Esperimenti con uccelli canori dimostrano che la struttura del loro canto ha alcune caratteristiche che si riscontrano anche in molte lingue del mondo e nella musica, e che dipendono da una predisposizione biologica e non dall’apprendimento

L’esistenza di meccanismi cerebrali innati universali che presiedono all’apprendimento del linguaggio negli esseri umani e del canto negli uccelli è confermata da uno studio condotto da Jon T. Sakata e Logan S. James della McGill University a Montreal, in Canada, che hanno analizzato l’apprendimento delle vocalizzazioni in un gruppo di diamanti mandarini, una specie di uccelli canori. Lo studio è descritto su “Current Biology”.

E’ noto da tempo che le lingue del mondo condividono molte caratteristiche – fra cui la struttura sintattica fondamentale (come l’ordine delle parole) e proprietà acustiche del parlato, come il tempo e l’intonazione – che potrebbero derivare da una predisposizione biologica.

Inoltre, recenti esperimenti hanno messo in evidenza sottili relazioni fra capacità linguistiche, senso del ritmo e musica, suscitando il sospetto che fra questi aspetti del comportamento umano e le vocalizzazioni musicali degli uccelli ci sia un legame molto più stretto di quanto finora pensato.

Per verificare l’esistenza di eventuali predisposizioni biologiche negli uccelli, i ricercatori hanno fatto ascoltare ad alcuni esemplari di diamante mandarino dei canti composti da cinque elementi acustici disposti in ogni sequenza possibile. Tutte le possibili composizioni sonore sono state fatte ascoltare in ugual misura, e in un ordine casuale differente da esemplare a esemplare.

Se l’apprendimento del canto dipendesse solo dall’apprendimento, i diversi esemplari avrebbero alla fine imparato a emettere schemi canori differenti. Invece, i modelli di canto che hanno prodotto erano molto simili non solo fra loro, ma anche a quelli osservati nelle popolazioni naturali. Per esempio, tutti i diamanti mandarini cresciuti ascoltando sequenze randomizzate alla fine del loro canto emettevano
una vocalizzazione lunga e bassa, come i loro consimili selvatici.

Altri suoni – come alcune vocalizzazioni brevi e acute – comparivano invece molto più frequentemente all’inizio o al centro del canto. Questo schema, osservano i ricercatori, corrisponde anche a modelli osservati in diverse lingue e nella musica, in cui i suoni alla fine delle frasi tendono a essere più lunghi e più bassi rispetto ai suoni al centro.

“Nell’immediato futuro – ha concluso Sakata – vogliamo capire come i meccanismi cerebrale di elaborazione uditiva siano alla base di questi ‘pregiudizi di apprendimento’, sia nei neonati umani sia nei giovani uccelli.”

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La grammatica del linguaggio negli uccelli

Il diamante mandarino, un passeriforme originario dell’Australia, e il parrocchetto ondulato, la comune cocorita, sono in grado di astrarre le regolarità presenti all’interno di successioni di sillabe: un’abilità ritenuta cruciale per lo sviluppo delle capacità linguistiche negli esseri umani

Una delle caratteristiche cruciali dell’apprendimento del linguaggio è la capacità di astrarre la struttura grammaticale della lingua parlata: è proprio l’astrazione a permettere agli esseri umani di rilevare le regolarità presenti nella propria lingua madre, e di generalizzarle.

Questa abilità è stata analizzata negli studi sull’apprendimento della lingua, in cui i soggetti umani sono esposti a stringhe di suoni organizzati secondo una specifica struttura grammaticale, ma prive di significato (per esempio “i pirotti carulizzano elaticamente”).

Si è così dimostrato che l’abilità di astrarre la struttura sottostante da una serie di stimoli – sia visivi sia sonori – è presente già nei bambini piccoli.

La grammatica del linguaggio negli uccelli
Un esemplare di diamante mandarino (Wikimedia Commons)
I risultati ottenuti sugli esseri umani hanno anche suggerito che nel corso dell’evoluzione questa abilità cognitiva possa aver preceduto lo sviluppo del linguaggio, manifestandosi per la prima volta nel genere Homo oppure in qualche nostro antenato ancora più lontano. In questa seconda ipotesi, essa potrebbe essere presente anche in altri animali.

Sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” Michelle J. Spierings e colleghi dell’Università di Leiden nei Paesi Bassi, hanno analizzato due specie di uccelli, il diamante mandarino (Taeniopygia guttata), un passeriforme originario dell’Australia, e il parrocchetto ondulato (Melopsittacus undulates), noto anche come cocorita.

La grammatica del linguaggio negli uccelli
Un esemplare di parrocchetto ondulato (Wikimedia Commons)
L’obiettivo degli autori era valutare se queste due specie fossero in grado di imparare a distinguere brevi successioni di sillabe dotate di una struttura grammaticale definita.

I test hanno dimostrato che entrambe le specie sono capaci di distinguere
tra due stringhe di questo tipo, ma con meccanismi molto differenti.

Il mandarino infatti fa caso all’ordine in cui compaiono specifiche “sillabe” nella successione di suoni. Il parrocchetto, invece, è in grado di rilevare la struttura complesiva della successione di suoni (per esempio, ripetizioni, accenti, ecc.), il che permette all’animale di utilizzarla per classificare correttamente le sillabe presenti in frasi assolutamente nuove.

Secondo gli autori questa capacità di percepire la relazione astratta tra sillabe diverse è assimilabile al ragionamento analogico, da sempre considerato appannaggio esclusivo degli esseri umani e di recente documentato in poche specie animali.

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