Articolo pubblicato nel 2016 sul sito CICAP che ho più volte riproposto perché utilissimo nel trasmettere una utile metodologia comportamentale da tenere in caso di trollaggi vari ai propri articoli scientifici…

 

Articolo tradotto e pubblicato dietro gentile concessione dell’autore Aaron Huertas. Si ringrazia Paolo Ripamonti per la traduzione.

I “troll” non sono simpatici a nessuno. Hanno un impatto diretto a livello psicologico su coloro che bersagliano; infastidiscono, vessano, generano frustrazione e collera. Hanno la capacità di rendere impossibile qualsiasi discussione costruttiva su piattaforme come Twitter o Facebook. Tuttavia, gestirli correttamente può essere molto semplice. La maggior parte dei consigli in tema di relazioni pubbliche sono, infatti, molto simili, a prescindere dall’ambito o dall’argomento: non alimentate il “troll”, mantenetevi calmi, rispondete a tono ai “troll” più nefasti e poi ritornate alla discussione con le persone ragionevoli.

Lo stesso consiglio vale per la comunicazione scientifica, sebbene i “troll” abbiano un impatto unico in questo particolare campo. Innanzitutto i “troll” sono irrazionali, mentre le persone di orientamento scientifico non lo sono. Tendiamo a presumere che chiunque possa e debba operare razionalmente, come facciamo noi. Questo è un grosso errore, specialmente quando si ha a che fare con un “troll”. In secondo luogo, i “troll” attaccano la reputazione e l’integrità dei propri bersagli in una maniera che va a di là delle norimali discussioni scientifiche. Queste circostanze possono possono far sentire così a disagio scienziati e divulgatori scientifici da farli sentire obbligati a rispondere al “troll”, cosa che difficilmente accadrebbe ad un attore, musicista o, in generale, a una figura pubblica, abituati a questo tipo di pressione.

Sfortunatamente, i “troll” sono numerosi in alcune aree della comunicazione scientifica, specialmente nel caso delle scienze climatiche, delle biotecnologie e dei vaccini. Resto sempre stupito dalla quantità di tempo che scienziati, comunicatori e giornalisti scientifici dedicano ad interagire, pensare e discutere dei loro “troll”.

La verità è che i “troll” sono dei bulli. Punto. Solitamente parlano tra di loro e nessuno, al di fuori della loro cerchia, presta attenzione a quello che dicono. Ci sono, però, delle eccezioni e vale la pena di cercare di capire perché la gente si comporti da “troll”, e come scienziati, comunicatori e perfino giornalisti scientifici, se bersagliati da “troll”, possano rispondere in maniera efficace e costruttiva.

Riconoscere i “troll”.

“Trollare” aveva un significato leggermente diverso nella vecchia Internet, prima dei “nativi digitali”, ma al giorno d’oggi solitamente indica qualcuno che pubblica insulti online con l’intento di provocare una reazione, solitamente emotiva, nei propri bersagli.

Alcuni ideologi usano, sovente, tattiche tipo “troll” per bersagliare gli individui con cui sono in disaccordo, inclusi scienziati, comunicatori e giornalisti. Minacciano, insultano, alterano le dichiarazioni, accusano di credere a cose in cui costoro non credono e, a volte, arrivano anche a creare dei “meme” per deridere i loro bersagli, ammesso che sappiano come usare una programma di grafica.

Quando una persona si occupa di una tematica che viene sovente “trollata”, diventa facile supporre che ogni critica del proprio lavoro provenga da un “troll”. Nella maggior parte dei casi è anche vero: le sole persone motivate a protestare sono quelle che hanno un’opinione preconcetta e non la vogliono cambiare.

Ma ci sono, logicamente, delle eccezioni. A volte persone critiche, animate dalle migliori intenzioni, si addentrano in una tematica già completamente eviscerata, senza saperlo. Similmente, persone che siano state esposte a messaggi inaccurati e in cattiva fede, un una qualsiasi tematica, possono porre quesiti in buona fede, senza rendersi conto che possono essere percepiti come “trollate”.

La buona notizia è che ci sono ancora molte persone che possono esprimere in maniera animata, ma civile, il proprio disaccordo, anche online, senza utilizzare tattiche proprie dei “troll”. È quindi importante non assumere che tutti coloro che criticano o che pongono interrogativi, siano necessariamente “troll”.

Se vi state chiedendo se siete mai stati “trollati”, sappiate che i “troll” generalmente si esplicitano da sé, normalmente alla prima o seconda interazione, secondo la mia esperienza.

I segni tipici di un “troll” attivo su tematiche scientifiche sono:

  • Uso di Gish Galloping o di argomenti fantoccio invece di rispondere alle affermazioni puntuali del bersaglio.
  • Insistere ad affermare di conoscere cosa il bersaglio voglia davvero dire, invece di rispondere a quanto viene scritto.
  • Porre una serie interminabile di domande per creare ulteriori possibilità di “trollaggio”.
  • Una manifesta incapacità di ammettere che le persone possano avere opinioni valide, seppur differenti.
  • Tentativi ripetuti di “acquisire punti” presso un’immaginaria platea, invece di intraprendere un dialogo diretto.
  • Distorcere le affermazioni del bersaglio e rimuoverle dal giusto contesto, citando singole parole o frammenti di frasi.
  • Non citare fonti oppure citare fonti che non sostengano le proprie affermazioni.
  • Focalizzarsi sulle critiche e lamentele, precludendo ogni possibile conclusione al dialogo.
  • Scadere rapidamente in attacchi ad personam.

La risposta emotiva al “trollaggio”

Quando uno sconosciuto ci insulta online, la cosa ci può colpire a livello personale, sebbene non sappiamo nemmeno chi sia. Il nostro primo istinto, quando siamo alle prese con un “troll”, è quello di chiarire la nostra onestà, integrità e razionalità. Tuttavia la decisione di “trollare” dice molto di più riguardo al “troll” che sul bersaglio.

Consideriamo la realtà della situazione. Qualcuno, seduto all’altro capo di una connessione ad Internet, “grida” contro qualcun altro, tramite la sua tastiera.

Perché lo fa? Tipicamente perché sono sono arrabbiati. Il loro credo politico è talmente forte che si sentono giustificati ad attaccare chiunque percepiscano essere contro di loro. Oppure si sentono impotenti e vogliono usare i social media per scatenarsi contro coloro che percepiscono come potenti. Alcuni studi hanno mostrato come i “troll” siano psicologicamente più meschini della media, esibendo anche tratti sadici e psicotici, il che li porta a gioire del caos che possono generare online.

Prima di reagire alle provocazioni di un “troll”, ammesso che lo si debba proprio fare, ci si deve chiedere quale emozione il “troll” voglia suscitare nel suo bersaglio, in modo da calibrare la reazione:

  • Imbarazzo e vergogna. I “troll” vogliono che i propri bersagli pensino di essere esposti al pubblico ludibrio di un pubblico ampio e influente. Le piattaforme social, specialmente Twitter, possono contribuire a creare l’impressione che la dimensione dell’audience sia superiore alla realtà dei fatti. I “troll”, inoltre, taggeranno quelle persone che ritengono avere influenza sul bersaglio, includendo anche istituzioni, colleghi, supervisori e altre figure di potere. Questo può certamente intimidire il bersaglio, ma di fatto indica semplicemente che il “troll” sta sparando nel mucchio, sperando di suscitare qualche tipo di reazione. Di fatto quando vediamo che qualcun altro viene “trollato”, tendiamo a non curarcene più di tanto; lo stesso vale per gli altri, qualora siamo noi ad essere bersaglio di un “troll”. I “troll” hanno molto meno potere di quello che gli attribuiamo.
  • Preoccupazione. I “troll” vogliono far sì che i propri bersagli esitino a parlare o scrivere del proprio lavoro. Creando un ambiente malsano e negativo intorno a un dato argomento, sperano di avvelenare il pozzo a tal punto che sia sano berne l’acqua solo per loro stessi.
  • Collera. I “troll” adorano far arrabbiare le persone. Li fa sentire potenti – hanno sfondato le barriere altrui! – e risposte iraconde forniscono loro ulteriore materiale su cui “trollare”.

Cosa dovrebbero provare, invece, i bersagli?

  • Orgoglio. I “troll” bersagliano individui a cui attribuiscono un potere ed influenza superiori a quanto ne abbiano, generalmente, in realtà. Se venite “trollati”, significa che il vostro lavoro ha un qualche impatto.
  • Divertimento. La maggior parte delle argomentazioni dei “troll” sono decisamente stupide. Trattarli con serietà, spesso, significa attribuirgli più credito di quanto ne meritino. Chi viene bersagliato dai “troll” dovrebbe chiedersi come reagirebbe qualora un collega assolutamente integerrimo venisse attaccato nella stessa maniera. Forse lo troverebbe ridicolo e se ne scorderebbe subito dopo? Oppure si divertirebbe a prendere in giro il “troll”?
  • Simpatia, empatia e comprensione. “Trollare” è, in tutta onestà, un comportamento patetico. Come nel caso del bullismo adolescenziale, vale la pena di chiedersi quale tipo di dolore e collera si nasconda dietro a questo comportamento. C’è sicuramente ben poco che si possa fare da lontano per alleviare le sofferenze di un “troll”, ma considerate questo: interagire con un “troll” può essere un’esperienza sgradevole per lo stesso “troll”; lo incoraggia a perseverare nel nutrirsi dell’emozione negativa che lo ha spinto a fare il bullo su Internet.

Chi se ne importa? I “troll” e il giardinetto di ascoltatori

Le piattaforme social, come Facebook e Twitter, sono costruite per farci credere che ogni evento al loro interno sia super importante. (Notifica! Hai una dozzina di follower! Bing bing bing!) Ma non è vero che tutti prestino attenzione, o si ricorderanno tra 7 secondi, di una certa cosa solo perché viene condivisa online. Lo stesso principio, in buona parte, si applica alle email, sebbene questo mezzo sia più privato.

Chi viene bersagliato da un “troll” dovrebbe chiedersi se altre persone stanno facendo “like”, “ri-twittando” o condividendo quanto scritto dal “troll”. In caso affermativo, quanto me ne importa di cosa questa gente pensa? Quanti follower hanno questi “troll”? Si seguono unicamente tra di loro? Per qualche arcano motivo qualcuno dovrebbe interessarsi e seguire le loro discussioni?

Nella maggior parte dei casi, chi “trolla” argomenti di carattere scientifico fa parte di un piccolo giardino isolato di suoi pari. I loro attacchi sono da considerare come una rissa da bar che migra di locale in locale. Persino quando riescono ad ottenere un minimo di audience – ad esempio quando un manipolo di stupidi razzisti ha “boicottato” Star Wars – nessuno se ne ricorda dopo qualche giorno.

Quando i “troll” hanno davvero importanza

Saltuariamente, i “troll” possono trasformare le loro farneticazioni online in qualcosa di più serio, aprendo le porte a una copertura mediatica o sollevando l’attenzione della politica. Questo è, in genere, il momento in cui un bersaglio dovrebbe iniziare a pianificare una risposta robusta ed ufficiale. Perché proprio a questo punto? Perché questa è la soglia oltre la quale i vostri colleghi potrebbero iniziare a prestare attenzione e pensare che qualcosa stia andando storto. È anche il punto in cui i “troll” possono iniziare ad avere un certo impatto sui risultati di ricerche Google fatte sul vostro nome, specialmente se non avete già una presenza online ben consolidata.

Di fatti quest’ultima è proprio una delle maggiori conseguenze a lungo termine che le vittime di campagne di “trollaggio” si trovano ad affrontare, come riportato dal giornalista britannico Jon Ronson.

Un altro caso di rilievo si verifica quando il “trollaggio” è supportato da corporazioni o gruppi di influenza, cosa che si verifica in genere quando si vogliono colpire scienziati o giornalisti di interesse pubblico. In questi casi può essere oggettivamente difficile differenziare tra i normali “troll” e i professionisti che sfruttano gli stessi sentimenti per i propri fini. Ad ogni modo, val sempre la pena di evidenziare il sospetto che si possa trattare di tentativi da parte di gruppi industriali di influenzare il dibattito pubblico.

Infine, il “trolling” non succede solo con gli sconosciuti su Twitter. Succede anche all’interno del mondo accademico e in quello dei media, quando individui o istituzioni violano le normative professionali ed iniziano ad attaccare i bersagli tramite insinuazioni, false rappresentazioni, minacce, menzogne ed attacchi personali.

La risposta di scala al “trollaggio”

Rispondere ai “troll” può essere abbastanza semplice e la risposta deve essere adeguata al loro livello di persistenza e alla voglia di scontro del bersaglio.

  • Ignorare. Come si fa con i bulli, il modo migliore per rispondere a un “troll” è quello di ignorarlo. Comunica al “troll” che questo non ha possibilità di influenzare il bersaglio e la maggior parte dei “troll” si dedicherà al prossimo malcapitato.
  • Bloccare. Le funzioni di blocco esistono per casi come questi. Seriamente, bloccateli! Bloccare non è una forma di censura o di resa; è semplicemente un filtro, alla pari degli “ad-blocker” che usiamo nei browser o quando decidiamo di non guardare uno show che non ci è di gradimento. Vedere scienziati ed altri professionisti perdere il proprio tempo rispondendo al “troll” di turno è davvero demotivante. Di sicuro tutti abbiamo modi migliori di impiegare il nostro tempo. I bersagli possono archiviare automaticamente le email inviate dai troll, segnalarli come spammer o chiudere, in qualsiasi altra maniera, i canali di comunicazione che possono usare.
  • Minimizzare le risposte. Discutere con un “troll” è come far la lotta nel fango con un maiale. Finirete entrambi sporchi, ma solo il maiale si sarà divertito. I “troll” amano provocare la gente, quindi ignorarli è solitamente il modo migliore di fargli cambiare bersaglio. Se vi sentite in obbligo di rispondergli, fate in modo che sia una sola interazione. “Ciao, non era questo che intendevo, ma grazie del commento.” “La tua è sicuramente una diversa prospettiva, grazie per averla condivisa.” “Ne ho già sentito parlare, guarda questo link…” “Ahahah. Divertente.” “Interessante. Grazie.” “Mmmmm.” Provate a considerare questi messaggi dalla prospettiva di un “troll”. Cosa potete farci? In genere niente, perché non avete avuto la risposta emotiva che volevate. Logicamente, alcuni “troll” proveranno ad usare qualsiasi risposta per proseguire nello scontro. In questo caso, se dovete rispondere, mandategli semplicemente un link, senza alcun commento. I “troll”, in genere, non leggono i link – il che richiederebbe avere una certa dose di curiosità – ed assumono che nemmeno la loro presunta platea lo faccia; si tratta, quindi, di un ottimo modo di chiudere la conversazione.
  • Un link per dominarli tutti. Se si viene costantemente bersagliati da una persona su un punto ben specifico, è meglio creare un contenuto online sotto il proprio controllo dove rispondere. Ad esempio, un gruppo di scienziati ha creato un’utile FAQ su RealClimate.org quando le proprie ricerche sul paleoclima venivano sistematicamente attaccate. In maniera simile, guardate le risposte di Frank Ackerman a Richard Tol, un famigerato economista che attacca pubblicamente gli altri accademici con cui si trova in disaccordo. Queste risorse assicurano al bersaglio la capacità di rispondere a modo proprio e gli evita di dover giocare ad inseguire i vari “troll” per ribattere a tutte le loro affermazioni. Crea anche una documentazione che il bersaglio può condividere con altre persone, giornalisti inclusi, come risposta ad attacchi di “troll” fatti altrove. Inoltre, quando un “troll” risponde su un sito controllato dal suo bersaglio, questi può ribattere puntualmente alle affermazioni del “troll”, ad esempio tramite la funzionalità di commenti di un sito. Questo distrugge la possibilità del troll di offuscare informazioni e di fare “Gish Galloping”. Infine, questo tipo di risorse online può venire utile anche per combattere azioni private del “troll”, come l’invio di email al supervisore del bersaglio o la diffusione di informazioni false fatta di persona.

Scròllateli di dosso e dedicati a qualcosa di costruttivo

I “troll” sono davvero deprimenti. E strani. Sfortunatamente, quando un “troll” ha successo, abbassa l’interlocutore al proprio livello.

Non solo è sbagliato, ma squisitamente controproduttivo, lasciare che questi influenzino il nostro modo di agire, le nostre convenzioni o i metodi che usiamo per affrontare un tema. Ad esempio, tempo fa stavo lavorando con una collega ad una presentazione di carattere scientifico da fare online. Lei era preoccupata da cosa un certo blogger accademico avrebbe potuto scrive in risposta al nostro evento, dato che questo blogger l’aveva fatta bersaglio di critiche in precedenza. Mentre discutevamo i pro ed i contro del procedere con questa presentazione, ho compreso che esistono due tipi di persone che fanno comunicazione scientifica al pubblico: quelle costruttive e quelle distruttive.
Noi stavamo cercando di fare qualcosa di costruttivo per un pubblico di scienziati impazienti di imparare qualcosa sulla comunicazione. Questo blogger stava, invece, cercando di fare qualcosa di distruttivo: demolire altre persone in base al proprio tornaconto. Facemmo la presentazione ed ebbe un grande successo.

Comunicazione scientifica efficace 1 – “Troll” 0.

Per questo motivo, quando sento scienziati e comunicatori discutere dei propri “troll”, mi chiedo sempre: di cosa parlerebbero se non stessero discorrendo di questi fastidiosi, nocivi “troll”? Probabilmente di scienza! Oppure starebbero parlando con persone pronte ad ascoltare con occhi spalancati ed orecchie ben tese.

Vorrei davvero che chi si occupa di comunicazione scientifica riuscisse a trovare un modo efficace di rispondere ai “troll”. Il primo passo, in larga misura, è quello di riconoscere come ci sia ben poco che si possa fare per cambiare i “troll”. Sono lì unicamente per “trollare”. Penso, invece, che dovremmo usare queste “trollate” per avviare un processo costruttivo.

Considerate questo. Cosa succederebbe se, ogni volta che uno scienziato o comunicatore viene “trollato”, al posto di rispondere questo:

  • Si consultasse con un vecchio collega con cui non parlava da tempo.
  • Pubblicasse qualcosa di interessante, circa il proprio campo di studi, su un social media.
  • Mandasse un promemoria a un giornalista su una nuova ricerca.
  • Mandasse una mail alla propria istituzione di riferimento chiedendo quali siano gli eventi pubblici in programma.
  • Andasse a farsi una bella passeggiata.

Tutte queste cose sono certamente un uso migliore del nostro tempo, rispetto a stare a preoccuparsi dei “troll”.
Un po’ come disse Taylor Swift: “haters gonna hate”. Dovete semplicemente scrollarveli di dosso.

Una nota importante sul genere

Provengo dal New Jersey e i miei amici mi diedero un soprannome da robot. Ne segue che per me, forse, è un po’ più facile lasciare che i “troll” non mi infastidiscano per niente, rispetto ad altre persone.

Sono anche un uomo. Penso di essere nel giusto affermando che la nostra società spinga le donne a preoccuparsi maggiormente delle opinioni altrui, incluse quelli degli estranei, e affidi alle donne il compito di aiutare la gente ad essere felice. In base alla mia esperienza ne segue che gli uomini, in genere, attribuiscono le “trollate” ai “troll”, mentre le donne si chiedono cosa avrebbero potuto fare diversamente per non causare le “trollate” di turno. Allo stesso tempo, il comportamento dei “troll” verso le donne è generalmente molto più aggressivo rispetto a quando il bersaglio è di sesso maschile. Questo accade perché questi sessisti si sentono in pericolo quando vedono una donna in posizione di potere, e questo include il giornalismo, la comunicazione in genere e la scienza.

Questi comportamenti sono generalmente legati al “sessismo”. Gli aggressori dovrebbero essere, ovviamente, accusati e puniti ed è un sollievo vedere che le istituzioni scientifiche stanno finalmente cercando di affrontare il problema della discriminazione sessuale endemica. Ma quanto questi attacchi avvengono online in maniera anonima, diventa difficile per le donne che ne sono bersaglio – e per chi vi assiste – fare altro, oltre a segnalare il comportamento come un abuso.

È per questo che sono molto contento di aver letto un’idea di una studentessa di biologia ed editor di Wikipedia, Emily Temple-Wood. Ogni volta che viene infastidita online, lei crea una nuova pagina dedicata a una scienziata su Wikipedia. Che modo fantastico di rispondere! Lo adoro. (Ed è proprio questo che mi ha spinto a pensare ai modi di rispondere che ho elencato sopra).

Potete contribuire al suo progetto a questo link. Io stesso l’ho fatto quando ho notato dei commenti sessisti rivolti a delle colleghe. Poter rispondere in questo modo agli atti distruttivi e deprimenti, facendoli diventare qualcosa di bello e  costruttivo, fa davvero bene. Wow!

Vi incoraggio a contribuire a questo progetto o ad altri simili, ogniqualvolta assistiate a un atto di “trollaggio”, specialmente se il “troll” è sessista.

Siate sempre produttivi

Beh, è stata una lunga discussione sui “troll”, vero? Sono lieto che ce l’abbiate fatta a seguirmi fino ad ora e mi auguro che sia stata utile. Se vogliamo trovare una conclusione a questo post: non lasciatevi buttare giù dai “troll” e siate sempre proattivi nella vostra comunicazione con il pubblico.

FONTE


Come riconoscere e gestire un troll

Storia di un troll pentito: anche se non gli date corda, un guastatore proverà sempre a rovinare tutte le conversazioni online

Questa è la storia di Paul e della confessione di quando era un troll e ha distrutto il momento più romantico della vita di due giocatori intenti a sancire la loro promessa d’amore anche nel mondo virtuale dei videogame. Dopo aver distrutto un matrimonio (online, si intende), Paul si pente e sceglie di analizzare o, se volete, psicanalizzare il proprio violento comportamento in Rete.

Chi sono i troll? Come si riconoscono e si possono evitare? Andiamo per gradi e raccontiamo i fatti.

Paul era un giocatore accanito, che col tempo ha sviluppato abitudini da troll. Comportamenti che spaziavano dal hijacking di account personali al furto di oggetti, fino al bullismo sfrenato. Racconta di come ha fatto irruzione nel bel mezzo di un matrimonio virtuale all’interno del suo gioco preferito, World of Warcraft.

Giravano voci su un prossimo matrimonio online di una coppia che aveva conosciuto attraverso il videogioco. I loro personaggi digitali stavano per sposarsi in modo da rispecchiare gli avvenimenti della loro vita reale. Pensando che questo fatto fosse bizzarro e divertente, Paul e i suoi amici decidono di radunarsi per preparare la loro incursione. Trovata la località in cui si sarebbe tenuto il matrimonio, il gruppo si è avvicinato al luogo della cerimonia e, mantenendo una certa distanza, ha pianificato l’attacco pensando a come il gesto sarebbe finito nei libri come uno degli atti più aggressivi del gioco online.

La battaglia non è stata giusta o nobile, è stata una macellazione: come nel film “Il Signore degli Anelli”, gli attaccanti hanno invaso l’area colpendo con le armi gli invitati alle nozze inermi e sorpresi da ciò che stava accadendo loro. Qualcuno ha provato a fuggire tra i lampi rossi, i colpi di ascia o le palle di fuoco lanciate loro addosso. Una volta uccisi i personaggi in un’azione di “camping” o “griefing” (gioco scorretto), i troll non hanno lasciato il luogo, ma hanno aspettato che i personaggi tornassero in vita per attaccarli nuovamente, tutto tra le risate nella chat vocale.

Paul ha giustificato il suo atto illudendosi che essendo solamente di un videogioco, nessun sentimento del giocatore potesse essere ferito. A distanza di settimane, il nostro troll è tornato a riflettere sull’accaduto, dopo aver letto i commenti e le reazioni su un forum online: Paul si è sentito orribile e ha provato disgusto, non tanto per l’attacco in sé, ma per la mentalità che con cui ha condotto questo gesto. Perché Paul ha voluto fare del male, piuttosto che partecipare e festeggiare insieme agli altri giocatori? Perché è così semplice dimostrare le insicurezze e le paure online sfogando le frustrazioni prendendosela con degli estranei?

Paul non apre più quel gioco da tempo, ma molti anni di trolling gli hanno insegnato come riconoscere ed inviduare i troll che spesso oggi vediamo. Solo che oggi i troll non sono più quindicenni coinvolti nei videogiochi, ma sono persone che cercano di demolire il lavoro degli altri intervenendo nelle discussioni online su blog, forum e social network. Oggi Paul cerca di insegnare come riconoscere gli schemi e i comportamenti specifici dei Troll, poiché i molti anni di gioco gli hanno insegnato a difendersi dalle creature maligne del web.

Comprendere il troll

Riconoscere e capire un troll è importante per potersi difendere o riuscire ad evitare di cadere nella sua provocazione. Ciò che spinge un troll a commettere simili comportamenti sono sostanzialmente riconducibili a due motivi: noia e richiesta di attenzione. Chi ha un hobby o un lavoro non ha il tempo per essere un troll: la noia nel mondo reale si trasporta in quello virtuale spingendolo a trovare sollievo nel danneggiare gli altri. I troll sono carenti di stimoli IRL (in real life), vuoi per scarse propensioni alle relazioni sociali, per pigrizia o semplice mancanza di interesse. Il risultato è quello di ricercare ed ottenere facilmente online ciò che invece potrebbe incentivare una vita reale. Dietro a questo genere di atteggiamento si nasconde una profonda insicurezza, quindi, indipendentemente dal mezzo con cui la risposta è ottenuta, il trolling acquisisce un senso quando qualcuno cede alla provocazione e reagisce.

Paul ha fatto irruzione nel matrimonio soltanto per essere notato e per far sì che qualcuno parlasse di lui e del suo gesto, perché altrimenti le sue altre azioni non sarebbero state considerate dagli altri giocatori. Altro segnale di insicurezza è la richiesta di attenzione: un troll vuole essere al centro delle attenzioni, essere il beniamino della marachella, avere i riflettori puntati su di sé. E per ottenere tutte queste attenzioni userà qualsiasi metodo: critiche, commenti polemici, flame o stupide offese. La reazione immediata che si ha nel ricevere questi attacchi personali è quella di rispondere sentendosi costretti a “sistemare le cose”: questo è ciò che alimenta un troll.

Non alimentare il troll

La ragione per cui ci sentiamo in dovere di rispondere a un commento negativo è lo stesso motivo per cui un troll fa quello che fa: ego. Se uno sconosciuto entra in contatto con la nostra vita, fa parte della nostra natura umana tentare di difenderci e non restare in silenzio, perché il silenzio potrebbe essere interpretato come segnale di arresa e il cessare di opporre resistenza significa sconfitta. Questo è modo di pensare è sbagliato. Chi ha esperienza nello studio dei troll e nelle interazioni con simili personaggi confessa che è impossibile battere un troll, sia nella realtà virtuale che nelle discussioni online. Un troll non ammetterà mai di aver sbagliato, ricredersi sul suo comportamento e rimediare all’accaduto. Dunque, dopo aver ricevuto un affronto da un troll invece di fumare dalla rabbia e reagire di istinto sarebbe bene ignorarlo completamente. È ovvio che questo è molto difficile perché siamo naturalmente inclini a reagire agli impulsi e siamo portati al contrattacco.

Sempre Paul, il nostro troll, analizza con il senno di poi i giocatori che ignoravano i suoi attacchi personali ed era disturbato dal loro gesto, non comprendeva perché invece di difendersi (e renderlo felice) non lo prendevano semplicemente in considerazione oppure lo inserivano nella Ignore List, per non leggere più i suoi messaggi. Questi giocatori avevano scoperto il segreto per annientare il troll.

Gestire i troll

Qualche consiglio per prevenire e gestire i segnali di sfida di un troll:

– Prevedere con lungimiranza: durante un attacco di un troll provare a chiedersi quale potrà essere il risultato di un’eventuale risposta. Per dare una risposta è necessario mettere in pausa il gioco, respirare e capire il significato di quell’attacco al nostro ego. Perché ci stiamo sentendo colpiti e arrabbiati? Abbiamo già visto un simile comportamento in altri scenari? Il commento ricevuto contiene degli elementi validi? Questi piccoli particolari devono influenzarci nel renderci conto che ogni nostra risposta non cambierà la mente del troll, ma anzi potrà nutrirlo.

– Parlare con un amico: il semplice gesto di sfogare la frustrazione di essere stati provocati raccontandolo a qualcuno, potrà farvi realizzare che la reazione all’attacco non porterà i benefici pensati, ma inviterà il troll ad andare oltre. Cancellare un post o un commento al quale abbiamo ricevuto un flame o una provocazione sarà soltanto un segnale di vittoria per il troll e una sconfitta per tutti gli amici o i lettori cui invece il contenuto interessa veramente.

– Allenamento: se non sai come trattare con i troll è il momento di fare pratica con dei principi che ci indicano cosa fare e come non agire in determinate situazioni. Così come è bene chiedersi quale importanza ha per noi la persona che ci sta accusando: è il valore di questa risposta a fornire la sensazione e il sentimento di rabbia.

– Regola del 30%: James Altucher sostiene che non ha importanza chi siamo, quello che facciamo e qual è il nostro pubblico, indipendentemente da questo il 30% ci amerà, il 30% ci odierà e il 30% ci ignorerà. Pertanto ci dobbiamo concentrare sulla prima percentuale e non spendere neanche un solo secondo sul resto. I troll non fanno parte di quel primo 30%.

La coppia di giocatori alla fine è riuscita a sposarsi? Probabilmente sì, così mentre due persone si sono unite e sono felici di stare insieme, un troll è rimasto nuovamente triste e solo.

FONTE