Abrogare il valore legale della laurea? Un tabù superato dai fatti

–di Marzio Bartoloni 13 novembre 2018

Il primo a lanciare il sasso è stato il vice premier Matteo Salvini: «È una questione da affrontare». Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha aggiustato il tiro: «È un tema di cui si dibatte da tanti anni. In questo momento non è in programma, non è detto che poi possa essere analizzato». Di abolizione del valore legale del titolo di studio se ne parla ormai da decenni: nel recente passato ci ha provato il governo di centrodestra con il ministro Maria Stella Gelmini. E anche il Governo guidato da Mario Monti sollevò la questione. Ma il valore legale della laurea è da sempre un tabù. Anche se il tema che sta alla base è diverso. È cioè quanto oggi chi si laurea in un ateneo o in un altro in Italia ha effettivamente la stessa preparazione e soprattutto le stesse chance sul mercato del lavoro. Nei fatti sembrerebbe di no.

Quali sarebbero gli effetti in Italia
Ma cosa significherebbe se anche in Italia il “pezzo di carta” perdesse il proprio “valore legale”, come negli Usa? E cioè se la laurea smettesse di avere lo stesso valore se conseguita a Palermo o a Bolzano e se non venisse magari più richiesto un particolare titolo di studio come requisito per l’accesso ai concorsi pubblici? Il valore legale del titolo di studio nasce con l’idea di introdurre una sorta di marchio di qualità concesso dallo Stato alle università per garantire ai cittadini la qualità della formazione universitaria. Una garanzia per i cittadini che si servono di professionisti, ma anche per le imprese e il settore pubblico che assumono laureati con il “bollino” di qualità sulle competenze e su curricula certificati. Il limite del valore legale della laurea – secondo molti osservatori, soprattutto del mondo economico – sta nel suo uso formalistico che spesso ha ottenuto risultati opposti a quelli desiderati. La sua abrogazione potrebbe invece significare la liberalizzazione della formazione universitaria, lasciando che il mercato faccia da regolatore del valore della laurea nella sostanza e non nella forma. In pratica la nuova parola d’ordine sarebbe più concorrenza tra gli atenei con quelli più virtuosi – perché hanno i docenti e le strutture migliori e spendono meglio i fondi a disposizione – che diventerebbero i più ambiti dagli studenti per laurearsi e dalle imprese per assumere.

Accesso più facile ai concorsi pubblici
Un fenomeno questo che all’estero è un dato acquisito e che anche in Italia – grazie anche alla diffusione di ranking e classifiche – sta prendendo piede. Insomma già oggi si può sostenere che per il mercato del lavoro non tutti i laureati sono “uguali”. Chi si diploma in un ateneo come la Bocconi o la Normale di Pisa ha sicuramente più chance. E chiunque prima di iscriversi si informa sulle performance dell’università. Non solo. Tra gli effetti ci sarebbe anche che con lo stop al valore legale chiunque potrebbe accedere ai concorsi pubblici indipendentemente dagli studi compiuti.

I potenziali rischi
Quale è invece secondo i detrattori il punto debole dell’abrogazione del valore legale della laurea? Il rischio è quello di favorire la creazione di università di serie A e B. In più l’effetto sarebbe anche l’aumento esponenziale delle tasse in quelle università ritenute migliori che escluderebbero i ragazzi provenienti dalle famiglie con meno redditi. In più sarebbero colpiti soprattutto gli studenti del Sud sia per il reddito procapite mediamente più basso che per le università che già oggi spesso non hanno le stesse performance di quelle del Nord. A spiegare quali sono i possibili rischi sono gli studenti del movimento Link: «L’abolizione del valore legale del titolo di studio, lungi dall’essere un modo per favorire il miglioramento dell’attività formativa all’interno degli atenei, costituirebbe il colpo di grazia per le grandi università a scapito di quelle piccole e del Sud, considerando differente la formazione ed il valore della laurea sulla base di parametri discrezionali e che non tengono conto delle esigenze degli Atenei, alimentando la competizione tra gli stessi Atenei e tra studenti che possono permettersi determinate Università e chi invece no».

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Laurearsi serve sempre (e si guadagna di più)

67% i laureati con un lavoro fisso. Nonostante il calo delle iscrizioni, per Almalaurea il titolo universitario resta il miglior investimento. Se un diplomato guadagna 100, il laureato arriva a 155. Ed è anche più facile trovare il lavoro giusto

Sia chiaro: studiare serve e laurearsi serve ancora di più. Ieri abbiamo pubblicato i dati del consorzio Almalaurea sul destino dei laureati italiani negli ultimi cinque anni, e abbiamo sottolineato come la laurea, il famoso pezzo di carta agognato dalle mamme e poi tenuto incorniciato nel tinello, avesse perso gran parte del suo potere di attrazione. Nelle patrie università, insomma, negli ultimi cinque anni si era assistito ad una diminuzione sistematica delle immatricolazioni, superiore al 9%: 26 mila studenti in meno. Almalaurea ribadisce oggi che, comunque, laurearsi è ancora oggi la via più certa per trovare un lavoro prima e meglio.

«Il calo delle immatricolazioni non deve meravigliarci – dice Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea – in quanto è il frutto di tre fattori concomitanti. Primo, negli ultimi 25 anni i diciannovenni sono diminuiti del 38%. C’è stato un oggettivo calo demografico. Secondo, il tasso di passaggio tra scuola superiore e università è crollato di 9 punti (dal 75 al 66 per cento) a motivo della controversa immagine che l’università italiana ha dato di sé: dalle parentopoli, agli sprechi, alla moltiplicazione dei corsi inutili. Terzo, la laurea triennale (mantenere un figlio agli studi 3 anni invece di 5) ha aperto gli atenei a fasce di popolazione prima escluse, ma poi queste stesse si sono trovate di fronte al problema dei costi aumentati e non ce l’hanno fatta più».

Da qui il calo degli iscritti. Ma l’università paga. Tutti i dati statistici confermano – infatti- la diretta proporzionalità tra laurea, occupazione e reddito. Se prendiamo i diplomati e i laureati usciti dai rispettivi corsi di studio nel 2004 e li andiamo a rivedere nel 2009 (a cinque anni di distanza), scopriamo che esiste uno zoccolo duro di persone non ancora occupate, pari al 14,8% dei diplomati e al 12,1% dei laureati triennali. Ma mentre un lavoro continuativo (anche se non fisso) ce l’ha il 37% dei diplomati, questo dato sale al 67% tra i laureati. Un impiego a tempo indeterminato ce l’hanno il 18% dei diplomati, ma ben il 37% dei laureati. Complessivamente, quindi, i laureati lavorano molto di più e con maggiore stabilità rispetto a chi ha studiato di meno, come conferma il tasso di occupazione complessivo che, nel caso dei laureati, presenta un vantaggio di 11 punti sui diplomati (66 contro 77 per cento).

Si ribatte che, però, i dottori guadagnano poco. «Se noi consideriamo le retribuzioni sull’arco dell’intera vita lavorativa, un diplomato oggi guadagna 100 quando un laureato arriva a 155: il divario è enorme – spiega Cammelli – e l’abbaglio che molti prendono quando osservano che un diplomato prende più di un laureato, dipende dal fatto che osservano le retribuzioni iniziali, e quando il laureato si mette sul mercato del lavoro il diplomato c’è già da almeno quattro anni. Sui tempi medi e lunghi la differenza appare invece evidente e tutta a vantaggio dei laureati».

Ciò detto non tutte le lauree sono uguali e altrettanto spendibili. Uno studio di Confindustria ha rilevato il numero dei laureati di un anno accademico e quello richiesto dal sistema delle imprese nello stesso anno: alla luce di questi dati si nota come l’Italia abbia bisogno ancora oggi di 20 mila ingeneri in più, 15 mila economisti e statistici, 8 mila medici e sanitari. Per contro c’è un esubero annuo di 4 mila psicologi, quasi 17 mila laureati in lettere o lingue, 4 mila architetti, 3 mila geologi, eccetera. «Non c’è, dubbio – continua Cammelli – che le lauree scientifiche, tecnologiche ed economiche danno una possibilità di impiego più rapida delle altre. Tuttavia, valutati i laureati a distanza di 5 anni, anche quelli delle lauree generaliste hanno trovato un lavoro. Impiegando solo più tempo».

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Laurea breve ma stipendio migliore: Il paradosso: punito chi studia di più

Paga più elevata a chi rinuncia alla magistrale. «Ma nel tempo la tendenza si inverte»

PADOVA Chi si ferma alla laurea triennale trova più lavoro ed è più «ricco» di chi completa l’iter 3+2 e ottiene quella magistrale. È questo il primo dato che balza all’occhio nel rapporto annuale del consorzio interuniversitario Almalaurea sul profilo e sulla condizione dei laureati veneti a un anno dalla proclamazione: in quanto a occupazione e reddito, la differenza di preparazione tra chi si accontenta del triennio e chi sceglie di proseguire gli studi per specializzarsi non si nota. E anzi l’ago della bilancia, seppur di poco, pende proprio dalla parte di chi entra nel mercato del lavoro con la «scorciatoia». L’indagine di Almalaurea riguarda 13.592 laureati triennali e 6.838 laureati magistrali usciti dalle Università di Padova, Verona, Ca’ Foscari e Iuav nel 2015; dal conteggio sono esclusi i corsi di laurea magistrale a ciclo unico come Medicina e Giurisprudenza, dove l’accesso alla professione richiede tempi più dilatati.

Per quanto riguarda i dottori triennali, si registra un tasso di occupazione del 77% e una retribuzione media di 1.138 euro netti al mese; sul fronte dei dottori magistrali, invece, il tasso di occupazione è del 76% e la retribuzione media è di 1.134 euro netti al mese. I laureati magistrali del Veneto soccombono anche nel confronto con il resto d’Italia, almeno sotto il profilo economico: a livello nazionale, infatti, i dottori triennali trovano un impiego nel 68% dei casi e portano a casa uno stipendio mensile di 1.104 euro netti, mentre quelli magistrali raggiungono un’occupazione del 71% e una retribuzione di 1.153 euro. «I due tipi di laureati non hanno la stessa portata sul mercato – spiega Paolo Gubitta, docente di Organizzazione aziendale a Economia – chi si ferma dopo tre anni spesso lo fa perché gli capita l’occasione. Sulla retribuzione pesa la percezione dei datori di lavoro, perché sia triennali che magistrali sono persone senza esperienza e inoltre i contratti sono grossomodo gli stessi. Bisogna posticipare l’analisi: il vantaggio dell’investimento formativo emerge dopo 2-3 anni». Per quanto riguarda l’opinione sul titolo di studio conseguito, in Veneto è giudicato «efficace» dal 47% dei dottori magistrali contro il 48% della media nazionale (e contro il 53% dei dottori triennali).

La situazione migliora (ma nemmeno troppo) prendendo in considerazione il campione di 6.484 laureati magistrali intervistati a cinque anni dall’alloro (dato che per i triennali non è disponibile): l’89% di chi si è laureato nel 2011, oggi ha un lavoro contro l’84% della media nazionale, ma la retribuzione mensile si ferma a 1.393 euro contro i 1.405 a livello italiano. Insomma, fuori dal Veneto la busta paga aumenta di 12 euro: almeno dal punto di vista economico, sembra proprio che chi vuole frequentare un corso magistrale faccia meglio a cambiare regione. Per il resto i laureati veneti (sia triennali che magistrali) sono quasi sempre sopra la media nazionale, a partire dall’età media alla laurea (25,3 anni contro 26,1): Veneto batte Italia per laureati in corso (62% contro 49%), tirocini (68% contro 56%), periodi di studio all’estero (15% contro 11%) e lavoro durante gli studi (71% contro 65%), mentre il voto di laurea è un po’ più basso (102,2 contro 102,5). L’89% dei laureati è soddisfatto dell’esperienza universitaria, con punte dell’86% per il rapporto con i docenti e dell’82% per il carico di studio ricevuto; il consenso scende al 76% per le aule. Presi singolarmente, inoltre, gli Atenei mostrano valori più elevati rispetto a quelli del dato aggregato: a Padova gli ex studenti magistrali proclamati nel 2011 guadagnano 1.414 euro al mese; a Ca’ Foscari il voto medio di laurea è 103,2; a Verona i laureati triennali occupati sono l’80% (+20% dal 2013) e quelli magistrali sono l’83%.

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