Alcuni ricercatori del MIT stanno studiando l’intelligenza estesa, un’intelligenza artificiale dove il controllo dell’uomo sulla macchina è molto forte

In un mondo in cui le prime applicazioni commerciali dell’intelligenza artificiale iniziano a diffondersi nell’industria e nelle nostre case, la conoscenza di cosa sia realmente l’AI è molto limitata nell’uomo comune. Vi è invece un dibattito di altissimo livello, al quale partecipano scienziati, filosofi e futurologi, per cercare di trovare una via da percorrere affinché l’intelligenza artificiale sia veramente un fatto positivo per tutti. Non è affatto un mistero che in molti, anche tra gli intellettuali, credano che un giorno l’intelligenza artificiale possa superare quella umana diventando ingestibile.

È il concetto di “singolarità tecnologica” e, per molti, è un incubo. Anche a causa di molta letteratura e filmografia dell’ultimo secolo, che ha descritto il cammino dell’intelligenza artificiale come un rischio sempre crescente per l’umanità. Un esempio? Il classico che non può non essere citato, oltre ai capolavori di Isaac Asimov, è il film Terminator 2 – Il giorno del giudizio di James Cameron del 1991. In questo film si racconta il momento in cui i robot prendono il sopravvento sugli umani e li riducono in schiavitù. Come evitare che un giorno succeda tutto questo? Superando il concetto di intelligenza artificiale “ristretta” e abbracciando quello di intelligenza artificiale “estesa” per scavalcare l’intelligenza artificiale “forte”.

Weak AI Vs. Strong AI
L’intelligenza artificiale ristretta o debole, in inglese “narrow AI” o “weak AI”, è quella che conosciamo e stiamo sviluppando oggi: un tipo di intelligenza artificiale focalizzata su un solo compito ristretto, che non è in grado di risolvere problemi per i quali non è stata programmata. Un ottimo esempio di intelligenza artificiale ristretta o debole sono i moderni assistenti digitali personali, come Apple Siri, Google Assistant o Amazon Alexa.

Questi software ricevono una domanda e la elaborano per trovare una risposta attingendo da un database di domande/risposte preformulate. Se la nostra domanda non è in quel database, allora Siri, Assistant e Alexa non sono in grado di risponderci. Il problema con l’intelligenza artificiale ristretta è che, non essendo essa in grado di trovare soluzioni alternative in caso di mancato match tra la nostra domanda e le risposte preconfezionate, potrebbe essere programmata per scegliere la risposta più vicina. Questo, però, renderebbe le risposte imprevedibili e a volte irragionevoli (perché, in effetti, sarebbero risposte “non ragionate”).

L’intelligenza artificiale forte, in inglese “strong AI” o “full AI”, è invece l’intelligenza artificiale immaginata (o temuta) dalla letteratura già citata: le macchine riescono a ragionare, proprio come può fare un cervello umano. Un computer dotato di intelligenza artificiale forte è in grado di svolgere qualunque compito sia in grado di eseguire un umano. Questo, in teoria, potrebbe portare le macchine ad avere una coscienza di sé e a chiedersi se non sia il caso di far fuori gli esseri umani. Inoltre, se una macchina ha coscienza di sé, molto probabilmente avrà anche voglia di replicarsi (creando altre macchine intelligenti) e di migliorarsi (creando macchine ancora più intelligenti). Uno scenario da incubo.

Che cosa è l’intelligenza estesa
Sia chiaro: l’intelligenza estesa non è affatto una limitazione alle potenzialità dell’AI. Al contrario, Joi Ito pensa di poter connettere circuiti elettronici al nostro cervello per aumentarne le capacità e le prestazioni, di usare il machine learning per capire meglio come il nostro cervello capisce e interpreta la musica, di costruire una intelligenza artificiale interconnessa e una società in cui le leggi e le norme sociali non siano usate solo per regolare i rapporti tra umani ma anche per addestrare le macchine e testarle all’interno della società. Tra le altre applicazioni degli studi del team guidato da Joi Ito c’è anche il tentativo di inserire l’intelligenza emotiva nei sistemi misti uomo-macchina: ad esempio un sistema indossabile progettato per aiutare una persona a prevedere cambiamenti di salute mentale (umore) o di salute fisica, con il quale non sia fastidioso interagire per mesi o addirittura anni.

FONTE