Un giorno cervelli artificiali, cresciuti in provetta, potrebbero essere coscienti. Siamo ancora agli inizi, ma è bene porsi delle domande etiche

Che si fa quando una coltura di cellule inizia a pensare? È la domanda che si pongono 17 ricercatori di tutto il mondo in un editoriale su Nature, di fronte alle ultime frontiere della neurobiologia. Perché abbiamo iniziato un percorso che ci potrebbe portare, in un futuro remoto ma forse non troppo, a cervelli artificiali che crescono in provetta. Portato al suo estremo, un’altra forma di intelligenza artificiale: non informatica ma organica, potenzialmente simile a quella umana.

Prendiamo per esempio quanto riportato l’anno scorso da Nature in uno studio firmato da Giorgia Quadrato, Paola Arlotta e collaboratori di Harvard e Mit. Un piccolo globo di tessuto nervoso è cresciuto per nove mesi in un bagno di liquidi nutritivi. I suoi neuroni, di numerosi tipi, sono gli stessi del cervello umano, e come nel cervello umano comunicano tra loro con segnali elettrici, ritmici e organizzati. Contiene tra l’altro le stesse cellule della retina del nostro occhio. Quando una lampada Led si accende, infatti, la rete di neuroni cambia la sua attività: ha percepito la luce. Suona come la nascita di un replicante di Blade Runner ma è realtà.

Siamo davvero lontani da un vero cervello, sia chiaro: è un cosiddetto organoide, una struttura di cellule tridimensionale generata a partire da cellule staminali. Un organoide è una miniatura che imita solo alcune caratteristiche di un organo, che può essere il cervello o qualsiasi altro organo. Gli organoidi cerebrali oggi non sono più grandi di una lenticchia e contengono al massimo 3 milioni di cellule: sembrano tante, ma è una miseria in confronto a un cervello umano di 1350 centimetri cubi e che può vantare 86 miliardi di cellule. La loro organizzazione, se ne esiste una, è estremamente rudimentale. Non contengono tessuti fondamentali come la microglia, né vasi sanguigni. Per ora l’attività nervosa che mostrano è priva di significato: non sta pensando, se ve lo foste chiesto.

Gli organoidi sono però uno strumento prezioso per i ricercatori, in quanto riproducono bene numerose caratteristiche dell’organo reale e potrebbero, in alcuni casi, sostituire i modelli animali. Da vari anni gli organoidi cerebrali stanno rivelando molto sulla biologia del cervello, permettendo di investigare patologie che vanno dall’autismo all’infezione da virus Zika. Per questo i ricercatori vogliono costruire organoidi sempre più complessi e vicini all’organo vero. Un obiettivo che nel caso di uno stomaco non pone particolari problemi, ma le cose cambiano quando si tratta di un cervello. Organoidi cerebrali sempre più realistici potrebbero arrivare a essere senzienti e coscienti, almeno in teoria.

Si aprono dunque numerosi problemi etici e filosofici. Come bisogna sperimentare su un organoide cerebrale complesso? Bisogna, per sicurezza, anestetizzarlo? Cosa fare quando sono finiti gli esperimenti? Possiamo davvero buttarlo nel lavandino? Come si garantisce il benessere di un cervello in provetta? A che punto inizia ad acquisire dei diritti, e come facciamo ad accorgercene?

In effetti, se un organoide fosse cosciente, probabilmente non ce ne renderemmo conto. È tuttora dibattuto quali siano i correlati neurologici nella coscienza in un cervello normale (ovvero, quali parti e attività del cervello siano coinvolte nella coscienza), e anche se fossero noti con precisione non è detto che un cervello cresciuto artificialmente segua le stesse regole. Un organoide in provetta, del resto, non può gridare: non avremmo modo di sapere se stimolandolo, lo facciamo effettivamente soffrire (o se non soffra essendo cosciente, ma completamente sconnesso da ogni esperienza sensoriale). Perché possa avere delle sensazioni, peraltro, non serve che sia complesso come un cervello umano.

E se anche i cervelli in provetta non riuscissero mai a diventare complessi come uno vero, che dire di cervelli tenuti in vita fuori dal corpo?

Ci sono inoltre esperimenti che anticipano problemi ulteriori. Due settimane fa è stato riportato lo sviluppo di un organoide cerebrale umano trapiantato nel cervello di un topo. Nel suo sviluppo, i neuroni umani sono entrati in connessione con quelli del cervello del topo. Dimenticate scenari fantascientifici del tipo “cervello umano in un corpo di topo”: per il topo, ora come ora, l’organoide è fondamentalmente una inutile seccatura. Ma in futuro esperimenti di questo tipo potrebbero portare ad animali cognitivamente modificati, magari migliorati grazie a tessuto nervoso umano. Come considerare una chimera di questo tipo?

La possibilità di ricostruire cervelli o parti di esso mette in discussione, infine, lo stesso concetto di vita, personalità e morte. Pensiamo al caso di Alfie Evans. Se si riuscisse a riparare cervelli devastati da malattie o incidenti sarebbe stato possibile salvarlo: ma quel cervello nuovo, cresciuto in laboratorio sia pure dalle cellule di Evans, sarebbe sempre Alfie Evans? Non avrebbe la stessa personalità e le stesse esperienze. Sarebbe, sotto vari aspetti,un individuo nuovo. Il concetto stesso di morte cerebrale rischia di perdere senso, in un ipotetico mondo in cui i cervelli possano essere riparati – ma anche qui, chi sarebbe il sopravvissuto?

Nel bene e nel male siamo ancora lontani da questi scenari. Forse alcune di queste ipotesi non si realizzeranno mai. Ma la strada è aperta, e quindi ha senso farsi queste domande adesso, prima che sia troppo tardi. Di risposte per ora non ce ne sono, perché la scienza da sola non fa l’etica: sono da costruire assieme, mettendo al tavolo la scienza e la società di cui fa parte. Gli organoidi, e in generale la prospettiva di rigenerare il sistema nervoso, sono e saranno enormemente utili per l’umanità. Il modo migliore per evitare di averne irragionevoli paure ed evocare lo spettro di Frankenstein è affrontare il discorso apertamente, in tempo.

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