“Chi vuole scrivere impari prima a leggere
chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare
chi vuole ridere impari prima a piangere
…”

Mentre la radio suona “Come mi pare”, l’ultima del trio romano Fabi-Silvestri-Gazzè dall’album “Il padrone della festa”, mi cade l’occhio sul calendario e ricordo, con un sorriso, che in questi giorni ricorre il ventesimo anniversario dal giorno in cui lasciai definitivamente la Valle:
Ancora tutto adrenalinico per la recente conclusione degli studi istituzionali, non ci avevo più pensato!
E mi chiedo: <<Chissà se quest’alchimia di eventi mi farà finalmente superare il “Complesso di Salgàri” che da almeno un quarto di secolo vincola il mio agire…>>.

Già! Poiché anche se i “non addetti ai lavori” conoscono principalmente i complessi di “Edipo” e di “Elettra” o, al massimo, quelli di “Napoleone” (che vuole gli uomini più bassi più aggressivi) e di “Telemaco” (perché è stato loro ben spiegato dal Matteo Renzi!), mentre gli appassionati di psicanalisi ampliano questi confini sino al complesso di “Dedalo” (che caratterizza l’eccessiva fiducia nella tecnologia) o a quello di “Erostrato” (ovvero il disperato desiderio di apparire ed essere al centro dell’attenzione che tanto spopola nei social network)… esiste anche un “Complesso di Salgàri”: l’ho inventato io proprio vent’anni fa, mentre le mie dita pestavano senza pace i tasti di una Olivetti prestatami da un’amica!

Salgàri (e non Sàlgari, con l’accento sdrucciolo, come in tanti lo pronunciano… perché il cognome deriva dalla pianta di salice in veneto, il “salgàro”), o meglio Emilio Carlo Giuseppe Maria Salgàri, veneto d’origine e torinese d’adozione, scrittore di romanzi d’avventura e precursore delle fantascienza in Italia con la storia “Le meraviglie del Duemila”, “padre” di Sandokan, del ciclo dei pirati della Malesia e dei corsari delle Antille, lo dovreste conoscere tutti.

Il perché del “complesso” che gli ho attribuito, ovvero di “quell’insieme di sentimenti coscienti, sgraditi, inevitabili, arrecanti incertezze e ansie nei riguardi del soggetto interessato e non alterabili attraverso il ragionamento” (come leggo in Wikipedia), lo lascio trasparire dalle sue stesse parole, scritte a un amico e ai figli prima di suicidarsi squarciandosi ventre e gola in modo atroce con un rasoio nel parco di Villa Rey, nei pressi di Corso Casale:

« La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune delle notti, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza aver avuto il tempo di rileggere e correggere. »

« A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. »

Salgàri scrisse storie fantastiche e caratterizzò personaggi che, a un secolo di distanza, sono vivo patrimonio dell’inconscio collettivo… eppure trascorse la sua esistenza praticamente nella Biblioteca Civica Centrale di Torino, dove trovava mappe e racconti di viaggi esotici base e spunto per le sue storie, e sul tram che collegava l’edificio alla sua abitazione aldilà del Po. I bibliografi riportano che, costantemente sottopagato e pieno di debiti, scriveva come un ossesso anche venti ore al giorno, fumando centinaia di sigarette e bevendo marsala per rimanere desto: l’esaurimento nervoso che lo portò all’estrema scelta fu dovuto soprattutto alla fatica e alla stanchezza, senza contare la follia della moglie e lo smacco alla sua dignità di non essere nemmeno considerato dai circoli letterari dell’epoca.

Io, poco più che adolescente, volevo scrivere e disegnare, ambivo una fama assimilabile a quella del mio grande concittadino, ma non mi auspicavo di seguirne le orme… e la fine!
Inoltre, forse perché cresciuto con una formazione in parte protestante-valdese, un secondo dubbio assillava i miei pensieri: così come, nella diatriba teologica in Valle, si è sempre questionato su come celibi vergini ministri di culto cattolici potessero concretamente comprendere e risolvere questioni familiari di cui non avrebbero dovuto aver coscienza se non per sentito dire, mi sono sempre fatto domande sulla qualità effettiva delle esperienze lette o ascoltate e poi riportate.

Salgàri da oltre un secolo permette ai suoi lettori di immergersi in fantastici mondi sconosciuti e avvolti dal mistero: un innegabile genio della penna, ma la cui esistenza è trascorsa tra il lavoro al tavolo del suo studio e a quello della biblioteca. Sessioni intervallate da passeggiate nei parchi torinesi e spostamenti in tram! Io credo che per poter raccontare bisogna aver vissuto sulla propria pelle, visto con i propri occhi, ascoltato con le proprie orecchie… un’immagine più da antico bardo o da giornalista corrispondente speciale contemporaneo. Solo così, dopo aver vissuto e metabolizzato, si possono trasferire emozioni e nozioni verosimili e di valore. Degne di essere trasmesse nel tempo alle nuove generazioni.

Ecco perché vent’anni fa ho rimesso nel cassetto le mie bozze e le mie tavole.
Oggi, dopo aver amato e sofferto, trovato e perso, viaggiato e conosciuto oltre all’aver tanto letto e studiato, credo sia tempo di riaprire quel cassetto e riprovarci!
Riprendendo e parafrasando i versi del trio romano citati all’inizio, “è dalle sconfitte che ci si scopre adulti”, “è dalle esperienze che mordono e fanno bruciare lo stomaco che si migliora”.
Il talento non si improvvisa, le capacità non si inventano: solo dal duro lavoro, dai sacrifici e dallo studio si diventa “dei grandi”, qualunque sia l’ambito nel quale si opera.

Il tempo di superare il mio “Complesso di Salgàri” e cercare di essere il bardo che ho sempre desiderato è giunto.
Non mi resta che temperare la matita e dare il mio significato ai fogli bianchi… sperando che chi mi concede l’onore di ascoltare, risulti soddisfatto dalla mia opera.
Numquam Quiescere! 😄