Ho imparato dalla vita che non sempre le cose procedono secondo una evidente logica di causa ed effetto. O meglio, sempre dietro un fatto c’è una causa. Ma le cause non sempre sono prevedibili e allora si ha l’impressione che ciò che accade sia slegato dalle nostre previsioni e ragionamenti. Mettete il caso del terremoto. Chi può prevederlo? E chi può ipotizzare la sua area di devastazione? Eppure la causa c’è anche lì, eccome. Subdola, ma c’è.

Altre volte le cause sono più evidenti, ma non vengono percepite. Per miopia politica, per diffusa stupidità legata al politicamente corretto, per menefreghismo diffuso, nascosto nelle pieghe del pigolio del buonismo e quello delle prudenze ecumeniche. Vedi la gestione della presenza islamica nel nostro Paese e nel resto dell’Europa, in generale. Va di moda, in larghe fasce della popolazione e in quelle dei media, il principio del multiculturalismo come sistema di soluzione dei problemi. Multiculturalismo inteso come equivalenza di una cultura rispetto ad un’altra.

Non importa se nel nostro Dna è racchiusa la forza della filosofia greca, quella del diritto romano, la visione ispirata all’amore del cristianesimo, il valore della ragione filtrato dall’illuminismo volterriano, le scoperte scientifiche e quelle tecnologiche… Niente. Come se niente fosse. Acquetta fresca. E così si arriva a predicare una laicità sempliciotta e pelosa. Non quella che giustamente predica la distinzione tra leggi dello Stato e morale religiosa, alzando la voce contro il pericolo delle teocrazie, che si trasformano in dittature. No, neanche un lamentino su questo pericolo.

Ci si limita a chiedere di togliere i crocifissi dai muri, a evitare manifestazioni religiose nelle scuole, a impedire il presepio negli spazi pubblici, a insegnare l’arabo ai bambini italiani perché possano comunicare meglio… consentendo così l’affievolirsi di una identità culturale, a favore di una marmellata di stili dagli esiti quanto mai imprevedibili. Cosa diversa dal multiculturalismo è invece l’integrazione che, rispettando le peculiarità delle culture, chiede a chi entra in un Paese di farne propria la lingua, la storia e i principi che stanno a fondamento della sua cultura e della sua civiltà democratica.

Non si tratta, sia ben chiaro, di stilare categorie umane di serie A e di serie B, quanto di ribadire quei valori senza i quali non potrebbe aver continuità la storia per la quale ci sé battuti e si è morti, in nome della libertà e il rispetto di ogni persona. Chiedo qui e ad alta voce alle varie comunità islamiche d’Italia: perché dal 2005, anno in cui il governo italiano ha messo in piedi la Consulta di queste vostre comunità, vi siete sempre rifiutati di sottoscrivere la Carta dei Valori, ossia i principi che stanno alla base della nostra Costituzione? Cosa che vi avrebbe consentito, oltretutto, di accedere ai fondi dell’otto per mille, riconosciuti a tutte le altre confessioni religiose.

Diteci con chiarezza il perché. La domanda non vuol essere un fuochino polemico. Serve solo di pretesto per riandare al punto di partenza. Quali cause di malessere ci sfuggono o stanno mettendo radici profonde nel presente, tali da maturare effetti oggi imprevedibili? I problemi non sono legati solo all’integrazione con le nuove popolazioni arrivate sul territorio, ma anche al crescente clima di indifferenza sociale, figlio di quell’individualismo collettivo che trova abbondante foraggio in quella pseudo cultura educativa (si fa per dire educativa) dove ad ogni diritto non corrisponde un dovere.

Per quali ragioni in Germania si sta discutendo di reintrodurre il servizio civile obbligatorio? E se non fosse che anche dalle nostre parti, uno studio più attento alle cause, potrebbe suggerire di tornare a sfornare nuove generazioni di alpini?

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