L’80% dei vegetariani smette di esserlo, ma ciò non significa abbandonare un modo di nutrirsi consapevole. Ecco perché la riduzione della carne, e non la sua assoluta esclusione, è la via giusta e, sì, mi sento decisamente re-du-ce-ta-ria-na!

 

Quando ho sentito parlare per la prima volta di reducetariani ero già annoiata: ah beh, mangiare meno carne, certo, e quindi? L’idea di avere un nuovo nome per definirmi non mi eccitava neanche un po’. Non mi sembrava di averne bisogno per dire: che mangio poca carne per i soliti motivi (ambiente, animali, salute); che non sono più vegetariana perché nel mio caso l’assenza di carne era più una devianza psichica; che mangio qualche volta carne rossa perché me l’ha detto il dottore, capitandomi di soffrire di una brutta anemia.

Ogni tanto mangio la carne anche – ve lo dico – perché è comodo, perché è facile e perché è buono, e anche perché è cultura, e non posso pensare di viaggiare vicino o lontano sfarfugliando in continuazione “cosa c’è dentro?”. Poi invece ho capito che l’introduzione di quella parola nuova serviva proprio, ed era un messaggio chiaro rivolto a chi odia e disprezza i carnivori.

Da ex vegetariana posso capire quest’odio: uno che non mangia carne ha affrontato tante difficoltà, e ne affronta ogni giorno, per cui si incattivisce per forza contro chi non è neppure sfiorato dall’atroce dubbio morale e dal categorico imperativo sociale di non masticare tessuto connettivo di un essere senziente atrocemente ucciso per quello scopo. Il pensiero diventa dominante, e spesso scatta una gara con se stessi – ma anche con il resto del mondo – per cui si parte vegetariani, si svolta vegani e ci si sveglia fruttariani. Durante il tragitto, l’odio per i carnivori non può che crescere.

 

Scopri i 10 cibi più assurdi che i vegani non possono mangiare.

La cocciniglia è usata anche per colorare le caramelle Tic Tac rosse
Il pane presenta spesso tracce di grassi animali
Grassi animali e strutto anche per il pane in cassetta e il pan carré
Le patatine fritte spesso contengono il sego, grasso derivato dalle mucche
Semaforo rosso anche per la Guinness: come chiarificante è usata una gelatina ricavata dai pesci
Vietato anche lo yogurt: si usano gelatine che contengono ossa e pelle
Prima di passare ai coloranti artificiali, per il Martini Rosso se ne usava uno derivato dalla cocciniglia
Stesso colorante (E120) anche per l’alchermes
Molti chewing gum contengono lanolina, derivata dal vello degli ovini
Anche alcune varietà di sidro, molto popolare nei paesi nordici, non sono “vegan friendly”

 

Il club era così esclusivo, che chi era – diremmo oggi – reducetariano, e per esempio mangiava pesce, non lo diceva. Conosco una marea di “vegetariani-ma-il-pesce-sì”. Che non ha senso, perché i pesci sono senzienti e intelligenti come gli altri animali (pensiamo al polpo) e il depauperamento dei mari è un problema probabilmente più grave degli allevamenti intensivi, per non parlare del fatto che da un punto di vista salutistico mangiare pesce è ormai, per molti prestigiosi istituti, quasi sinonimo di auto-avvelenamento. Secondo un’indagine, addirittura il 43% dei vegetariani non è un vegetariano “puro”.

Ecco, oggi è arrivata la parola reducetariano e non serve più prendersi in giro: siamo tutti promossi a esseri sensibili e consapevoli se scegliamo un giorno senza carne, se riduciamo al minimo la carne rossa, gli affettati, il pesce, il pollame e i frutti di mare e, dato che ci siamo, diamo pure una sforbiciata ai latticini.

La verità – suggerisce nel video sotto Brian Kateman – è che il messaggio vegetariano ha fallito, che l’80% dei vegetariani smette di esserlo, e che appunto anche i vegetariani che non lo ammettono a se stessi incorrono in peccati di carne.

Invece, il reducetarianesimo unisce anziché dividere: vegetariani e vegani sono in fondo anche loro reducetariani, fino al punto di escludere la carne del tutto, e il concetto di riduzione apre alla possibilità di non focalizzare sulle differenze, ma sull’impegno sociale, umano e salutista di mangiare meno carne, a prescindere da dove esattamente ci troviamo in questo grande spettro di buone intenzioni e virtù applicate alla salvezza – scusate se è poco – del mondo.

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