La terapia sperimentale sembra indurre nel sistema immunitario una certa tolleranza nei confronti del glutine, sfruttando una tecnologia nuova applicabile anche ad altre malattie autoimmuni

Un cavallo di troia, ma a fin di bene. Così i ricercatori della Northwestern University Feinberg School of Medicine descrivono la loro nuova tecnologia che promette di risolvere il problema della celiachia. Si tratta di una nanoparticella biodegradabile al cui interno si nasconde l’allergene, in grado di insegnare al sistema immunitario a fidarsi evitando di scatenare la violenta reazione infiammatoria che danneggia l’intestino tenue dei pazienti. L’approccio è (ancora per poco) in fase sperimentale ma i primi risultati dello studio clinico – appena presentati alla European Gastroenterology Week a Barcellona – sono entusiasmanti: i celiaci in terapia sono riusciti a introdurre glutine nella loro dieta senza conseguenze.

Come funziona

Da una decina di anni il laboratorio di Stephen Miller cerca di perfezionare questa tecnica che consiste nell’incapsulare in un guscio amico la molecola (in gergo tecnico si chiama antigene o allergene) che viene attaccata dal sistema immunitario. Iniettando le nanoparticelle nel flusso sanguigno, in un primo momento l’antigene passa inosservato e solo successivamente, cioè dopo che la nanoparticella è stata degradata da un macrofago, viene presentato alle cellule immunitarie che così si convincono della sua non pericolosità. E tollerano la sua presenza.

Semplicisticamente è come se il macrofago fosse vostro cugino che vi porta in casa il suo amico Luigi (l’allergene), quello che vi faceva paura da bambini, dicendovi che sì, magari all’apparenza può sembrare un brutto ceffo ma in realtà è una brava persona.

Per trattare la celiachia, le nanoparticelle sono state caricate di gliadina, che è il principale antigene del glutine che si trova negli alimenti (grano soprattutto). Già dopo una sola settimana di trattamento i pazienti sono riusciti a introdurre glutine nella propria dieta per 14 giorni senza conseguenze. Le reazioni infiammatorie ai danni dell’intestino erano diminuite del 90% rispetto a quelle che si verificano nei pazienti non trattati.

Non solo celiachia

La celiachia è una malattia autoimmune un po’ diversa dalle altre perché il fattore scatenante (il glutine) è noto e proviene dall’esterno dell’organismo. Per questo era il campo di prova ideale per testare il nuovo approccio. Ma la strategia potrebbe essere applicabile anche ad altre malattie autoimmuni.

“Questa è la prima dimostrazione che la tecnologia funziona nei pazienti”, ha commentato Miller. “Abbiamo anche dimostrato che possiamo incapsulare la mielina nelle nanoparticelle per indurre tolleranza nei modelli di sclerosi multipla, o mettere una proteina dalle cellule beta del pancreas per indurre tolleranza nei confronti delle cellule che producono insulina nei modelli di diabete di tipo 1.

I risultati ottenuti da questa tecnologia sono talmente buoni che la società Cour Pharmaceuticals Co (co-fondata dallo stesso Miller) che l’ha sviluppata ha ottenuto lo status di fast track (una delle modalità per rendere i nuovi farmaci disponibili il più velocemente possibile) dalla Fda statunitense e insieme a Takeda Pharmaceuticals distribuirà in esclusiva il farmaco sperimentale per la celiachia, per poi espandere l’applicazione ad altre condizioni allergiche e autoimmuni.

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