Gelosia e monogamia sono strettamente collegate a livello cerebrale. Lo ha stabilito una nuova ricerca sperimentale su un gruppo di callicebi, scimmie sudamericane che stringono forti legami di coppia, suggerendo inoltre un ruolo della gelosia nell’evoluzione di rapporti stabili e a lungo termine con lo stesso partner(red)

La gelosia, la sofferenza provocata dalle relazioni sociali e l’attitudine a stabilire legami di coppia sono strettamente legate a livello neurobiologico. Lo rivela il risultato di un nuovo studio sperimentale condotto su callicebi, scimmie sudamericane che stabiliscono forti legami di coppia, da Karen Bales e colleghi dell’Università della California a Davis, che firmano un articolo apparso sulla rivista “Frontiers in Ecology and Evolution”.

La gelosia è un sentimento che si presenta quando pensiamo che un rivale minacci una relazione a cui teniamo, sia esso un potenziale nuovo amante per la nostra moglie, o una nuova relazione per il nostro migliore amico. Inoltre, è spesso accompagnata da emozioni quali paura, insicurezza e rabbia. Per questo, in alcuni casi può avere effetti negativi sulla salute e talvolta portare anche a gesti di violenza.

Bisogna però anche considerare il rovescio della medaglia, perché la gelosia può rivestire un ruolo positivo nei legami sociali, per esempio segnalando che una relazione necessita di più attenzione da parte nsotra. E se si considera la questione dal punto di vista evolutivo, è possibile ipotizzare che abbia avuto un ruolo nel mantenere stabili i legami a lungo termine: in poche parole, potrebbe essere stata cruciale per lo sviluppo della monogamia.

Un modo per verificare questa ipotesi è studiare animali in cui molti meccanismi si presentano in una forma più semplice che negli esseri umani. Gran parte della ricerca sui legami di coppia si è finora concentrata sul’arvicola delle praterie (Microtus ochrogaster) un roditore socialmente monogamo. Per cercare qualcosa di più vicino a noi, Bales e colleghi hanno utilizzato come modello il callicebo rosso (Callicebus cupreus), una piccola scimmia sudamericana di
abitudini monogamiche.

Nel corso della sperimentazione gli autori hanno ripreso in video per circa 30 minuti alcuni maschi adulti di questa specie che potevano vedere un altro maschio adulto in compagnia di una femmina, che poteva essere o meno la partner dell’osservatore. In seguito, hanno sottoposto gli animali a scansioni di risonanza magnetica cerebrale e raccolto campioni di sangue per misurare i livelli degli ormoni implicati nella formazione di legami di coppia e nell’aggressività correlata all’accoppiamento e al comportamento sociale.

Dall’analisi dei dati è emerso che, messe nelle condizioni di provare gelosia, le scimmie mostravano un aumento dell’attività cerebrale nella corteccia cingolata, associata negli esseri umani alla sofferenza sociale, e nel setto laterale, che in alcuni primati è associata alla formazione di legami di coppia.

Rilevanti anche le variazioni dei livelli ormonali, risultati più elevati nel caso del cortisolo, un indicatore di stress sociale, e del testosterone, associato ai comportamenti di competizione e aggressione correlati all’accoppiamento. Dal confronto con le riprese video è emerso inoltre che gli individui cheavevano osservato per più tempo la propria partner in compagnia di un altro maschio erano anche quelli con i livelli più elevati di cortisolo.

“La monogamia probabilmente si è evoluta molte volte, e perciò non è sorprendente che la sua base neurobiologica possa differire nelle diverse specie”, ha spiegato Bales. “Tuttavia, quando si tratta dei meccanismi neurochimici che riguardano il legame di coppia e la gelosia sembra emergere con evidenza un fenomeno di convergenza evolutiva”.

Rimane aperta la questione se i meccanismi alla base della gelosia siano gli stessi anche nel sesso femminile: per rispondere occorreranno ulteriori studi.

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