Il nespolo germanico è una pianta antica: nei nostri tempi di frutti grandi e succosi, maturi a ogni stagione, chi si ricorda ancora i “puciu” con la polpa dolce e un po’ sabbiosa, che si incontravano un po’ ovunque, selvatici, nelle campagne? Erano le caramelle dei nostri nonni, quando non c’era molto di meglio sul mercato. Li raccoglievano nel tardo autunno e poi li mettavano a strati nella paglia. Noi li portiamo in auge, raccontandovi un po’ di botanica, mischiata a tradizioni e detti popolari.

“Col tempo e con la paglia maturano le nespole”. Tutti hanno nell’orecchio il famoso detto, ma forse solo i vecchi ormai ne conoscono il significato. Il nespolo germanico (Mespilus germanica) è una pianta antica: nei nostri tempi di frutti grandi e succosi, maturi a ogni stagione, chi si ricorda ancora i “puciu” con la polpa dolce e un po’ sabbiosa, che si incontravano un po’ ovunque, selvatici, nelle campagne? Erano le caramelle dei nostri nonni, quando non c’era molto di meglio sul mercato. Li raccoglievano nel tardo autunno, quando si presentano duri, astringenti e non commestibili, e poi li mettavano a strati nella paglia, perché solo con la conservazione dopo la raccolta la polpa si ammorbidisce e diventa dolce, dopo aver subito una fermentazione parzialmente alcoolica. “Ammezzire” è la parola che descrive questa trasformazione chimica, diversa dalla marcescenza. I puciu erano scorta per l’inverno nei tempi grami, e ai tempi attuali, con le antiche varietà di fruttiferi tornate di moda, sono curiosità da scoprire in tutte le loro declinazioni di salse e confetture. Sono buoni anche al naturale, forse poco compatibili con il nostro mondo sempre di corsa, dove tutti si spazientiscono per nulla. Figurarsi trovare il tempo di far girare in bocca tutti quei semi liberandoli dalla polpa e poi sputarli a uno a uno: si fa la prova una volta o due e poi… si cede agli ogm.

Nell’arte e nella storia del “puciu” c’è memoria

A dispetto del nome specifico, germanicus, il Mespilus è origianrio dell’area balcanica. Presente allo stato spontaneo anche in Medio Oriente, la sua naturalizzazione in Europa, prima in quella centrale e poi in quella meridionale, ha portato alla sua denominazione attuale. Viene anche chiamato nespolo di Germania, nespolo del Nord o nespolo di San Martino. Per secoli il suo frutto è stato considerato una leccornia: i Greci e i Romani lo dedicarono al dio Saturno, e gli erboristi ritenevano che potesse curare molti mali, come emorragie, calcoli renali e disturbi digestivi.

Negli spazi boscosi curati da colti giardinieri trova il suo posto per la sua forma armoniosa e per la poetica presenza di quei piccoli globi dalla superficie marrone, rugginosa, con una sorta di cratere attorno al quale restano i sepali appassiti a conservare la memoria del fiore: in epoca vittoriana facevano bella mostra di sé sui buffet e spesso erano rappresentati nei quadri dell’epoca, diventandone punto focale. L’alberello che si è naturalizzato nelle nostre campagne, ampiamente coltivato fino a metà del secolo scorso e diffuso anche dagli uccelli che sono ghiotti di nespole, nella sua varietà selvatica presenta lunghe spine dritte. La connotazione di un territorio passa attraverso le piante spontanee utilizzate dall’uomo, e in Piemonte si celebra ogni anno (a parte quello corrente per cause a tutti note) a Farigliano, nella bassa Langa, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, in concomitanza con la festa patronale di San Nicolao, la Fiera del Puciu.

“Star da puciu” a ogni stagione, pioggia gelo e solleone …

Piccolo albero o grande cespuglio, è una pianta molto rustica che cresce anche sopra i 1000 metri di altitudine, meno adatta alle zone siccitose e calde. E’ interessante come pianta ornamentale: i fiori, a grandi corolle bianche, isolati all’estremità dei rami in primavera, compaiono a maggio prima delle foglie, sui rami nudi. Le foglie caduche, lanceolate e appuntite all’apice, disposte in modo alterno sui rami, dal verde opaco dell’estate virano a un color ambra rosato durante l’autunno. Se lasciato libero di provvedere a se stesso il tronco non si allunga molto, mentre la chioma tende a espandersi tanto da far sembrare l’albero più largo che lungo. I giovani rami sono ricoperti da una peluria che scompare già al secondo anno, poi man mano che la pianta invecchia, se non governata, la vegetazione tende a salire verso l’alto. I frutti maturano tardi e a scaglioni, non patiscono il gelo e, presi di mira dagli uccelli affamati, sono una bella risorsa per chi coltiva un giardino pensando anche a loro: rappresentano un’offerta in più, del tutto naturale, oltre alle mangiatoie d’inverno.

Lento il seme a germinare, meglio un ramo da innestare

semi sono attraenti, numerosi, anche cinque in ogni frutto, lucidi, pieni di promesse… come resistere alla tentazione di metterli in terra fiduciosi nei piantini nuovi di primavera? Sembrerebbe sufficiente sapere che la pianta predilige suoli acidi ma che comunque si adatta abbastanza bene anche altrove, e che è bene evitare i ristagni d’acqua per tutelare i semi, invece stentano a germinare e la crescita della pianta da seme è lentissima: meglio l’innesto, che ha successo sia a gemma dormiente, a occhio, in agosto, sia a spacco in marzo aprile, a gemma vegetante. Come portainnesti si usano molte rosacee da frutto: il melo, il pero, l’azzeruolo, il sorbo, ma i preferiti sono il biancospino, che favorisce la formazione di frutti piacevolente asprigni e consente alla pianta di crescere bene anche su terreni asciutti, e il cotogno, che dà frutti di dimensioni più grandi e polpa più dolce.

“Si pota il puciu, sai ? Io non l’ho fatto mai”

Negli anni giovanili si può intervenire per dare una forma di allevamanto a vaso o a piramide, ma la forma semilibera è la più adatta a questo alberello semi selvatico. E’utile una potatura di produzione, che consiste nell’eliminare i rami di un anno che hanno fruttificato per favorire la formazione di nuovi rami fruttiferi. Conviene poi intervenire per abbassare la chioma, altrimenti, invecchiando, la vegetazione tende a spostarsi verso l’alto e i frutti diventano difficili da cogliere.

Un puciu, tu mi dici, dà mille benefici …

Le nostre dimenticate nespole hanno molte interessanti proprietà, che spiegano il loro successo nella storia: sono ricche di potassio, magnesio, fibre, vitamine soprattuto del gruppo B. Particolarmente consigliate durante le diete, hanno pochissime calorie e danno senso di sazietà.

C’è la ricetta di una marmellata per scoprirne il sapore e la consistenza speciali, una via di mezzo tra la confettura di castagne e quella di mele. Questi gli ingredienti da mescolare tra loro e cuocere fino alla compattezza desiderata: 400 gr di nespole al netto degli scarti, 150 gr di zucchero, 250 ml di acqua, due mele tagliate a cubetti, due cucchiai di miele, il succo di mezzo limone. Semplicissima, se non si tiene conto della postilla “al netto degli scarti”: per ottenere la polpa si usa lo schiacciapatate, e 400 grammi sembrano pochi sulla carta. Provare per credere… è un lavoraccio… ma ne vale la pena.

Ciao Puciu, come stai ?

Straordinario il potere evocativo di una nespola: in dialetto piemontese doc la parola puciu porta alla mente l’immagine di una protuberanza arrotondata: “fè puciu” si dice di un rammendo o di una cucitura mal eseguiti, di un abito dalla vestibilità difettosa.
Quando un bambino “fa il puciu” con le labbra, sta per scoppiare a piangere.
C’è un nesso anche tra nespole e capelli, quando vengono raccolti in una crocchia dietro la nuca, acconciatura delle ragazze di ogni tempo, secondo l’occasione elegante chignon o semplice “puciu”.
Non è finita, sempre in nome delle nespole, puciu e puciunin, per estensione vezzegggiativa, sono nomignoli da riservare ai più cari affetti, ai bambini, agli innamorati.
E che cosa vuol dire “stare da puciu”? Totale benessere, tutto il meglio.

FONTE