’osservatore distaccato e rivestire invece quello di testimone consapevole che prova empatia per la persona che sta aiutando.
Secondo Alice Miller è sbagliato l’atteggiamento buonista di certi terapeuti, per i quali una terapia ha successo se i figli perdonano i genitori per quello che hanno subito da piccoli e se si riesce ad ottenere una riconciliazione tra genitori e figli.
Questo atteggiamento del terapeuta per lo più è causato dal fatto che lui stesso non ha risolto i problemi coi suoi genitori.
Ma è un modo di fare dannoso e tossico per il paziente, perché gli impedisce una completa presa di coscienza della sua famiglia e della sua infanzia. Il terapeuta che invita a perdonare i genitori e riconciliarsi ostacola la crescita del suo paziente e lo condanna a restare psicologicamente bambino e figlio, per tutta la vita, anche dopo la morte dei suoi genitori. Onora il padre e la madre dice il Quarto Comandamento, ma non tutti i genitori meritano di essere onorati, non tutti hanno diritto al perdono dei figli.

FONTE


Genitori da dimenticare

Può un genitore diventare il peggior incubo dei propri figli? Se ci si rifà alle notizie di cronaca sicuramente sì, ma ciò sarebbe statisticamente poco significativo. Infatti, anche se non si sono mai verificate situazioni drammatiche, molti ragazzi pensano di avere avuto genitori difficili che li hanno penalizzati; la famiglia è stata cioè una condizione penalizzante verso la felicità.

Quali sono le colpe che i figli più spesso attribuiscono ai genitori?

Violenze fisiche – Per il Well-being un genitore che ricorre alla violenza fisica è un genitore fallito e non è il caso di spendere molte altre parole sul concetto.
Assenza – Per il Well-being l’amore si dimostra con le azioni e l’assenza non è mai giustificabile: chi pensa di non aver abbastanza tempo da dedicare ai figli non li deve avere per il semplice fatto che non saprebbe amarli.
Difetti della personalità – Paradossalmente, quando il figlio si accorge di evidenti difetti dei genitori, ne esce rafforzato perché da grande sicuramente li eviterà. Dovrà solo fare attenzione a non servirsene continuamente come alibi per le “sue” colpe (“eh, con i genitori che ho avuto”), situazione purtroppo comune (alibi familiare). Ovvio che, se vedrà i difetti dei genitori come pregi, non potrà distaccarsi e anzi rischierà di diventare peggiore di chi lo ha educato.
Violenza psicologica – Si tratta della colpa più subdola, oggetto di questo articolo.
La violenza psicologica

La violenza psicologica si attua quando i genitori sono così forti da ingenerare una gerarchia non discutibile all’interno della famiglia, anche quando il bambino si sta trasformando in adolescente. Poggiando sulla gerarchia familiare e spesso su condizionamenti economici, il figlio è soggiogato nel tentativo di plasmarlo secondo un copione predefinito; il figlio è una “proprietà” che deve rendere: dalla soddisfazione a scuola, alla prosecuzione dell’attività di famiglia, al formarsi una famiglia di gradimento dei genitori (partner scelto dai genitori, maternità per soddisfare il desiderio dei futuri nonni ecc.) fino al classico bastone della loro vecchiaia.

A ogni tentativo di ribellione, frasi come “ma io sono tuo padre!”, “con tutto quello che ho fatto per te”, “sei un ingrato!” e sciocchezze simili riescono a ristabilire l’ordine e la supremazia. Visto che un figlio si dovrebbe fare per amore, nulla si può chiedere in cambio perché ogni richiesta è puro interesse. Troppi sono i genitori completamente assenti che si buttano nel lavoro e accumulano ricchezze su ricchezze con la falsa giustificazione che “lo fanno per i figli”, quando in realtà lo fanno soprattutto per sé stessi per il semplice fatto che i figli, prima dei soldi, vorrebbero amore.

Sicuramente condizionamenti religiosi (onora il padre e la madre) e sociali (la società si basa sulla famiglia) non hanno mai dato ai figli una grande possibilità di sfuggire alla pressione di genitori-padroni, di quelli che tolgono la libertà per “il tuo bene”. Non esiste

onora i tuoi figli

e finché non esisterà vivremo nel medioevo.

Se una certa dialettica familiare è nella logica delle cose e il figlio insofferente non deve vedere ogni azione dei genitori come negativa se in qualche modo limita la sua libertà d’azione, si può dire che scatta la violenza psicologica quando il figlio subisce e non sa replicare. Ci vuole una grande capacità genitoriale per evitare che ciò non accada mai, ma è sicuramente una colpa quando ciò accade spesso, fino a forgiare negativamente la personalità del figlio.

La sindrome di Stoccolma

rapporto genitori figliPurtroppo, quando scatta il plagio, diventa impossibile anche il distacco e il figlio resta segnato a vita, schiavo di quella famiglia che negli anni ha allentato la catena, ma non l’ha mai spezzata. Si crea una specie di sindrome di Stoccolma*, dove il figlio cerca comunque di recuperare il rapporto, cerca di compiacere i genitori, di essere capito, di essere amato (non riesce cioè a staccarsi dalla necessità di sentirsi amato da loro). Più è maltrattato e più cerca amore, più è denigrato e più cerca considerazione.

I figli che nell’adolescenza si sono staccati e hanno evitato questa schiavitù nascosta si comportano in modo completamente differente e quasi sempre sono persone forti e volitive; la loro strategia non è perdonare i genitori, non è odiarli, ma è dimenticarli; li considerano stelle che si spengono lontane mentre altre più luminose brillano nel presente.

Le due differenti strategie sono dimostrate nel caso estremo di chi è stato abbandonato in tenera età dai genitori: c’è chi riconosce totalmente i genitori adottivi come i veri genitori (se qualcuno mi ama più di mio fratello è il mio nuovo fratello) e chi invece va (o vorrebbe andare) alla ricerca dei vecchi.

Dimenticare significa ricondurli al ruolo di persone normali, che hanno un ruolo ormai marginale nella propria vita. Non è infatti raro un pentimento del genitore che in tarda età, con il figlio ormai grande, decide di recuperare il rapporto. La comprensione dei propri errori e/o la vecchiaia che si avvicina lo portano a posizioni più morbide. Rischia di far male per la seconda volta (anche il troppo amore impedisce alle persone di volare libere). Dovrebbe capire che, con valori diversi, non potrà mai allinearsi a suo figlio. Anche se il pentimento è sincero, potrà esserci amore, ma sempre in secondo piano. Del resto, se per il figlio l’amore per i suoi genitori resta fondamentale, non potrà mai amare nessuno in modo equilibrato, vedasi il test.

Attore: adolescente, quasi autosufficiente, prossimo al diploma o alla laurea. Il test è al maschile, ma evidentemente vale anche al femminile.

Mamma, papà devo darvi una bella notizia. Ho deciso di lasciare gli studi. Sì, lo so che mi manca poco, ma ho trovato la mia vera strada. Ho lasciato X perché non mi ha capito. Ho conosciuto una ragazza, Y, con la quale aprirò un agriturismo dalle sue parti (citare località ad almeno 200 km dalla residenza dei genitori). Una vita vera, semplice. Volevo dirvelo perché parto la settimana prossima.

Il grado di violenza con cui i genitori replicheranno al test dà la loro propensione a essere padroni.

Il grado di calma con cui lo si espone dà la misura della propria libertà.

Se chi espone sarà rimasto calmissimo e i genitori avranno cercato una dialogo pacato, consigliando, ma non ordinando (“ti mancano quattro esami, perché non prendi comunque la laurea? Buttar via una parte della propria vita non è mai positivo. Per quanto ci sia da lavorare, avrai tempo di dare quatto esami, no?”), beh, vorrà dire che è una bella famiglia.

* La sindrome di Stoccolma identifica una condizione psicologica nella quale un soggetto sequestrato prova sentimenti di tipo positivo verso il suo o i suoi sequestratori. La terminologia che identifica questa condizione risale a un episodio avvenuto nel 1973, a Stoccolma. Due rapinatori tennero in ostaggio quattro dipendenti della Kreditbank per alcuni giorni; i sequestrati, nonostante il notevole rischio corso, si attaccarono emotivamente ai sequestratori al punto che, una volta che furono liberati, ne presero le difese e chiesero clemenza per loro presso le autorità. Talvolta la terminologia viene usata in situazioni diverse dal sequestro di persona, ma dai risvolti simili.

FONTE