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L’origine scientifica del déjà vu (Testo del 01.01.2015)

Uno studio del Cnr svela per la prima volta come specifiche anomalie nella morfologia del cervello possano spiegare l’origine dei déjà vu

Non è un errore di Matrix, né un ricordo che ci arriva da universi paralleli, vite precedenti, o qualcosa visto nei sogni. A gettare luce sull’origine del déjà vu, la strana sensazione di aver già visto o vissuto una determinata scena o situazione, arriva oggi uno studio dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr (Ibfm-Cnr), che dimostra come il fenomeno, almeno nelle persone che lo sperimentano frequentemente, sia probabilmente legato alla presenza di particolari anomalie nella morfologia del cervello. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Cortex.

Il déjà vu è un fenomeno psichico studiato da oltre un secolo, e per il quale sono state proposte moltissime possibili spiegazioni scientifiche, nessuna delle quali era riuscita però fino ad oggi a dimostrarne la causa in modo definitivo. Per cercare una risposta, i ricercatori del Cnr hanno deciso di analizzare il cervello di pazienti che soffrono di epilessia, una malattia che può causare frequenti manifestazioni patologiche estremamente simili a déjà vu.

“L’obiettivo di questa ricerca era di scoprire se esista una base anatomo-fisiologica comune nella genesi del déjà-vu tra soggetti sani e pazienti, che possa spiegare le basi di un fenomeno psichico che, in alcune circostanze, diventa patologico”, racconta Angelo Labate, ricercatore dell’Ibfm-Cnr e professore dell’Università Magna Graecia. Per farlo, il team del Cnr ha reclutato 63 pazienti epilettici con episodi frequenti di déjà vu, e ne ha analizzato l’attività e la morfologia cerebrale, mettendola a confronto con quella di 39 persone sane.

I risultati hanno dimostrato che esistono specifiche caratteristiche morfologiche che identificano il cervello dei pazienti epilettici e quello delle persone sane con sperimentano di frequente il déjà vu. “Lo studio ha evidenziato che sia i soggetti malati, sia le persone sane interessate da déjà-vu, presentano anomalie a livello morfologico, che coinvolgono però aree cerebrali diverse”, prosegue Labate. “I pazienti affetti da epilessia evidenziano anomalie localizzate nella corteccia visiva e nell’ippocampo, cioè nelle aree cerebrali deputate al riconoscimento visivo e alla memorizzazione a lungo termine. Questa scoperta dimostrerebbe che la sensazione di déjà-vu, riportata dai pazienti durante un episodio epilettico, è un sintomo organico di una memoria reale, anche se falsa”.

Se per chi soffre di epilessia i déjà-vu sarebbero quindi dovuti ad un’anomala registrazione delle memorie, per le persone sane la situazione è invece diversa. Nei partecipanti non epilettici che sperimentavano più spesso questa sensazione, i ricercatori hanno individuato piccole variazioni anatomiche in un’area cerebrale chiamata corteccia insulare, che ha il compito di convogliare le informazioni sensoriali verso il sistema limbico, cioè la parte del cervello che si occupa delle emozioni.

“Tale modifica parrebbe dimostrare che nel soggetto sano l’esperienza del déjà-vu è in realtà un fenomeno di alterata sensorialità dello stimolo percepito, più che un ricordo alterato”, aggiunge Antonio Cerasa, ricercatore del Cnr che ha partecipato allo studio. In questi casi dunque si tratterebbe di un’emozione che richiama alla memoria una situazione in cui avevamo già sperimentato un sentimento simile. “Noi pensiamo di aver già visto quel posto – conclude Cerasa – ma in realtà è la sensazione che abbiamo provato nel vederlo che ci richiama uno stimolo mnestico precedentemente associato”.

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CNR SVELA IL SEGRETO DEL DÉJÀ-VU, LO CAUSA UN’ANOMALIA CEREBRALE (Testo del 03.01.2015)

Il déjà-vu è un fenomeno psichico sperimentato da circa l’80% della popolazione sana, che consiste nell’erronea sensazione di aver già visto un’immagine o vissuto un avvenimento o una situazione.

Finora non era mai stata trovata una spiegazione plausibile sulle sue cause, anche perché si è sempre studiato il déjà-vu in condizioni di normalità, senza mai considerare la condizione patologica.

I ricercatori dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Catanzaro, in collaborazione con l’Istituto di neurologia dell’Università ‘Magna Graecia’, hanno confrontato per la prima volta al mondo il cervello delle persone più colpite da déjà-vu, sia pazienti neurologici affetti da epilessia sia soggetti sani. I pazienti con epilessia – spiegano – sono un modello patologico più noto in letteratura in quanto le illusioni déjà-vu sono, in realtà, manifestazioni epilettiche derivanti dalle scariche all’interno del cervello.

La ricerca è pubblicata sulla rivista ‘Cortex’.

“L’obiettivo di questa ricerca era di scoprire se esiste una base anatomo-fisiologica comune nella genesi del déjà-vu tra soggetti sani e pazienti, che possa spiegare le basi di un fenomeno psichico che, in alcune circostanze, diventa patologico”, afferma Angelo Labate, neurologo associato dell’Ibfm-Cnr e docente presso l’Università ‘Magna Graecia’.

“Lo studio ha evidenziato che sia i soggetti malati, sia le persone sane interessate da déjà-vu, presentano anomalie a livello morfologico, che coinvolgono però aree cerebrali diverse”.

“I pazienti affetti da epilessia – prosegue l’esperto – evidenziano anomalie localizzate nella corteccia visiva e nell’ippocampo, cioè nelle aree cerebrali deputate al riconoscimento visivo e alla memorizzazione a lungo termine.

Questa scoperta dimostrerebbe che la sensazione di déjà-vu, riportata dai pazienti durante un episodio epilettico, è un sintomo organico di una memoria reale, anche se falsa”. Diversamente, i soggetti sani che vivono questa esperienza “presentano piccole variazioni anatomiche in un’area cerebrale (corteccia insulare) che ha il compito di convogliare tutte le informazioni sensoriali all’interno del sistema limbico/emotivo”, aggiunge Cerasa.

“Tale modifica parrebbe dimostrare che nel soggetto sano l’esperienza del déjà-vu è in realtà un fenomeno di alterata sensorialità dello stimolo percepito, più che un ricordo alterato: noi pensiamo di aver già visto quel posto, ma in realtà è la sensazione che abbiamo provato nel vederlo che ci richiama uno stimolo mnestico precedentemente associato”, conclude.

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SVELATO IL MISTERO DEL DÉJÀ VU, È UN ‘ANTIVIRUS’ DEL CERVELLO (Testo del 17.08.2016)

Arriva all’improvviso e stupisce ogni volta: la netta sensazione, inspiegabile e anche un po’ inquietante, di aver già vissuto quello stesso identico momento.

Sul fenomeno del ‘déjà vu’ si sono interrogate generazioni di esperti della mente e l’ipotesi più accreditata, almeno finora, è che si tratti di un falso ricordo.

Un inganno dei neuroni.

Secondo un nuovo studio, però, questa spiegazione è sbagliata.

Quella giusta sarebbe un’altra: il déjà vu è segno che il cervello sta facendo un check della memoria, per controllare il proprio archivio verificando che non nasconda degli errori.

Una sorta di ‘antivirus’ neurologico. A svelare il mistero è un lavoro firmato dal team di Akira O’Connor dell’università scozzese di St Andrews, presentato il mese scorso alla Conferenza internazionale sulla memoria di Budpest, in Ungheria, e ripreso dal ‘New Scientist’.

Per capire il meccanismo alla base dei déjà vu, gli scienziati l’hanno praticamente riprodotto in laboratorio attraverso un esperimento su 21 volontari sottoposti alla risonanza magnetica funzionale.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, quando la sensazione di ‘già visto’ si innesca non si accendono le aree cerebrali associate alla memoria, per esempio l’ippocampo, bensì le regioni frontali coinvolte nei processi decisionali.

L’interpretazione di O’Connor e colleghi è che durante il déjà vu si attivano queste aree perché il cervello sta passando in rassegna i propri ricordi e inviando un segnale per indicare che ha trovato un errore: un conflitto fra ciò che abbiamo realmente vissuto e quello che invece pensiamo soltanto di aver già sperimentato.

In altre parole, la sensazione che ne deriva non dovrebbe spaventare bensì rassicurarci perché è la ‘spia’ di un cervello performante e in salute. Se questi risultati fossero confermati, sottolineano infatti gli autori, il déjà vu andrebbe visto come il segnale che il sistema di controllo della memoria sta lavorando bene e che è meno probabile incappare in falsi ricordi.

Non a caso il fenomeno viene riferito più frequentemente dai giovani, mentre si affievolisce in età più anziana quando le capacità mnemoniche si riducono.

Andando avanti negli anni, precisa O’Connor, “può darsi che i sistemi di controllo peggiorino e che il cervello diventi meno capace di individuare un ricordo sbagliato”. I ricercatori tengono tuttavia a puntualizzare che queste conclusioni non dovrebbero allarmare chi un déjà vu non l’ha mai avuto: può anche essere che la sua memoria funzioni talmente bene da non aver bisogno di passare l’antivirus per ripulirla dagli errori.

Stefan Köhler, dell’università canadese del Western Ontario, evidenzia come al momento non sia possibile dire se il déjà vu sia un meccanismo vantaggioso o meno.

“Potrebbe accadere che una simile esperienza renda le persone più prudenti, ossia meno propense a fidarsi ciecamente della propria memoria – osserva – Ma al momento non abbiamo alcuna prova”.

FONTE: (AdnKronos Salute)


 

Déjà-vu e premonizione: come funziona (Testo del 09.03.2018)

Questo scherzo della memoria non solo ci dà l’impressione di aver già vissuto una scena, ma anche di sapere come andrà a finire: anche questa seconda sensazione è del tutto fasulla.

Molti conoscono quella sensazione di lieve inquietudine che si accompagna all’esperienza di un déjà-vu, già visto: stiamo vivendo una situazione nuova, ma avvertiamo lo sgradevole sospetto di una scena già vissuta. Per alcune persone, a questo presentimento si aggiunge il presagio di un esito certo: si ha cioè la netta convinzione di sapere come andrà a finire.

Déjà-vu: come si formano nel cervello?
L’HO GIÀ VISTO… MA DOVE? Anne Cleary, psicologa cognitiva della Colorado State University, ha dedicato gli ultimi anni a definire il déjà-vu come un fenomeno legato alla memoria: per la scienziata, esso si verifica quando il cervello riconosce in una scena una somiglianza con qualcosa di già sperimentato, ma non riesce a rievocare correttamente l’episodio in questione. Un po’ come accade quando si ha una parola “sulla punta della lingua” (ma non arriva) o quando si scorge un volto familiare fuori contesto e non si riesce a riconoscerlo.

Ora Cleary e colleghi si sono dedicati al significato “sovrannaturale” che alcuni attribuiscono al déjà-vu: hanno cioè dimostrato che la sensazione di premonizione cui si accompagna è – appunto – soltanto una sensazione, e nulla più di questo.

DÉJÀ-VU ARTIFICIALE. Nell’esperimento, descritto su Psychological Science, Cleary e colleghi hanno ricreato scenari di realtà virtuale usando le ambientazioni del videogioco The Sims. Hanno allestito scene simili dal punto di vista spaziale, utilizzando però situazioni diverse – un giardino, un acquario, una discarica.

Quasi 300 volontari si sono addentrati in questi scenari virtuali, muovendosi al loro interno in prima persona: in alcuni, la familiarità dei luoghi ha indotto un déjà-vu. Tra questi, più della metà ha avvertito anche un forte senso di premonizione: era cioè convinta di sapere in quale direzione avrebbe dovuto muoversi in seguito. Ma era solo una convinzione: chi si diceva sicuro sulla risposta non ha indovinato la strada più dei compagni di esperimento. La sensazione di “sfera di cristallo” non ha quindi trovato corrispondenza nella realtà.

Ora Cleary vuole continuare a indagare per capire se anche la convinzione di “presagio” non sia legata alla familiarità che evoca la scena. Intanto si è detta convinta che l’esperienza del déjà-vu susciti spiegazioni psicologiche molto diverse proprio perché è così misteriosa e soggettiva.

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I ricercatori avrebbero finalmente scoperto il mistero che si cela dietro la sensazione di “déjà-vu” (Testo del 20.08.2016)

“Ho già vissuto questa scena”. È una frase che quasi tutti noi ci siamo detti. Eppure, la sensazione di “déjà-vu” resta ancora molto poco conosciuta e la credenza popolare attribuisce a questo fenomeno numerose interpretazioni, che vanno dalla chiaroveggenza al cambiamento di programmazione della matrice come in Matrix.

In questi ultimi anni, la teoria più diffusa (e più scientificamente argomentata) ha interpretato questa sensazione come un bug del nostro cervello che imprimerebbe la scena vissuta in tempo reale direttamente nella nostra memoria. Ma è stato difficile verificare questa tesi, perché la sensazione di déjù-vu è per sua natura imprevedibile e di difficile osservazione. Fino ad oggi.

Il ricercatore Akira O’Connor, dell’università di St. Andrew, sul suo blog spiega di essere riuscito ad osservare il comportamento del cervello durante un déjà-vu. Le sue scoperte smentiscono completamente la teoria precedentemente acclamata.

“Intrappolare” il cervello per simulare il dejàvù.

Lo scienziato britannico ha presentato il suo studio durante una conferenza internazionale sulla memoria, tenutasi il mese scorso, come ha riportato il “New Scientist” il 16 agosto.

Akira O’Connor ha analizzato il cervello di 21 partecipanti grazie ad un imaging a risonanza magnetica che permette di visualizzare l’attività cerebrale. Per riuscire a riprodurre la sensazione di déjà-vù “su richiesta” il ricercatore ha utilizzato un trucco, modificando una tecnica utilizzata da altri ricercatori per creare falsi ricordi.

I ricercatori hanno letto ai volontari una serie di parole riguardanti lo stesso tema, ma senza menzionare l’argomento direttamente, precisa il New York Magazine. Per esempio, le parole “cuscino”, “letto”, “notte”, “coperta” senza utilizzare il termine “sonno”.

I ricercatori chiedono poi alle cavie se hanno sentito una parola che inizia per “S” (ovviamente questo non è avvenuto). Infine, chiedono loro se hanno udito la parola “sonno”. Ed è in questo momento che il trucco entra in gioco: i partecipanti sanno di non aver sentito la parola con la “S”, una sensazione resa ancora più certa dal fatto che si è appena chiesto loro di rifletterci su. Ma il campo lessicale delle parole evoca ovviamente il sonno e questo dà loro l’impressione di aver sentito questa parola. Ed ecco il “déjà-vu”

Un metodo per controllare la propria memoria?

Si tratta di una battaglia tra una sensazione soggettiva di familiarità e la sensazione oggettiva che tale familiarità non può essere reale”, spiega Akira O’Connor alla BBC.

E quello che hanno osservato i ricercatori analizzando l’attività del cervello durante il déja-vù è sorprendente. La regione della memoria, l’ippocampo, non è attiva spiega il New Scientist. Al contrario, sono le regioni deputate al processo decisionale, situate della parte anteriore del cervello, ad essere attive.

Per lo studioso questo vuol dire che il cervello, durante questo genere di situazioni, controlla “in memoria” che non ci sia una sorta di errore tra quello che viviamo e quello che pensiamo di aver vissuto. In sostanza la sensazione di déjà-vu sarebbe il segno che il cervello nostro funziona bene e corregge i falsi ricordi. A proposito di questo le sensazioni di déja-vu sono meno ricorrenti nelle persone anziane la cui memoria è meno efficiente.

Ovviamene, questo studio dovrà essere verificato ed approfondito prima di poter affermare una volta per tutte che il mistero del déjù-vu è stato finalmente svelato. Ma se questa è la teoria giusta, cosa dovrebbe pensare il 30% di popolazione che non ha mai vissuto questa sensazione? Per Akira O’Connor, non c’è bisogno di agitarsi: vuol dire di certo che la loro memoria è molto efficiente e che non ci sono errori da corregere.

Ma se questa è la teoria giusta, cosa dovrebbe pensare il 30% di popolazione che non ha mai vissuto questa sensazione? Per Akira O’Connor, non c’è bisogno di agitarsi: vuol dire di certo che la loro memoria è molto efficiente e che non ci sono errori da corregere

Ma se questa è la teoria giusta, cosa dovrebbe pensare il 30% di popolazione che non ha mai vissuto questa sensazione? Per Akira O’Connor, non c’è bisogno di agitarsi: vuol dire di certo che la loro memoria è molto efficiente e che non ci sono errori da corregere

Déjà-vu?

Questo post è stato pubblicato per la prima volta su le Huffpost ed è stato poi tradotto dal francese da Milena Sanfilippo

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