La nostra capacità di imbrogliare ha basi biologiche. E uno studio dimostra perché ci abituiamo
La disonestà fa parte della vita e condiziona l’organizzazione della società, dalla finanza alla politica, oltre a compromettere i rapporti che ciascuno di noi ha con chi gli sta vicino. Si comincia con piccole trasgressioni, cose davvero da poco e poi si va avanti con atti sempre più gravi fino a mettere in crisi, a volte, il buon funzionamento di interi settori del vivere civile, il lavoro, la giustizia, l’istruzione, la medicina tanto per fare qualche esempio.
Parrebbe una contraddizione, ma anche gli scienziati sanno essere disonesti e i danni in questo caso sono davvero gravi. Quanti bambini sono morti dopo che Andrew Wakefield ha pubblicato sul Lancet che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia si associa all’autismo? Tutto falso. Era il 1998, Wakefield è stato accusato di corruzione, è stato espulso dagli ordini professionali, il Lancet ha disconosciuto il suo lavoro e adesso nessuno lo può più nemmeno citare.
Gli stimoli emotivi
Intanto però, nonostante gli sforzi della comunità scientifica per ristabilire la verità, la gente (e le mamme soprattutto) — da noi e nel mondo — ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti delle vaccinazioni e il dubbio che in quella teoria ci fosse qualcosa di vero resiste. Basta dire che il presidente Trump ne scrive nei suoi tweet come se fosse vero e ne parla apertamente nei dibattiti politici («e così si mette in pericolo la salute degli americani» ha scritto Peter Hotez sul New York Times). E questo dopo che tutti gli studi fatti da allora a oggi hanno dimostrato senza dubbi che non c’è alcun rapporto tra vaccinazione e autismo.
Com’è possibile che uno scienziato, che è anche medico, arrivi a tanto? Avrà cominciato da piccole cose: omettere qualche dato, aggiungerne qualcun altro e così, di imbroglio in imbroglio, è arrivato a inventarsi una ricerca di sana pianta (Wakefield era stato pagato — si è scoperto dopo — da uno studio legale per provare l’associazione tra autismo e vaccinazioni; agli avvocati serviva per far causa alle ditte).
Piccole trasgressioni sempre più grandi
Ma vi siete mai chiesti perché da una piccola trasgressione si passa a forme di disonestà sempre più grandi, proprio come capita con le valanghe che poi nessuno ferma più? Cosa succede nel nostro cervello? Fino a qualche tempo fa la risposta non c’era, ma un lavoro di studiosi inglesi e americani appena pubblicato su Nature Neuroscience ci fa fare un bel passo avanti.
Gli autori sono partiti da due considerazioni, la prima è che il nostro cervello risponde sempre meno a determinati stimoli emotivi se questi si ripetono con una certa frequenza, la seconda è che di solito chi non è abituato a trasgredire, la prima volta che lo fa si sente a disagio. Ma se tu trovi il modo di bloccare certi mediatori chimici coinvolti nell’elaborare le emozioni quel senso di disagio sparisce (al punto che studenti trattati con farmaci del gruppo dei simpaticolitici, per esempio, sono molto più disinvolti nel copiare un compito di chi prende un placebo).
La risonanza magnetica funzionale
Col lavoro di Nature Neuroscience, Neil Garrett e i suoi colleghi sono riusciti a esplorare con tecniche di risonanza magnetica funzionale il comportamento di persone che venivano incentivate a compiere piccoli atti di disonestà e a ripeterli nel tempo. Si sono concentrati soprattutto sull’amigdala perché questa è la sede delle emozioni ma hanno esplorato anche altre aree potenzialmente rilevanti. «Non sarà per caso — si sono chiesti gli scienziati — che certe regioni del cervello si attivano in chi commette piccole trasgressioni per poi andare incontro a una sorta di “tolleranza” man mano che gli atti di disonestà diventano più gravi?». Suggestivo, ma bisognava poterlo dimostrare. Il sistema che hanno escogitato per scoprire le basi biologiche della disonestà è un po’ complicato da spiegare e ve lo risparmio anche perché è del tutto ininfluente sul risultato finale. Con una certa sorpresa gli scienziati hanno potuto documentare che il cervello di chi cadeva nella trasgressione sulle prime si attivava proprio a livello dell’amigdala, e solo lì; poi il segnale si riduceva col crescere della trasgressione al punto che i neuroradiologi potevano prevedere in base all’intensità delle immagini quanto grave sarebbe stata la trasgressione nell’esperimento successivo.
L’adattamento del cervello
Insomma, i messaggi che ti manda il cervello se tu imbrogli appena un po’ (non pagare le tasse del tutto, per esempio, o cominciare ad assumere sostanze vietate se sei un atleta o trascurare i dati che non ti conviene pubblicare se fai ricerca) che all’inizio ti fanno sentire a disagio, diventano sempre più deboli. È l’«adattamento» del cervello come dicono i neurologi, alla disonestà in questo caso (The brain adapts to dishonesty appunto, è il titolo del lavoro). E se il cervello sapesse adattarsi allo stesso modo anche alla violenza, si chiedono i ricercatori?
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