Si tratta di esperienze inattese, allucinazioni, problemi di concentrazione o memoria, messi in un luce da uno studio pubblicato su Plos one

Aiuta a raggiungere una migliore consapevolezza, può calmare il corpo e la mente, sconfiggere il dolore. Ma non solo: oggi anche la scienza ha scoperto i benefici della meditazione e le strategie mindfullness based – protocolli strutturati basati sulla meditazione buddista – sono utilizzate per la terapia di disturbi come ansiadepressionedipendenza da droghe e altri comportamenti a rischio.

Tra tanti effetti positivi si fa presto a dimenticare che anche la meditazione, come tutte le pratiche umane, può avere i suoi effetti collaterali. Problemi noti da millenni a monaci e asceti che la praticano in oriente, ma ancora poco studiati in occidente. A fare un punto ci pensa un nuovo studio della Brown University pubblicato su Plos One, che ha cercato di mappare gli effetti collaterali e le esperienze inusuali sperimentati più comunemente tra maestri e appassionati occidentali.

Nella tradizione buddista la presenza di periodi difficili o impegnativi nella pratica della meditazione è attesa e ben documentata. Come ricordano gli autori dello studio, nel buddismo tibetano si parla di nyams, esperienze meditative di diverso tipo, dall’euforia alle visioni, ai problemi psicologici al dolore fisico, che complicano il percorso spirituale dei praticanti.

Nella traduzione zen esistono invece i makyō, disturbi percettivi che possono rappresentare un segno di progresso nella pratica meditativa. Ma è nota anche la cosiddetta zen Sickness, o malattia da meditazione, collegata ad alcuni approcci meditativi.

Niente di nuovo insomma. Ma quelli che in un percorso spirituale possono presentarsi come sfide, periodi di difficoltà da superare per procedere nel proprio cammino interiore, possono avere una rilevanza diversa quando vengono sperimentati nella cultura occidentale, laica, in cui la meditazione è vista sempre più spesso come una pratica terapeutica. È questa almeno l’opinione dei ricercatori, che li ha spinti ad approfondire la natura degli effetti collaterali sperimentati tra i praticanti occidentali.

disturbi nella concentrazione, problemi di memoria, ipersensibilità alla luce, senso di euforia, depressione, perdita del sonno, allucinazioni

Non parliamo di disturbi gravi: psicosiconvulsioni e problemi psichiatrici di varia natura collegati alla meditazione, per quanto rari, sono noti e studiati. “Solitamente sono problemi latenti, che vengono portati alla luce dalla meditazione e che probabilmente sarebbero emersi anche da soli”, racconta a Wired Antonino Raffone, professore del dipartimento di psicologia della Sapienza, esperto di neuroscienze della meditazione e praticante di meditazione zen.

Ma gli insegnanti conoscono il problema e sanno come affrontarlo al meglio: possono consigliare o raccomandare la psicoterapia, o integrarla con la meditazione quotidiana. E prima di partecipare ai ritiri, che sono eventi piuttosto impegnativi in cui è più facile che possa emergere un problema, si fanno sempre degli screening per verificare la presenza di possibili vulnerabilità psichiatriche”.

Meno noti, almeno secondo i ricercatori americani, sono i problemi di portata minore definiti nel paper challenging meditation experiences (esperienze impegnative nella meditazione) che spesso non vengono segnalati perché non ritenuti rilevanti. Per capirne di più, gli autori dello studio hanno contattato 60 praticanti di meditazione occidentali afferenti alla tradizione zen, tibetana o al buddismo theravada. E attraverso una serie di interviste hanno ottenuto una mappatura delle esperienze impegnative, indesiderate o comunque inattese sperimentate durante la meditazione.

È importante sottolineare che lo studio ha coinvolto unicamente persone che avevano sperimentato effetti collaterali, perché lo scopo non era quello di identificarne la frequenza, ma solamente di esaminare le tipologie più comuni di esperienze indesiderate.

Detto questo, il risultato sono 59 esperienze che i ricercatori hanno classificato all’interno di sette domini: cognitive, percettive, affettive (relative all’umore), somatiche, conative (legate alla motivazione), sociali o relative al senso di sé. Per fare qualche esempio, si parla di disturbi nella concentrazione, problemi di memoria, ipersensibilità alla luce, senso di euforia, depressione, perdita del sonno, allucinazioni. Tutti fenomeni sperimentati con grado e durata diversa dai partecipanti, ma senza che avessero mai effetti seri sulla salute.

Dal punto di vista delle neuroscienze quello che sappiamo è che un cammino di meditazione serio determina la riorganizzazione dei network cerebrali, rendendoli più capace di funzionare in modo adattivo, donando resilienza emotiva e flessibilità cognitiva – racconta Raffone – durante questo processo però si attraversa una fase di instabilità dei network, che potrebbe spiegare le sintomatologie emerse dallo studio”.

Per i suoi autori comunque la ricerca è solo un punto di partenza, il primo di un filone di studi che punterà a conoscere meglio i problemi che possono emergere durante la meditazione, per individuare gli individui più a rischio, e per fornire agli insegnanti una lista di sintomi a cui prestare attenzione. Di particolare importanza, scrivono, in vista del sempre più diffuso utilizzo terapeutico dei programmi basati sulla meditazione.

Quelle analizzate dallo studio mi paiono esperienze che possono emergere difficilmente nel corso di programmi di meditazione mirati come le Mindfulness-Based Cognitive Therapy e altri simili utilizzati nell’ambito della psicoterapia”, commenta Raffone. “Mi sembrano più esperienze che si possono fare in periodi di meditazione intensa come possono essere i ritiri. In ogni caso indagarne la natura e la frequenza è senz’altro interessante. Saperne di più può aiutare a prevenirli, a gestirli al meglio, e potrebbe anche fornirci un incredibile insight sulla genesi e sulla natura delle psicopatologie”.

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