Il Caso o la Fortuna, qual dir si voglia, mi hanno fatto incontrare un grande sceneggiatore di Topolino… negli uffici dell’azienda presso la quale presto gran parte del mio lavoro!

Su TOPOLINO, questa e la prossima settimana saranno pubblicate due sue storie di paperi… ringraziando per il piacere di aver ricevuto dedica e autografo, è un mio onore dedicargli un 3d, pubblicando una sua vecchia intervista e il link a una sua bella storia trovati online!

Sei un grande Giorgio!

INTERVISTA A GIORGIO FIGUS
di Marco Della Croce

Raccontaci: qual’è stato il tuo primo incontro con i comics?
E’ piuttosto difficile rispondere con precisione a questa domanda. Per quanto mi ricordo, fin da quando ero molto piccolo mi sono sempre sentito irresistibilmente attratto da ogni tipo di fumetto per ragazzi. In particolare “Topolino”, ma non solo. Allora c’erano anche “Il Corriere dei Piccoli”, “Il Monello” e una miriade di pubblicazioni alternative: “Tiramolla”, “Cucciolo”, “Soldino”, “Trottolino”, “Geppo” ecc. Ero già la disperazione di genitori, nonni e zii, sempre con il portafoglio in mano ogni volta che passavo vicino ad un’edicola.

Come e perché decidesti di diventare un autore di fumetti?
Se uno è veramente appassionato di fumetti, è quasi inevitabile che prima o poi finisca per provare a realizzarne egli stesso. Veramente io avrei voluto diventare un buon disegnatore… ma, ahimè, non ci ho messo molto ad accorgermi di essere piuttosto negato per questa professione. Però, più mi rendevo conto di questa triste realtà, più mi accorgevo che mi veniva piuttosto facile scrivere. Durante le vacanze estive, quando non c’era assolutamente niente da fare, scrivevo piccole sceneggiature che un mio amico provvedeva a disegnare (lui sì che aveva talento, peccato che non ci abbia “creduto” e abbia preferito diventare programmatore). Non siamo mai riusciti a finirne una, ma evidentemente questa attività estiva ha costituito un buon esercizio, contribuendo anche a darmi sufficiente fiducia in me stesso. A questo punto non restava che attendere l’occasione giusta per compiere il “grande salto”, cioè per arrivare a pubblicare…

Come arrivasti a pubblicare la tua prima sceneggiatura?
Quando ho saputo che le storie di Topolino venivano realizzate in Italia, ho fatto appello a tutto il coraggio che avevo e ho scritto una lettera alla redazione, a Segrate (nei pressi di Milano). Era il 1980. In quel periodo la rivista era ancora pubblicata dalla Mondadori.Qualche tempo dopo giunse la risposta di Franco Fossati, che era appena diventato responsabile del coordinamento sceneggiatori. Era disponibile ad esaminare i miei soggetti, ma ci teneva a conoscermi di persona. Preso l’appuntamento, feci appena in tempo a scrivere un soggetto (“Zio Paperone e il carro hittita”), poi mi presentai davanti a quel burbero signore con la barbetta. Più che di un colloquio, ricordo che si trattò di un lungo monologo: infatti parlò praticamente sempre lui, io mi limitavo a rispondere con qualche monosillabo. Mi spiegò che nel recente periodo le storie di Topolino erano diventate BRUTTE: scene violente, gente che si minacciava con le armi, sentimenti meschini, sceneggiature fiacche e inconcludenti… per cui lui stava cercando di riportare le storie ad una buona qualità, come quelle del “periodo d’oro” dei primi anni ’70. Al momento di congedarmi mi disse di lasciargli il soggetto, ma solo se ritenevo che fosse perfettamente in linea con quanto mi aveva detto. Gli consegnai il soggetto, incrociando mentalmente tutte le dita che avevo a disposizione…Passarono due mesi, e quel lungo silenzio mi fece pensare che forse era il caso di metterci una pietra sopra e di tentare qualcos’altro. Invece arrivò la telefonata di Fossati: il soggetto gli era piaciuto, e mi commissionò così la mia prima sceneggiatura, che venne in seguito disegnata da Guido Scala.
Da allora non sono più riuscito a smettere.

Puoi dirci quali sono i tuoi metodi, la tua tecnica e i tuoi tempi nello sceneggiare?
Prima di tutto occorre mettere a punto un buon soggetto. Quando questo è stato definitivamente approvato dalla Redazione, allora comincia la fase vera e propria di sceneggiatura.
Prima di tutto preparo una “scaletta”, cioè suddivido il soggetto in FASI, assegnando a ciascuna di esse un numero di tavole. La cosa diventa molto utile nel proseguimento della sceneggiatura, per capire se si riesce a restare nel numero di pagine concordate. Poi realizzo una prima stesura della sceneggiatura, schematizzando la suddivisione delle vignette e scrivendo praticamente solo i dialoghi; in questa fase scrivo con una matita su foglietti di carta. Segue poi una revisione, nella quale aggiungo alcune note su quanto accade nelle scene principali, e rivedo i dialoghi. Dopodiché passo alla fase definitiva, nella quale riporto il tutto sul mio piccolo computer portatile. Infine stampo la sceneggiatura su una stampantina a getto di inchiostro, e spedisco il tutto. Qualche volta suggerisco anche il nome di disegnatore al quale mi piacerebbe fosse assegnata.I miei tempi sono molto lunghi, in quanto questa non costituisce la mia principale attività: infatti sono un programmatore elettronico presso una grossa Compagnia di Assicurazione. Si tratta di un lavoro impegnativo e a tempo pieno, per cui non mi resta molto tempo a disposizione. Diciamo comunque che, mediamente, riesco a scrivere una sceneggiatura ogni due mesi.

Le tue storie sono quasi sempre molto ricche di citazioni. Puoi svelarci quali sono le tue fonti di documentazione?
Nella mia casa i libri non mancano; semmai, quello che comincia a mancare è proprio lo spazio…
Comunque possiedo libri di ogni tipo, non solo a fumetti. Libri che trattano argomenti di storia, di archeologia, di misteri ancora insoluti e molti altri. Pertanto, quando scrivo una storia, di solito sono anche in grado di mettere insieme tutta la documentazione da fornire al disegnatore. Quelle rare volte che non sono in grado di farlo mi rivolgo a Gianfranco Goria o a Vittorio Pavesio, due amici che non hanno bisogno di presentazioni, anche loro in possesso di biblioteche di tutto rispetto.

Quali sono gli argomenti che prediligi?
Mi piacciono soprattutto le storie che contengono un mistero di carattere archeologico, oppure quelle a sfondo fantascientifico, oppure fantasy, come nel caso di “Zio Paperone e la terra della Rocciafiamma”. Ma non disdegno le favole, soprattutto quando scrivo per “Minni”. Siccome poi sono anche un grande appassionato di montagna, molte delle mie sceneggiature sono ambientate in luoghi montagnosi e, quando proprio non è possibile, le montagne compaiono almeno sullo sfondo.Ultimamente mi sono anche “specializzato” in una serie a sfondo storico (“I Paralipomeni della Dinastia dei Paperi”), nella quale mi diverto a parodiare alcuni episodi storici veramente accaduti, nella quale però sono coinvolti antenati di Paperino e Paperone. Porto avanti anche un’altra serie, quella sulla “P.I.A”. (Paperon Intelligence Agency), il potente servizio segreto creato da Paperon de’ Paperoni per la difesa del suo patrimonio. I protagonisti sono Paperino e Paperoga, che si muovono con grande goffaggine fra inseguimenti e battaglie tecnologiche improbabili e inevitabilmente catastrofiche.

Confessaci quali sono gli artisti che preferisci sia in campo disneyano, che extra.
Per quanto riguarda gli sceneggiatori Disney, i miei modelli sono sempre stati Rodolfo Cimino e Bruno Concina (quest’ultimo è anche un caro amico). Le storie di Cimino mi hanno sempre entusiasmato perché, come Barks, riusciva a far uscire i paperi dal contesto cittadino e a farli andare in luoghi sperduti e fantastici, alle prese con strani popoli dalle abitudini ancora più strane. Concina invece è un romantico, e le sue storie riescono sempre a commuovermi.
Tra i disegnatori prediligo come quasi tutti, direi Scarpa, Cavazzano, Carpi e De Vita. Mi piace molto anche il “tratto” di Valerio Held (un altro caro amico): insieme abbiamo realizzato molte storie, comprese tutte quelle dei “Paralipomeni” finora uscite. Però non vorrei far torto a nessuno: i disegnatori e gli sceneggiatori Disney sono tutti bravi, altrimenti non potrebbero fare quel lavoro.
Per quanto riguarda l’extraDisney, mi piacciono molto le pubblicazioni di Bonelli: possiedo tutta la serie di “Storia del West” di D’Antonio, e “Mister No” e “Martin Mystere” originali dal n. 1 (le altre serie non le ho nemmeno cominciate per i già accennati motivi di spazio). E poi il fumetto della scuola francobelga: Asterix, TinTin, Lucky Luke, Gaston Lagaffe ecc.

Dacci qualche ragguaglio sui characters che hai ideato, con particolare riferimento a Gek lo Squartatrote, presentato durante l’ultima “Torino Comics”.
A dir la verità, l’attività Disney mi ha sempre impegnato al massimo, così non mi sono mai soffermato troppo sulla ricerca di altri personaggi. Qualche tempo fa, comunque, su richiesta di un disegnatore torinese (Cesare Lomonaco, in arte “Cesar”) ho creato una serie un po’ particolare. Si intitolava “La valle di Mook”; era ambientata in montagna, e i personaggi erano tutti animali di montagna, debitamente stilizzati. Il protagonista era un lupo, poi c’erano lo stambecco, la marmotta, il toro e diversi altri. Dopo aver caratterizzato tutta la serie ho scritto il primo episodio, “Attenti al Pelosone”, che era venuto piuttosto bene ed era stato pubblicato sul mensile per ragazzi “Il piccolo missionario”. Poi, a causa degli impegni Disney, la serie è stata continuata dal mio amico e sceneggiatore Sergio Bacci, che ha fatto un buon lavoro scrivendo un’altra dozzina di episodi.”Gek” è un altro tentativo extraDisney. Con Antonio Lapone avevamo già lavorato insieme, presentando un fumetto su Totò al concorso “Acquaviva nei fumetti” (dove, inaspettatamente, avevamo vinto il primo premio). Antonio aveva in testa Gek già da parecchio tempo. Poi mi ha chiesto di caratterizzare il personaggio: io l’ho trovato interessante, anche perché si muoveva nei vicoli bui e nebbiosi della Torino di fine secolo scorso. Così è nata la prima sceneggiatura, “Provaci ancora, Gek”, che è stata poi ampliata e ha dato origine all’albo di 64 pagine da poco presentato a Torino Comics. In questo periodo Antonio è molto occupato, ma appena saremo un po’ più liberi ci rimetteremo all’opera. Le vicende di Gek avranno un seguito.
Infine ho un’altra serie nel cassetto, ideata con l’ottimo Valerio Held. Sarà ambientata nel 1700, all’epoca dei pirati. Non dico di più, per ora, più che altro per una questione di scaramanzia…

Secondo te cosa bisogna fare per rilanciare e dare dignità artistica al fumetto in Italia?
Forse continuo ad essere ottimista, però direi che la situazione non è così disperata come forse potrebbe sembrare. C’è fermento, c’è voglia di fare soprattutto da parte delle nuove leve.
In ogni caso, adesso c’è l’Anonima Fumetti (della quale, oltre che socio onorario, sono anche il tesoriere): fra i suoi molteplici scopi, c’è anche quello di rilanciare il fumetto, dandogli quella dignità artistica a cui ha sempre avuto pieno diritto.

Per ultimo cosa ti piacerebbe che i lettori dicessero di te?
“Ah, eccolo qua! Ne scrive pochine… ma, almeno, di solito con lui non ci si annoia!”.

Chi è Giorgio Figus
Giorgio Figus nasce a Torino il 7 novembre 1958. Desideroso fin da bambino di diventare un autore di fumetti, all’età di 17 anni comincia a stendere le sue prime sceneggiature, che propone alle Edizioni Paoline. Appassionato dei personaggi Disney fin dalla giovanissima età, e in particolar modo di Carl Barks, scrive la sua prima storia per Topolino nell’autunno del 1980: si tratta di “Zio Paperone e il Carro Ittita” [Scala, T 1377]. Con quasi venti anni di carriera sulle spalle, Giorgio Figus ha esplorato, nella maggioranza dei suoi lavori storie, l’ampio bagaglio dei suoi interessi e delle sue conoscenze, realizzando un’efficace sintesi tra la sua personalità e i cardini stilistici e di contenuto propri della narrativa disneyana. Le sue storie, infatti, spaziano dall’argomento fantarcheologico, come in “Topolino e il mosaico di Jarabahal” [Gorlero, T 1630], inaugurando una tradizione comune ad altri autori torinesi, come Gianfranco Goria e Bruno Sarda, altri appassionati del genere, a quello fantascientifico sociale, come in “Papercelsius 154” [Panarese, T 2156], evidente e riuscita parodia del grande “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury; da quello naturalistico, come in “Zio Paperone e la ‘Paperlonga’” [Studio Bargadà, T 1487], in cui evidenzia il suo smisurato amore per la montagna, a quello giallo, come in “Paperino contro i veggenti viola” [Coppola, T 2221].
Vorrebbe produrre sceneggiature a ritmo più serrato, ma deve fare i conti con il proprio lavoro di programmatore elettronico presso la S.A.I. di Torino.

FONTE

Una sua storia potete leggerla cliccando qui!


COMMENTO DI GIORGIO AL PROGETTO “MONDOLTRE-CATTEDRALE DEL SILENZIO”

20 novembre 2009

Caro Fabry, questa mattina mi sono dimenticato di dirtelo (sai, comincio ad avere una certa età…), ma sono andato a dare un’occhiata al link che mi hai segnalato, e devo dire che ne sono rimasto molto colpito.
Questo tuo MONDO immaginario mi è piaciuto molto, come mi è piaciuto il progetto nella sua interezza, a partire dai “Raminghi”. L’unico cruccio è che siano necessari diversi anni per la sua realizzazione, ma non potrebbe essere altrimenti.
Complimenti per la fantasia, a questo punto non vedo l’ora di vedere le prime prove sull’ambiente.
Ma ne parleremo più nei dettagli.
Per il momento ti auguro un buon fine settimana.

A presto.
Giorgio Figus