Partendo dal presupposto che “l’insegnamento valido è quello problematico, volto a insegnare non tanto una soluzione, quanto un modo di ragionare, capace di guardare alle problematiche da un punto di osservazione elevato, aperto alle esigenze culturali e professionali del discente” e che, quindi, non è mia intenzione trasmettere delle verità assolute in merito ad una questione ma solo dei costruttivi spunti di riflessione, ecco alcuni pensieri liberamente dedotti dal “Trattato di Diritto Comparato” del Prof. Rodolfo Sacco che ho appena concluso di leggere e che, spero, ben esplicheranno la posizione degli Esploratori Erranti in merito ai concetti, così presenti nelle contemporanee questioni politiche e sociali, di “Diversità” e “Uniformità”.

E’ facile enumerare le ragioni che sono a favore dell’unificazione e dell’uniformazione. I conflitti tra ordinamenti nazionali ostacolano senza dubbio gli scambi. Diritto uniforme significa unità culturale, dunque eliminazione delle difficoltà e dei malintesi fra le diverse civiltà che devono convivere.
Se i diritti nazionali restano diversi ciò significa, peraltro, che ostacoli si frappongono all’unificazione, che alcune forze sostengono l’ordine presente, prevalentemente orientato verso il carattere nazionale del diritto. Si pensa istintivamente alla tradizione, alla storia, alla specificità delle diverse culture nazionali, all’assenza di autorità legislativa sovranazionale, all’assenza di una stessa lingua giuridica universale.

Si pone una domanda su un altro piano. Si deve desiderare la diversità dei diritti o -fin dove è possibile- si deve auspicare la loro uniformità?
Accanto al diritto, la lingua, il sapere, la qualità dei prodotti dell’attività umana (oggetti materiali e creazioni intellettuali), costituiscono, nel loro insieme, la cultura dell’uomo.
Fra questi elementi, lingua e diritto hanno un significato speciale. I membri di una comunità non possono comprendersi reciprocamente se non usano la medesima lingua. Allo stesso modo, una regola giuridica stabilita per regolare una relazione fra creditore e debitore, tra proprietario e terzi, non può essere identica per il titolare del diritto e per il soggetto del dovere.
Se la comunità degli umani non parla una sola lingua, ciò contraddice lo scopo della lingua, che consiste nella comunicazione.
Se gli umani non osservano un solo diritto, ciò va contro lo scopo del diritto, che consiste nel garantire un meccanismo di soluzione dei conflitti uguale per tutti e prevedibile. Il carattere astratto della regola implica l’uniformità. L’uniformità è perduta se le soluzioni previste per due ipotesi identiche sono molteplici.

Ma i diritti e le lingue differiscono. Abbiamo una spiegazione per questo dato?
La spiegazione si trova nella natura delle cose. Tutto ciò che è reale è dominato dalla diversità. Ciò vale per il reale materiale e per il reale culturale. Il leone è diverso dalla gazzella.
La diversità, proprietà del reale, proviene dalla variazione, dal mutamento. La diversità può implicare l’incompatibilità, e perfino il conflitto, anche mortale.
Il leone uccide la gazzella per cibarsene, la gazzella –erbivora- distrugge una certa pianta per trarne nutrimento.
La variazione ha portato il reale ad autodistruggersi in parte con le proprie forze e i propri mezzi.

Bisogna mettere in stato d’accusa la variazione, incolpare la diversità?
Dove saremmo senza la variazione?
Senza variazione l’homo habilis non sarebbe mai succeduto all’austrolopitecus.
La variazione produce la diversità. Al di sopra del motore che trasforma il reale, nessuna forza superiore ha predisposto una corsia unica che il fenomeno in movimento dovrà percorrere. Questa possibilità di seguire più di un sentiero è la chiave della ricchezza e della qualità del mondo reale.
Senza variazione non avremmo progresso, perché il progresso è variazione.
Se il diritto non avesse voluto esplodere per far posto a mille sistemi differenti, esso non sarebbe restato ciò che era al momento dell’umanizzazione dell’homo habilis: con una proprietà-possesso garantita dall’autotutela, con i quasi-contratti nascenti dalle attività svolte in comune (come la caccia o la raccolta dei frutti), con una gerarchia sociale incentrata sul prestigio e la forza di un personaggio dominante.
La variazione non intende arrestarsi dopo aver raggiunto un traguardo determinato. Il progresso non ha di mira il conseguimento di una situazione statistica, prodotta da un equilibrio che vorrebbe essere definitivo. Al contrario, ogni nuovo assestamento produce nuovi squilibri, cioè situazioni favorevoli ad ulteriori innovazioni.

E’ da notare con stupore che anche visioni del mondo che inseriscono il dinamismo e il divenire nella concezione generale dell’universo hanno potuto generare l’attesa e la speranza di situazioni finali, escatologiche, definitive e dunque eterne. Così, partendo da Hegel, il pensiero umano è giunto alle predizioni che i grandi partiti del XX secolo hanno elevato a dogmi.

Viviamo in un’epoca che vede con favore l’unificazione e la incoraggia. Le lingue vernacolari deperiscono, le lingue scritte si diffondono. In tutta l’estensione del mondo occidentale le diversità vanno riducendosi nel campo del diritto pubblico e del diritto privato. Quali vantaggi ci promette l’uniformazione delle norme? Essa evita le pericolose contraddizioni create dai conflitti di norme nello spazio. oltre a ciò, la disparità di trattamento dei rapporti può disincentivare gli scambi, o distorcere il mercato, o disorientare gli operatori.

I dati fin qui esposti hanno suggerito di considerare l’uniformazione del diritto, in ogni caso, come un bene. E molti giuristi vedono l’uniformazione come lo sbocco naturale della comparazione.
Nonostante quanto detto, contestazioni e resistenze all’unificazione si manifestano. Esse sono svolte in nome delle tradizioni nazionali, che nessuna autorità avrebbe il diritto di sovvertire; e in nome della storia, che ha sacralizzato i valori e le specificità del diritto locale.
La resistenza di cui parliamo vorrebbe rendere eterna questa o quella soluzione in nome della storia. Ma la storia, che implica in modo evidente il divenire, non può creare nulla di eterno e nulla di invariabile. Le soluzioni del diritto sono molteplici perché sono il prodotto delle variazioni. E’ ridicolo difenderle in nome di una pretesa invariabilità. Non è sensato diffidare delle soluzioni del proprio vicino. l’uomo sarebbe davvero povero, se non avesse mai approfittato delle soluzioni che il suo vicino gli ha offerto. Quale sarebbe lo stato dei mezzi di trasporto, della tecnica edilizia, della metallurgia, della scienza, delle comunicazioni, della religione, del diritto, della lingua, se le sue tribù e le etnie non avessero imitato altre tribù ed altre etnie? L’ideologia dell’autosufficienza culturale è il nome che si è dato all’ideologia dell’arretratezza.

Respinte queste obbiezioni male argomentate, altre riserve meritano invece maggiore attenzione.
L’uniformazione non è sempre un bene. Talora essa sacrifica dolosamente l’identità culturale dell’area portatrice del modello più debole. In ogni caso, la riduzione del numero dei modelli attualmente in vigore restringe del pari i possibili punti di partenza, utili per le future evoluzioni e i futuri progressi, e, cosa più grave, impedisce di trarre i frutti della concorrenza che si dovrebbe instaurare tra essi.
L’uniformità imposta introduce un ostacolo importante allo sviluppo e al progresso. Questo ostacolo è ancora più arduo se l’uniformità è il prodotto di un accordo multilaterale, le cui conclusioni non potranno essere riformulate, in futuro, se non sulla base di una nuova decisione unanime, presa da tutti i partecipanti, compresi i più inefficienti e i più arretrati.

Possiamo ricavare da tutte queste considerazioni tre conclusioni:
Bisogna escludere dal pensiero degli Esploratori Erranti ogni idea di invariabilità del diritto, della lingua e della cultura in generale.
Si può credere insieme alla diversità e all’uniformità.
Chi crede all’uniformità non deve rinunciare, in suo nome, al progresso, dunque alla variazione.