Ottimo articolo.

 

Un team statunitense rafforza l’idea che Sars-Cov-2 si sia generato per ricombinazione tra un coronavirus di pipistrello e uno di pangolino all’interno dello stesso ospite

Quando ci si mette Madre natura fa sembrare i nostri migliori ingegneri genetici dei pivellini. Un nuovo studio di un team di esperti statunitensi supporta l’ipotesi che il nuovo coronavirus Sars-Cov-2 sia un ibrido frutto di un esperimento naturale: un coronavirus dei pipistrelli e uno dei pangolini avrebbero infettato lo stesso organismo e durante la replicazione del loro genoma per caso, per un errore del macchinario molecolare, pezzi di rna di origine diversa si sarebbero fusi insieme, generando quella chimera che ha infettato il mondo. La ricerca è stata pubblicata su Science Advances.

Somigliante ma non troppo

Le migliaia di sequenze genomiche di Sars-Cov-2 oggi disponibili continuano a dirci la stessa cosa: il nuovo coronavirus assomiglia tantissimo a diversi coronavirus dei pipistrelli, ma a nessuno abbastanza (nessuno infatti è in grado di infettare l’essere umano); e assomiglia anche tantissimo a un coronavirus dei pangolini ma solo nella regione che codifica per la proteina spike (quella che usa per infettare le cellule anche umane) e per il resto è abbastanza diverso.

Se all’inizio questi dati mandavano in confusione, ora invece, almeno secondo il nuovo vasto studio statunitense, possiamo essere ragionevolmente sicuri che siano affidabili. Confrontando il genoma di Sars-Cov-2 con quello di 43 coronavirus conosciuti in diverse altre specie – pipistrelli, pangolini e essere umano compreso – i ricercatori hanno individuato i siti di ricombinazione, confermando che Sars-Cov-2 è probabilmente un ibrido naturale, in cui pezzi di un virus si sono fusi con i pezzi di un altro.

Come nasce un virus ibrido

Il processo si chiama ricombinazione ed è possibile se due virus diversi infettano lo stesso ospite nello stesso momento e sequestrano l’apparato molecolare della cellula per replicarsi. In questi casi per i virus a rna come i coronavirus può succedere che l’enzima (l’rna-polimerasi cellulare) che sta copiando un filamento di rna di uno dei due virus si blocchi e si stacchi, ma poi si leghi a un’altra molecola di rna, simile ma magari dell’altro virus, e riprenda a lavorare in coda alla copia precedente. Così genera una nuova molecola di rna virale in cui i geni di due virus diversi sono uniti tra loro.

Non tutto è possibile

Lo studio corrobora le ipotesi avanzate in precedenza, e allo stesso tempo identifica i limiti della ricombinazione (ci sono fusioni che non generano nulla), mettendo in luce quei geni che sono essenziali per ottenere un virus funzionante e che dunque non ammettono cambiamenti nella propria sequenza. Informazioni importanti per noi perché forniscono indizi sui punti deboli del virus, che potrebbero essere sfruttati per sviluppare strategie preventive e terapeutiche.

Nuove pandemie: non se ma quando

Il nuovo studio, però, ci conferma anche una storia inquietante: all’interno di un organismo ospite (che sia un pipistrello, un pangolino, un pollo o un maiale) Madre Natura fa continuamente esperimenti con i virus (alcuni li conosciamo, molti altri di certo no) sottoponendoli a una pressione selettiva i cui risultati sono difficili da prevedere. Sars e Mers avrebbero dovuto metterci sul chi vive e i governi avrebbero dovuto prestare orecchio agli avvertimenti della comunità scientifica e delle autorità sanitarie sulla misteriosa malattia X. Ora abbiamo avuto la prova che nuove pandemie non sono questione di se ma di quando.

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